In occasione del 150.mo anniversario dell’unità italiana “Il filo”, mese dopo mese,
pubblicherà alcuni “medaglioni” storici, con fatti, episodi, aneddoti,
personaggi, che hanno fatto la storia risorgimentale nel nostro territorio, a Borgo San Lorenzo
in particolare e nel Mugello in generale. Certo tornare indietro di oltre un
secolo e mezzo (fra il 1830 e il 1859), non è cosa facile, ma cercheremo nel
nostro piccolo e con la consapevolezza dei nostri limiti, di riportare alla luce
fatti significativi avvenuti nel nostro territorio, con l’ausilio di documenti
dell’epoca.
(Aldo Giovannini).
Il 1849 a Borgo San lorenzo: la
fuga del granduca e la
successiva restaurazione
(
Prima parte) Fortunatamente, a parte i libri e i giornali dell’epoca, nel nostro
Mugello ci sono stati uomini, non necessariamente ad alto livello culturale o
intellettuale, i quali lasciando preziosi manoscritti durante il Risorgimento,
hanno ben fotografato quella che era la vita dell’epoca, segnatamente fra il
1845 e il 1859, aiutandoci così a meglio capire quel contesto umano, sociale,
civile e patriottico. Se don Lino Chini (1834-1902), nella sua “Storia e Antica
del Mugello”, edita nel 1876, rende giustizia alla sua terra consegnandoci una
lettura da studioso, da religioso e da storico, il fratello Pio (1839-1910),
semplice artigiano ornatore e decoratore, ci consegna invece una storia
semplice, di paese, ma viva palpitante, in quel contesto risorgimentale vissuto
in quelle strade, in quei vicoli, in quelle piazzette, che hanno scandito la vita dei nostri nonni. Dunque,
Pio Chini, benchè ragazzino, respirò in casa l’ideologia liberale, così come
liberale era suo babbo Pietro Alessio, il capostipite dei Chini, ed anche il
fratello Lino, prete e storico. La storia, appunto, ci ricorda della fuga di
Leopoldo II a Gaeta e di Pio IX da Roma, l‘avvento di un governo provvisorio con
il Guerrazzi, il Mazzini e il Montanelli. Le feste dei giacobini (liberali)
mugellani non si fecero attendere innalzando gli alberi delle libertà in diversi
angoli paesani, ma questa libertà, per la gioia dei codini (i sostenitori del
Granduca), fu presto abbattuta con il ritorno del Granduca.
Ma
facciamo un passo indietro; scrive Pio Chini:
“nel 1848
o memoria di tante cose che ha scriverle tutte non basterebbe un libro. La Guardia Civica
voluta da Leopoldo II, che aveva concesso, anche se a malincuore, lo Statuto ai
Toscani, era comandata da Demetrio Lapi
(noto codino) e per le strade mi ricordo delle luminarie, le feste, i Te
Deum cantati in Chiesa e al Crocifisso, balli e danze in onore del Granduca e
del Papa, con i giacobini nascosti nelle loro case. Intanto noi ragazzi in coro
si cantava: Viva Leopoldo di nome secondo/ Primo nel Mondo per civiche virtù
/Viva il Papa di nome Pio/mandato da Dio l’Italia a Salvar. Intanto partivano
per la Lombardia a Curtatone e Montanara i volontari borghesi (erano: Giuseppe Baldi, Antonio
Calzolai, Pietro Gigli,
Angelo Pini,
Jacopo Bandini, Pasquale Bianchi, Gaetano del Bove e Gabbriello Carretti).
Ma poi il Granduca scappa da Firenze e questa volta nuovi canti, Viva Mazzini!
