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L'EDITORIALE DI MARZO 2008

Un voto fuori dagli schemi

Alla vigilia delle elezioni riterremmo farisaico astenerci da qualche riflessione in merito. Fatta in modo assolutamente libero. E con altrettanta libertà, da parte dei nostri lettori, di condividerla o meno.

Secondo noi oggi non è in gioco la vittoria di un partito piuttosto che un altro, ma la ragione per la quale una persona, attraverso il voto, esprime la propria sovranità. I due partiti maggiori, infatti, vorrebbero ricondurre il voto alla sola governabilità. Sarebbe come dire che un condominio sceglie l’amministratore lasciandogli carta bianca su tutto. Entrambi non vogliono che i temi etici diventino una discriminante per l’elettore; entrambi cercano di stupire candidando figurine raccatta voti, piuttosto che personalità adatte al lavoro parlamentare; entrambi trasudano un culto della personalità che si pone agli antipodi della capacità di operare per il bene comune; entrambi sparano proposte mirabolanti, sempre meno credibili; entrambi ritengono che tutte le posizioni diverse dalle loro siano un fastidio, un handicap per il Paese. Si capisce come in questo modo intendano ricondurre il parlamento ad una sorta di pallottoliere dove ci si conta, ma dove dev’essere bandita la sua funzione principale che è quella della rappresentanza vera di quanto è presente davvero nel Paese.

A differenza dei  due partiti maggiori noi riteniamo che la questione antropologica sia decisiva per il futuro: a seconda della considerazione che abbiamo della persona umana, dal suo concepimento alla sua fine naturale, ne scaturisce un’attenzione, un rispetto, una promozione, in tutte le fasi dell’esistenza e in tutti i settori dell’esperienza umana. Il nostro pensiero è che le  politiche familiari, economiche, culturali, sociali debbano ispirarsi ad una visione della persona e della società così  come si è venuta formando nel solco dell’ispirazione cristiana, secondo le indicazioni della dottrina sociale. Questa visione vediamo contrastata e minacciata da prassi politiche e da ideologie, presenti sia a destra che a sinistra: quando il leader del Partito Democratico inneggia alla vittoria di Zapatero, il cui programma iper-laicista e anticattolico è a tutti noto, c’è da preoccuparsi, così come non rassicura l’ambiguità, a destra, con la quale si affrontano i temi etici fondamentali.

Saremo retrò, ma crediamo che i partiti non possano essere dei supermarket, nei quali, sopra i propri scaffali, piazzare tutto e il contrario di tutto, il cattolico insieme al radicale, l’antiabortista e il ministro che giudica crudele rianimare un prematuro se prima non c’è il consenso dei genitori. Un’idea di fondo della società, un’identità, un’ispirazione sono necessari per una buona politica.

Per questo non riteniamo obbligatorio –come i mass-media tendono a farci credere- votare o Veltroni o Berlusconi. Possiamo scegliere, dobbiamo scegliere, quello che meglio ci sembra ci rappresenti e rappresenti le nostre idee. Oggi non ci sono più due poli, ma una sinistra estrema –la Sinistra Arcobaleno di Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio-, una sinistra –il Partito Democratico di Veltroni- un centro –l’Unione di Centro di Casini e Pezzotta-, una destra –il Popolo della Libertà di Berlusconi, Fini e Bossi- e una destra estrema –la Destra di Storace-Santanché-. E non ci sono voti utili o voti di testimonianza (salvo la lista “anti-aborto” di Ferrara), bensì l’opportunità di mandare in Parlamento, ripetiamo, chi meglio può dare voce e sostegno alla nostra visione di uomo e di società. Con un’altra opportunità, che merita cogliere: quella di smontare la costruzione mediatica e affaristica che per un quindicennio ha spacciato per buono un bipolarismo cialtrone, falso e inefficace che ha spinto il Paese nelle ultime posizioni in tutti i settori della vita sociale ed economica. L’idea che tutto il male fosse da addebitare alla cosiddetta prima repubblica è evaporata di fronte alle ridicole, pretenziose, inefficaci e drammatiche performance della cosiddetta seconda. Quante repubbliche occorreranno ancora per capire che era la direzione sbagliata?

Votare destra o sinistra, per evitare che vinca “l’altra parte” è assai riduttivo. E un voto non dato ai due partiti maggiori non è affatto un voto inutile, ma un mattone per la costruzione di quella casa comune che, per essere tale, non può basarsi sull’eliminazione delle specificità non in sintonia con i disegni di normalizzazione del duo Berlusconi-Veltroni.

il filo

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, marzo 2008

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