“DIARIO DI UN DIARIO”, IL LIBRO DI PAOLO COCCHI
Esame di coscienza di un filosofo
Il libro di Paolo Cocchi “Diario di un
diario” si può definire l’esame di coscienza di un filosofo. Un filosofo che ha
svolto quasi sempre attività politica, che è politico vero (non un politicante!)
e accorto ma che non è totus politicus e concede molto alla
sua forma mentis di filosofo. Non solo per sé o nel privato, ma egli riversa
questa sua prerogativa soprattutto nel pensare e nel fare politica.
Ora, con lo spunto che gli viene da un piccolo diario di
prigionia del padre e dal desiderio di far partecipi i figli delle sue
“riflessioni su storia, memoria e presente”, mette in atto in questo libro un
vero e proprio esame di coscienza che, come il più famoso “esame di coscienza di
un letterato” di Renato Serra, “è costruito per blocchi emotivi ora
intersecantesi, ora giustapposti, con ambivalenze e distinguo, perplessità e
pluralità di piani che rendono poco agevole l’individuazione di una univoca e
chiara logica interna; anzi vi si approntano diverse e non convergenti logiche
parziali che trovano alla fine una soluzione che non è concettuale ma
esistenziale” (Isnenghi).
A Cocchi,
come a molti della sua generazione, è venuta a mancare da tempo la “grande
narrazione” che rendeva l’idea che l’animava “un Porto sicuro a cui qualunque
fossero le tempeste che ti attendevano durante la navigazione, un giorno saresti
approdato” e pertanto il suo libro non poteva che comporsi per riflessioni
ambivalenti e “pluralità di piani”. Proprio come quelle del Serra che scrisse le
sue pagine nel momento della grande crisi europea e italiana alla vigilia del
suo arruolamento nella grande guerra del ’15 –’18, anche quelle di Cocchi, che
vive e percepisce acutamente la grande crisi dell’Occidente di oggi, sono poche
pagine frammentarie ma di grande valore, forse difficili a essere comprese
nell’immediato ma che avranno ripercussione più tardi. Sono discutibili e a
volte sconcertanti se si pensa da quale storia familiare e personale provengono.
Ma non si caschi nell’errore di considerarle marcia indietro da antiche prese di
posizione. Sono letteratura alta, descrizione sofferta e profonda, notevoli
anche esteticamente, proprio come si conviene a che fa spietatamente i conti con
se stesso e con la propria storia. E come si conviene soprattutto a chi si nutre
da sempre di cultura filosofica in particolare. Dagli studi su marxismo e
psicanalisi degli anni universitari, fino a risalire man mano da Aristotele a
Kant per poi comprendere a fondo la lezione di Nietzsche (il folgorante
frammento!) prima e di Heidegger poi (l’essere nel tempo!), Cocchi è venuto
raffigurandosi una consapevolezza larga ed estrema della crisi ideale, politica
e sociale dell’Occidente, dell’Italia, dei partiti, della sinistra.
La
sua è una rivisitazione a trecentosessanta gradi della vita ma soprattutto della
politica, del fare politica, della necessità o meno della politica. Sa che la
politica è nelle cose ma si domanda se deve scaturire dalla riflessione sulla
storia o non, più propriamente dalla memoria. Perché se la politica potesse
aderire alle pieghe della vita che le memorie, singole, collettive ci
consegnano, essa sarebbe più umana, anzi sanzionerebbe, in tempi bui come
questi, un nuovo umanesimo. Potrebbe provare a tracciare nuove mappe che ci
riconsegnino un rapporto con l’altro.
Cocchi si pone tante domande: nuove, inconsuete, inedite,
finalmente libere e autonome dai tanti indebiti coinvolgimenti della realtà
contingente. Il suo è lo specchio di una crisi che è quasi cosmica (la Tecnica
delle riflessioni dei suoi Heidegger e Severino che stravolgerà il mondo) ma è
anche esistenziale e personale.
Paolo Cocchi
ha fatto solo da adulto l’esperienza traumatica della morte di un congiunto e ha
capito da vicino che “lo scomparire nel nulla è un pensiero difficile da
accettare”. Questo pensiero induce anche la consapevolezza dell’”infinita vanità
del tutto” che è il punto estremo del vero esame di coscienza ma può essere
anche una nuova apertura, l’acquisizione del punto nodale da cui si può
ripartire.
Come ha scritto un poeta nostrano, Ivo Guasti, nel suo ultimo
libro:
Vita è cammino aperto
Largo peregrinare
Da vie e monti
Attraverso il dubbio
Il vero cercando.
Alessandro Borsotti
© il filo, Idee e notizie dal Mugello,
dicembre 2010