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GLI ARTICOLI
EDITORIALE

C’è tanto bisogno di Natale

Ci ha molto colpiti, di recente un articolo, pubblicato su “Avvenire”, dedicato a “Luce del mondo”, il libro-intervista di Benedetto XVI, recentemente uscito (un regalo, natalizio, che conviene davvero fare e farci). Perché offre una riflessione molto pertinente sulle difficoltà che oggi stiamo vivendo. Proviamo a leggere insieme alcuni brani dell’articolo di Marina Corradi:


«C’ è il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga di avere finalmente ricono­sciuto ciò che è giusto e avanzi una pretesa di totalità che è nemica della libertà. Credo necessario denunciare con forza questa minaccia. Nessuno è costretto a essere cristiano. Ma nessuno deve essere costretto a vivere secondo la 'nuova re­ligione', come fosse l’unica vera, vincolante per tutta l’uma­nità ». Del rischio di una dittatura del relativismo Benedetto XVI parla da tempo, ma il bello di Luce del mondo è che le do­mande di Peter Seewald somigliano a quelle che molti di noi farebbero, se potessero, al Papa. La pressione perché «si pen­si come tutti, si agisca come agiscono tutti», evocata da Seewald, quanto la sentiamo, anche in un Paese di tradizio­ne cristiana come il nostro. È, risponde Benedetto XVI, una «pressione di intolleranza» che si esercita presentando il cri­stianesimo come un modo di pensare «sbagliato», e ridico­lizzandolo; privandolo, in nome della «ragionevolezza», del­lo spazio per vivere. E fin qui è la lucida analisi di qualcosa che sperimentiamo o­gni giorno. Ma provocante è la questione posta da Seewald: com’è che, anche in Paesi in cui quasi tutti sono battezzati, «una maggioranza accetta di essere dominata da una mino­ranza di opinion leader?». E il Papa, in risposta, si domanda: in che misura queste persone sono ancora parte della Chie­sa? Da un lato, dice, non vogliono perdere questo fondamento, dall’altro «è chiaro che sono interiormente plasmate dal pen­siero moderno». Insomma, l’avvento di una dittatura del re­lativismo è possibile per una «schizofrenia» dei cristiani, un ridurre la fede a un vecchio substrato che vive «parallela­mente » alla modernità, ma non la contagia e non la fermen­ta. A fronte di questa realtà, Benedetto XVI afferma l’urgen­za della «nuova evangelizzazione»,  di un nuovo inizio, che susciti un cristianesimo capace di distinguersi alla 'controreligione' avanzante.

E il denso dialogo del libro, nella asciuttezza della forma gior­nalistica, interpella profondamente noi cristiani. Perché certo, le forze della «antireligione obbligatoria» so­no ampie e attrezzate; ma Benedetto XVI non guarda a loro, guarda ai suoi, e (ci) domanda: in che cosa realmente crede­te, in chi davvero riponete la vostra speranza? In un Dio che si mette da parte, finita la messa della domenica; o in Cristo che 'c’entra' con tutto, e trasforma ogni cosa?

La questione posta da Benedetto XVI dice una volta di più del suo coraggio, quando afferma in sostanza che alla pri­ma radice della crisi presente c’è una fede spesso astratta, 'divisa', incapace di fecondare di sé la realtà. Il problema, insomma, prima che gli avversari siamo noi – e questa è sempre una cosa scomoda da dire.

Non si potrebbe semplicemente pensare, domanda molto laicamente a questo punto l’intervistatore, che dopo duemi­la anni il cristianesimo si è esaurito, come è accaduto a tan­te altre culture? Ma qui il Papa rivela, dopo la severa lucidità dell’analisi, un ottimismo che potrebbe apparire illogico. Di­ce del germogliare di movimenti in America latina, della fe­deltà della Chiesa d’Africa ai poveri, di un 'fiorire', in Occi­dente, di iniziative poco visibili, ma che nascono «dal di den­tro, dalla gioia dei giovani». Parla, il Papa, del cristianesimo come di una forza vitale, di un seme che, apparentemente an­nichilito, comunque rinasce, là dove non te lo saresti imma­ginato, e nuovamente cresce. Seme che, e­stirpato, ritorna; perseguitato, risorge. Ra­dicale differenza: le culture e le ideologie nascono, trionfano e declinano. Ma Cri­sto nato nella carne, morto e risorto, uo­mo e non dottrina, tenacemente resta dentro la storia degli uomini; negato, dimenticato, ritorna.

E la granitica benigna certezza di Be­nedetto ci solleva, larga come un ge­sto di benedizione. Il destino della Chiesa è nelle mani di Cristo – non solo nelle povere nostre”.


Insomma, oggi, nella crisi che stiamo vivendo, nelle tante infelicità e nel disorientamento che ci assedia, una speranza brilla ancora: c’è bisogno di Cristo, c’è bisogno di far rinascere Cristo nei nostri cuori. E di dargli il primo posto. E’ questo l’augurio che facciamo e ci facciamo per questo Natale e per l’anno che sta per venire. Buon Natale, di cuore.

 

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, dicembre 2010

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