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Copertina Gennaio 2010La copertina del
mese
GLI ARTICOLI
RISORGIMENTO IN MUGELLO

In occasione del 150.mo anniversario dell’unità italiana “Il filo”, mese dopo mese, pubblicherà alcuni “medaglioni” storici, con fatti, episodi, aneddoti, personaggi, che hanno fatto la storia risorgimentale nel nostro territorio, a Borgo San Lorenzo in particolare e nel Mugello in generale. Certo tornare indietro di oltre un secolo e mezzo (fra il 1830 e il 1859), non è cosa facile, ma cercheremo nel nostro piccolo e con la consapevolezza dei nostri limiti, di riportare alla luce fatti significativi avvenuti nel nostro territorio, con l’ausilio di documenti dell’epoca.
(Aldo Giovannini).    

 

Il 1849 a Borgo San lorenzo: la fuga del granduca e la
successiva restaurazione

 

Ideazione del pittore Enrico Pazzagli( Prima parte) Fortunatamente, a parte i libri e i giornali dell’epoca, nel nostro Mugello ci sono stati uomini, non necessariamente ad alto livello culturale o intellettuale, i quali lasciando preziosi manoscritti durante il Risorgimento, hanno ben fotografato quella che era la vita dell’epoca, segnatamente fra il 1845 e il 1859, aiutandoci così a meglio capire quel contesto umano, sociale, civile e patriottico. Se don Lino Chini (1834-1902), nella sua “Storia e Antica del Mugello”, edita nel 1876, rende giustizia alla sua terra consegnandoci una lettura da studioso, da religioso e da storico, il fratello Pio (1839-1910), semplice artigiano ornatore e decoratore, ci consegna invece una storia semplice, di paese, ma viva palpitante, in quel contesto risorgimentale vissuto in quelle strade, in quei vicoli, in quelle piazzette, che hanno scandito la vita dei nostri nonni. Dunque, Pio Chini, benchè ragazzino, respirò in casa l’ideologia liberale, così come liberale era suo babbo Pietro Alessio, il capostipite dei Chini, ed anche il fratello Lino, prete e storico. La storia, appunto, ci ricorda della fuga di Leopoldo II a Gaeta e di Pio IX da Roma, l‘avvento di un governo provvisorio con il Guerrazzi, il Mazzini e il Montanelli. Le feste dei giacobini (liberali) mugellani non si fecero attendere innalzando gli alberi delle libertà in diversi angoli paesani, ma questa libertà, per la gioia dei codini (i sostenitori del Granduca), fu presto abbattuta con il ritorno del Granduca.