Via Montanelli! Viva Guerrazzi! Mio babbo mi porta allo stabile Bandini al
Circolo Democratico (era in via del Canto),
dove sentii parlare a squarciagola il presidente Pietro Bandini, speziale e
farmacista, che urlava “la faremo l’Italia, la faremo l’Italia!” Poi ci
mandarono a rizzare gli alberi della Libertà, uno davanti alle Logge del Grano
(era l’antica Loggia della Seta in Piazza del Mercato),
uno nella piazza del Podestà (piazza Garibaldi)
e uno nel pratino di Santa Lucia (ora largo Lino Chini), mi ricordo che un ragazzo morì perché cadde dall’albero, era figlio
del Carretti e un altro albero fu rizzato in Sant’Andrea (corso Matteotti
verso il Santuario del SS.Crocifisso),
davanti alla casa del dott. Pasquale Gozzoli, che gridava davanti alla casa del
prete Tarlini, “sono repubblicano e morirò repubblicano!” Noi ragazzi si
scimmiottava la Guardia
Civica e il mio
fratello Tito, più grande di me, si fece cucire dalla mamma Caterina i calzoni
con la striscia rossa, la montura e il berrettino con la coccarda tricolore e lo
spadino. E poi si andava dietro ai liberali per il paese cantando Viva Guerrazzi,
Via Montanelli, sotto le finestre del Pievano Giovannetti e del prete Gherardi,
maestro paesano (era un lontano pro-zio dell’indimenticabile Patrizia
Gherardi, per dieci anni 1990/2000, Assessore alla Cultura borghigiana)
e per dispetto si diceva anco abbasso Leopoldo, abbasso Pio Nono!“. Ma dopo
poco il ritorno di Leopoldo II e la restaurazione del Granducato le cose si
capovolsero politicamente e Pio Chini è nitido nel ricordo di quegli eventi:
“Ed eccoci al 1849, mi ricordo che venne
l’ordine di abbattere gli alberi della libertà, installati l’anno prima e tanti
borghesi liberali non gli si faceva giorno in viso. Erano tristi e preoccupati.
Noi ragazzi non si ebbe il coraggio di uscire di casa ai Neri
(l’abitazione dei Chini in quel tempo era vicino al Santuario del SS.
Crocifisso detto dè Neri), di venire in Borgo (!!) e mio padre che era liberale, era andato a
lavorare lontano, forse per la paura di essere molestato dai codini, che
rialzavano di nuovo la
cresta. Venne maggio e quelli che avevano drizzato gli alberi
della libertà, liberali a comodo, iniziarono a gettarli per terra per farsi
vedere dai codini (il mondo non è mai cambiato e mai cambierà; cambi di
casacca e opportunismi fanno parte della storia, antica e recente);
mi ricordo che il cocchiere del marchese Guiducci (proprietario della Villa
Guiducci a Serravalle), prese la scala a
pioli l’appoggia all’albero della libertà e gridando Viva Gesù, Viva Maria, Viva
Leopoldo, Viva Pio Nono, morte al Guerrazzi, morte al Montanelli! Lo getta in
terra. Figuratevi che buggerio! Urli, schiamazzi, imprecazioni e canti
religiosi. E così la sera tutti gli
alberi
furono abbattuti e cominciò la gazzarra e i ripicchi fra codini e liberali.
Venne un giorno da Rabatta un certo numero di contadini in processione
capitanati da un certo “gatta” e portarono al Crocifisso il busto di Leopoldo II
e lo misero sulla Mensa dell’Altare Maggiore e gli cantarono le litanie in
ringraziamento per essere ritornato. Che tempi, che tempi! Il Babbo in quei
tempi era ito a dipingere il Caffè Catani a Barberino ed aveva dipinto in una
parete i bastimenti e agli alberi delle navi le banderuole con il tricolore
bianco, rosso e verde, e quando giunsero i tedeschi ed entrarono al Caffè a bere
il comandante vide il dipinto (chissà dove sarà stato il Caffè Catani e cosa
ne sarà stato di questo affresco del Chini!),
volle sapere chi era stato e quando ebbe mio babbo davanti con i pennelli gli
disse “startfeill, startfeil, tagliare cicuzza, tagliare cicuzza”
(forse l’ufficiale tedesco voleva dire di
tagliare la cima degli alberi della nave dove era dipinta la bandiera), ma
poi finì tutto in una risata”.
(1 – continua).
Aldo Giovannini
© il filo, Idee e notizie dal Mugello,
marzo 2011