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GLI ARTICOLI

120 ANNI FA, LA RERUM NOVARUM

Non c’è fede senza le opere

“Quello che mi fa capire se uno è passato attraverso il fuoco dell’amore divino, non è il suo modo di  parlare di Dio, è il suo modo di parlare delle cose terrene”.


Quest’affermazione di Simon Weil coglie bene un grande problema dell’essere credenti oggi: testimoniare l’amore attraverso quelle attività con le quali si progredisce verso il bene comune. Non l’attaccamento alle cose proprio di una concezione individualistica, ma la responsabilità nei confronti di una convivenza che si apra sempre di più alle necessità materiali e spirituali di ciascuno. Credo che le inerzie, la superficialità, l’aridità, la fuga dall’impegno siano lo scandalo maggiore che i credenti stanno consumando nella nostra epoca. Penso anche che non si possa parlare di rievangelizzazione, senza una convinta assunzione di responsabilità riguardo all’organizzazione sociale e politica della società.

Eppure lo scorso 15 maggio ricorreva il 120° anniversario della promulgazione della Rerum Novarum, l’enciclica di Leone XIII, dalla quale si fa partire quella riflessione sull’esistenza dell’uomo nella società e nel contesto internazionale alla luce della fede, che viene comunemente chiamata Dottrina Sociale. Anche nel nostro Mugello quest’enciclica ebbe un impatto importante che suscitò quel fenomeno associativo che va sotto il nome di leghe bianche: compagnie di contadini che si univano per la tutela dei loro diritti.

Osserviamone qualche contenuto:

-       Il salario deve servire al sostentamento dell’operaio e della sua famiglia con una certa agiatezza. Sì, con una certa agiatezza: centoventi anni fa si esprimeva un concetto che, se guardiamo ai salari attuali e in modo particolare a quello dei giovani, sembra surreale. Beninteso, l’operaio doveva nel lavoro impegnarsi al meglio, ma in un contesto dove la sua dignità era valorizzata.

-       Il concetto di contratto giusto. Non basta infatti che le parti concordino fra loro perché il contratto sia giusto. Occorre che venga considerata la giustizia naturale, anteriore e superiore al contratto stesso. Insomma, deve essere oggettivamente giusto quanto concordato. Riguardo alle relazioni internazionali questo principio sarà poi ripreso da Paolo VI nella Popolorum Progressio per quanto riguarda i patti commerciali fra paesi ricchi e poveri.

-       Si sottolinea l’utilità delle associazioni di lavoratori, che lo stato deve proteggere.

Poi sono seguite tante altre encicliche a carattere sociale fino all’ultima, la Caritas in veritate di Benedetto XVI promulgata il 29 giugno 2009. Sono un corpus di riflessioni preziose che  dovrebbero rappresentare davvero la modalità con la quale il credente diventa realmente sale della terra.

Invece ci si abbevera ad altre fonti e, di norma, si ritiene esaurito il nostro compito assistendo a Porta a Porta, Annozero o Ballarò. Un po’ come quei tali che si sentono degli sportivi solo perché assistono ad una partita di calcio comodamente seduti in poltrona.

Monsignor Mario Toso, segretario del pontificio consiglio della giustizia e pace, in un convegno del maggio scorso, tra l’altro, rilavava che:

-       La Dottrina Sociale dovrà trovare un adeguata cittadinanza nel consesso delle altre scienze teologiche.

-       Nei seminari è ancora una disciplina facoltativa.

-       L’80% delle persone che sono in contatto con le istituzioni ecclesiali non sanno assolutamente cosa sia.

E dire che i profeti sostengono con forza che è preferibile l’opera di giustizia al culto a Dio, perché è quello il vero culto, la vera fedeltà a Lui.

Giampiero Giampieri

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, giugno 2011

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