Lepoldo IIMa facciamo un passo indietro; scrive Pio Chini: “nel 1848  o memoria di tante cose che ha scriverle tutte non basterebbe un libro. La Guardia Civica voluta da Leopoldo II, che aveva concesso, anche se a malincuore, lo Statuto ai Toscani, era comandata da Demetrio Lapi  (noto codino) e per le strade mi ricordo delle luminarie, le feste, i Te Deum cantati in Chiesa e al Crocifisso, balli e danze in onore del Granduca e del Papa, con i giacobini nascosti nelle loro case. Intanto noi ragazzi in coro si cantava: Viva Leopoldo di nome secondo/ Primo nel Mondo per civiche virtù /Viva il Papa di nome Pio/mandato da Dio l’Italia a Salvar. Intanto partivano per la Lombardia a Curtatone e Montanara i volontari borghesi (erano: Giuseppe Baldi, Antonio Calzolai, Pietro Gigli, Angelo Pini, Jacopo Bandini, Pasquale Bianchi, Gaetano del Bove e Gabbriello Carretti). Ma poi il Granduca scappa da Firenze e questa volta nuovi canti, Viva Mazzini! Via Montanelli! Viva Guerrazzi! Mio babbo mi porta allo stabile Bandini al Circolo Democratico (era in via del Canto), dove sentii parlare a squarciagola il presidente Pietro Bandini, speziale e farmacista, che urlava “la faremo l’Italia, la faremo l’Italia!” Poi ci mandarono a rizzare gli alberi della Libertà, uno davanti alle Logge del Grano (era l’antica Loggia della Seta in Piazza del Mercato), uno nella piazza del Podestà (piazza Garibaldi) e uno nel pratino di Santa Lucia (ora largo Lino Chini), mi ricordo che un ragazzo morì perché cadde dall’albero, era figlio del Carretti e un altro albero fu rizzato in Sant’Andrea (corso Matteotti verso il Santuario del SS.Crocifisso), davanti alla casa del dott. Pasquale Gozzoli, che gridava davanti alla casa del prete Tarlini, “sono repubblicano e morirò repubblicano!” Noi ragazzi si scimmiottava la Guardia Civica e il mio fratello Tito, più grande di me, si fece cucire dalla mamma Caterina i calzoni con la striscia rossa, la montura e il berrettino con la coccarda tricolore e lo spadino. E poi si andava dietro ai liberali per il paese cantando Viva Guerrazzi, Via Montanelli, sotto le finestre del Pievano Giovannetti e del prete Gherardi, maestro paesano (era un lontano pro-zio dell’indimenticabile Patrizia Gherardi, per dieci anni 1990/2000, Assessore alla Cultura borghigiana) e per dispetto si diceva anco abbasso Leopoldo, abbasso Pio Nono!“. Ma dopo poco il ritorno di Leopoldo II e la restaurazione del Granducato le cose si capovolsero politicamente e Pio Chini è nitido nel ricordo di quegli eventi: “Ed eccoci al 1849, mi ricordo che venne l’ordine di abbattere gli alberi della libertà, installati l’anno prima e tanti borghesi liberali non gli si faceva giorno in viso. Erano tristi e preoccupati. Noi ragazzi non si ebbe il coraggio di uscire di casa ai Neri  (l’abitazione dei Chini in quel tempo era vicino al Santuario del SS. Crocifisso detto dè Neri), di venire in Borgo (!!) e mio padre che era liberale, era andato a lavorare lontano, forse per la paura di essere molestato dai codini, che rialzavano di nuovo la cresta. Venne maggio e quelli che avevano drizzato gli alberi della libertà, liberali a comodo, iniziarono a gettarli per terra per farsi vedere dai codini (il mondo non è mai cambiato e mai cambierà; cambi di casacca e opportunismi fanno parte della storia, antica e recente); mi ricordo che il cocchiere del marchese Guiducci (proprietario della Villa Guiducci a Serravalle), prese la scala a pioli l’appoggia all’albero della libertà e gridando Viva Gesù, Viva Maria, Viva Leopoldo, Viva Pio Nono, morte al Guerrazzi, morte al Montanelli! Lo getta in terra. Figuratevi che buggerio! Urli, schiamazzi, imprecazioni e canti religiosi. E così la sera tutti gli Viene concesso lo statutoalberi furono abbattuti e cominciò la gazzarra e i ripicchi fra codini e liberali. Venne un giorno da Rabatta un certo numero di contadini in processione capitanati da un certo “gatta” e portarono al Crocifisso il busto di Leopoldo II e lo misero sulla Mensa dell’Altare Maggiore e gli cantarono le litanie in ringraziamento per essere ritornato. Che tempi, che tempi! Il Babbo in quei tempi era ito a dipingere il Caffè Catani a Barberino ed aveva dipinto in una parete i bastimenti e agli alberi delle navi le banderuole con il tricolore bianco, rosso e verde, e quando giunsero i tedeschi ed entrarono al Caffè a bere il comandante vide il dipinto (chissà dove sarà stato il Caffè Catani e cosa ne sarà stato di questo affresco del Chini!), volle sapere chi era stato e quando ebbe mio babbo davanti con i pennelli gli disse “startfeill, startfeil, tagliare cicuzza, tagliare cicuzza” (forse l’ufficiale tedesco voleva dire di tagliare la cima degli alberi della nave dove era dipinta la bandiera), ma poi finì tutto in una risata”.

(1 – continua).

Aldo Giovannini

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, marzo 2011

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