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GLI ARTICOLI

RISORGIMENTO IN MUGELLO

DALLA RESTAURAZIONE ALLA FINE DEL GRANDUCATO
(1849-1959)

 

(Seconda parte). Abbiamo lasciato Pio Chini quando descrive nel suo diario gli episodi che caratterizzarono Borgo San Lorenzo in particolare e il Mugello in generale, prima (1847), durante (1848), la fuga del Granduca Leopoldo II di Lorena, e successivamente la restaurazione granducale (1849). Le acque si calmarono, anche se i patrioti liberali borghigiani e mugellani, speravano nel giorno della completa riscossa. Pio Chini è bravissimo nel cogliere quei momenti, non disdegnando di ricordare gli episodi e i fatti che più riteneva importanti nella vita sociale, civile e anche religiosa del paese natio, molto radicata in tutti i censi, anche in quegli anticlericali. Così, nel 1849,  fra le altre notizie si legge“ – Dopo la restaurazione, finalmente si fece la gran festa del Crocifisso (questa festa risale all’ultima domenica di luglio del 1743 quando fu inaugurato il Santuario), fu scritto un libello in onore del Granduca perché era tornato, con grande scampanio per l’arrivo dell’Arcivescovo Minerbetti di Firenze, che pontificò e io lo vidi molto bene di sull’uscio di casa (i Chini abitavano in un edificio vicino al Santuario) e c’era tanta di quella gente da non avere idea. La campana piccina si rivoltò dal sonare a tutta valvola! Fu fatta la processione con l’Arcivescovo e la Banda Musicale Tedesca e i contadini cantavano (i contadini parteggiavano tutti per il Granduca), questa canzone in barba ai liberali: “ Poeri livornesi/ che serraste le porte/ le cannonate a morte/ vi vennero a tirar/ e Leopoldo la vi la và/ fedele a chi ha voluto bene/ gliè ritornato in quà! (questa canzone si riferisce all’assedio di Livorno). Poi passavano per il paese con il carro, frustavano le mucche urlando alle bestie:”va laeee  Guerrazzi, va laeee Carlo Alberto, va laeee Montanelli! (era il classico urlo dei contadini indirizzati alle bestie al tiro)”. Nel 1851 Pio Chini ricorda le angherie che dovevano subire le popolazioni del Mugello, quando passavano per la strada bolognese la gendarmeria tedesca e austriaca, ma nello stesso momento suo babbo Pietro Alessio e i suoi figli (Tito, Dario, Siro, Leto e lo stesso Pio), ebbero una committenza granducale per affrescare e dipingere tutti gli stemmi granducali della Villa e dei poderi di Cafaggiolo. Una stemma era talmente grande, come scrive il Chini, che si vedeva da fondo lo stradone. “In quello istesso anno mi ricordo di aver visto un giorno dopo desinare la carrozza di Leopoldo II passare e che diverse donne dalla parte del “duri” (il “duri” era il soprannome di Antonio Landini, contadino del Conte Francesco Pecori Giraldi), gli picchiavano le mani e gridavano bentornato Signoria! Bentornato Signoria! Forse fece un giro per vedere come era accolto! E qui si seguitava a stare tranquilli e quieti sotto le leggi del Granduca e si lavorava quietamente a tante Ville del Mugello“. Effettivamente la storia ci racconta che nonostante angherie e soprusi, mentre in altre parti d’Italia i garibaldini andavano a pugnare con Garibaldi nelle tante battaglie risorgimentali, in Toscana era un quieto vivere, come scrive il Chini, anche se ovviamente i patrioti e i liberali sotto sotto tramavano contro il granducato. Nel proseguo del suo diario non troviamo parentesi di storia patria, ma solamente vita paesana: così descrive minuziosamente tutti i lavori che Pio Chini con il babbo e i fratelli espletavano, data la loro bravura nell’ornato, negli affreschi e nelle decorazioni, in Ville, Palazzi, Chiese, Oratori ed altro, non solo nel Mugello, Alto Mugello e Val di Sieve, ma anche a Firenze e in altre zone della provincia fiorentina. Simpatica è la descrizione di Pio Chini sul viaggio di Papa Pio IX in Toscana nel 1857: “Ci fu il viaggio del Papa Pio IX che pernottò alle Maschere, che io andai (Pio Chini aveva 21 anni) a vederlo da Barberino  dove c’era la festa di San Papia (è questa una festa secolare per il paese mugellano). Alla villa delle Maschere dei Gerini, c’era tanta popolazione da non descrivere, le Banda di San Piero e di Barberino (la Banda di Borgo era liberale e non andò), tutte le Congregazioni del Borgo, quella del SS. Sacramento, del Santissimo Crocifisso e Sant’Omobono e anco tutti i preti del Mugello con le  Congregazioni, che baciarono il piede al Papa. La festa fu grande a Firenze dal suo amico Leopoldo che fu suo compagno in esilio a Gaeta nel 1848“. Siamo finalmente nell’anno 1859 e la descrizione di Pio Chini fotografa in maniera inequivocabile quella bellissima primavera del Risorgimento mugellano: “Il 1859  cominciò più vivace e con le vetture e le diligenze dei Cappelli di Marradi (nota famiglia di vetturali), era un continuo passo di giovani per Firenze, si disse più tardi che erano volontari e andavano in Piemonte. Venuto il 27 aprile, saprete che seguì quella famosa rivoluzione senza spargimento di sangue, che dovette partire  tutta la corte di Toscana e le truppe si portarono verso i confini perché non venisse dei tedeschi dalla Futa, da Casaglia, da Firenzuola e ne venne una a Borgo per custodire il passo a Ronta e lungo le strade  suddette avevano improvvisato una guardiola  e dalle 24 in là si sentiva ad ogni passeggero…. chi va là …e quei soldati erano liberi e di divertivano un mondo a confabulare con i passeggeri (!!). Ora torniamo indietro; figuratevi i codini come restarono! Non sortivano più fuori a sentire il grido per tutto il Borgo di morte ai tedeschi! Viva Vittorio Emanuele! Viva Cavour! Viva Garibaldi! Morte ai codini! E più si impaurirono quando un soldato del Borgo (era figlio di un certo Bobi di Monaco, barbiere, detto “babacchino”!), venne inviato a Firenze per espresso (!!) a prendere e portare in paese le bandiere tricolori. Fu un attimo, tutto il Borgo imbandierato di tricolore e le coccarde si vendevano a ruba. Io che suonavo la grancassa, con Vincenzjo Lombardi detto “cencio della Banca” (questo Lombardi è il trisnonno di Pietro Lombardi attuale titolare di una nota autoscuola di Borgo San Lorenzo) e Francesco Abbarchi detto “cecco di Panicaglia”, bravo suonatore di bombardino, andammo con la Banda a suonare per tutto il paese, per allegria della rivoluzione e la fuga di Leopoldo II. La sera poi era un continuo andare a suonare  i campanelli ai codini e alle loro serve che dicevano dalla finestra… chi è …chi suona,… siamo noi …ditegli al padrone che può andare a letto, il Babbo non ritorna più! –“. Il manoscritto di Pio Chini continua, ricordando fra l’altro le battaglie risorgimentali e coloro che partirono da Borgo per andare volontari con Garibaldi. Ma di questo ne riparleremo successivamente insieme a diversi personaggi che hanno fatto la storia durante il Risorgimento. (2 - continua)

 

Aldo Giovannini

 

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile 2011

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