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QUATTRO ANTICHISSIME ABBAZIE NELLA NOSTRA ZONA

Il Mugello dei Vallombrosani

Nel territorio del Mugello e Alto Mugello si trovano alcune tra le più antiche abbazie appartenenti all'ordine di Vallombrosa: S. Pietro a Moscheta, S. Paolo a Razzuolo, S. Maria a Crespino e S. Reparata in Salto. Le ultime tre, addirittura, si trovano lungo il tracciato della via Faentina, tra Borgo S. Lorenzo e Marradi, a distanza di pochi chilometri l'una dall'altra. Appare subito evidente che un tale straordinario raggruppamento di antiche abbazie dell'Ordine vallombrosano nel nostro territorio, non solo non può essere un evento casuale, ma costituisce di per sé un fatto di notevole rilevanza storica. Se si pensa, inoltre, che tali presenze rivestono non soltanto un'importanza storica e religiosa ma conservano ancora oggi rilevanti resti delle strutture antiche e custodiscono opere d'arte di primaria importanza, risulta evidente come si tratti di testimonianze che vale certamente la pena di conoscere e visitare.

In questa occasione si propone perciò una visita, necessariamente rapida a queste Abbazie, cominciando da quelle poste lungo la Faentina, lungo un itinerario che ripercorra le tracce dell'antica presenza di queste abbazie nel nostro territorio ed alla riscoperta di un patrimonio storico ed artistico di primaria importanza.

L'ordine monastico di Vallombrosa fu fondato da S. Giovanni Gualberto nei primi decenni dell'XI secolo. Il giovane santo, dopo aver vissuto alcuni anni all'interno della abbazia cluniacense di S. Miniato al Monte di Firenze, se ne allontanò scontento delle condizioni di ricchezza, degrado dei costumi ed abbandono del rispetto del rigore della regola benedettina (principale protagonista del monachesimo occidentale) da parte della gran parte dei monasteri benedettini della sua epoca, divenuti dei veri e propri centri di potere più che vita religiosa. Ma la sua vivace ed infiammata polemica era anche rivolta contro la Chiesa secolare dell'epoca, il cui clero ed episcopato era non raramente dedito alla pratica della simonia e lontano dai principi del Vangelo. Desideroso quindi di allontanarsi da tale situazione, dare un contributo al ripristino dell'originario spirito della regola di S. Benedetto, e richiamare la Chiesa al rispetto del messaggio evangelico, Giovanni Gualberto raggiunse i folti boschi del Pratomagno, dove, in località Vallombrosa fondò una piccola comunità monastica, riunita sotto il rigoroso rispetto della Regola benedettina. Dopo pochi anni il nuovo Ordine di Vallombrosa conobbe un notevole sviluppo e si distinse sempre di più nel proprio impegno nella riforma della vita della Chiesa.

RazzuoloNel 1035, un anno dopo aver fondato l'abbazia di S. Pietro a Moscheta, il santo, nel luogo posto lungo l'antica via Faentina donatogli da Ottaviano degli Ubaldini, istituì il monastero di S. Paolo a Razzuolo, alla cui guida pose uno dei suoi primi discepoli, l'abate Teuzone.

Nel corso dei secoli l'abbazia, che doveva possedere anche un ospizio per dar riparo e riposo ai viandanti che affrontavano (o avevano appena affrontato) il non facile valico appenninico della Colla, acquisì una notevole rilevanza, per poi conoscere un lungo periodo di decadenza nei secoli successivi, fino alla sua soppressione definitiva nel 1785. Nei decenni successivi l'abbazia e la sua chiesa subirono notevoli rifacimenti, fino alla pressoché completa distruzione nel XIX secolo della zona absidale e del transetto allo scopo di trovare spazio per far passare il nuovo tracciato stradale verso il passo appenninico. Ulteriori gravi danni furono inferti da una potente esplosione accaduta durante la Seconda Guerra Mondiale. Il restauro intervenuto nel secondo dopoguerra ha recuperato le strutture antiche della chiesa, che risultano, soprattutto all'interno, ancora ben osservabili.

Attualmente la badia si presenta con la facciata a due spioventi ed affacciata sulla strada faentina, e fu eretta nel XIX secolo in luogo e nel punto esatto in cui la navata si innestava col transetto distrutto. Il risultato fu il rovesciamento dell'ingresso della chiesa col conseguente tamponamento della porta originale, la cui presenza è tuttavia ancora chiaramente leggibile dall'esterno. Malgrado che la chiesa sia attualmente costituita da una semplice aula rettangolare, tuttavia è ancora possibile leggere nelle strutture rimaste l'antica articolazione planimetrica a croce latina ed a navata unica, secondo il tipico schema delle chiese vallombrosane, che richiama simbolicamente la croce di Cristo. L'abside semicircolare, che doveva certamente essere presente è purtroppo completamente scomparsa, così come la cripta che, si può supporre, si trovava più o meno sul luogo dell'attuale ingresso. Altra perfetta coincidenza dei caratteri stilistici della chiesa di Razzuolo con la spiritualità e l'architettura vallombrosana è costituita dalla totale assenza di elementi decorativi e dalla austerità ed essenzialità delle linee e dell'articolazione strutturale. L'interno, edificato con piccole e piuttosto irregolari bozze in pietra serena, mantiene una notevole suggestione nelle sue semplicissime linee (addirittura ulteriormente semplificate rispetto alla situazione originale dalle già ricordate distruzioni) e nella bellezza della lavorazione delle piccole bozze di pietra.

In una stanza della sagrestia è conservata una antica e piccola lapide marmorea che reca l'iscrizione: HIC REQ(UI)ESCIT / BERTA MATER / JOH(ANN)IS QUI VA/GITTO VOCAT(UR) / IN PACE AM(EN). Secondo la tradizione si tratterebbe della lapide sepolcrale della madre di S. Giovanni Gualberto, mentre secondo altri studiosi (Casini) saremmo in presenza della lastra sepolcrale di alcuni benefattori della badia.

Di interesse sono anche le rimanenti strutture della abbazia, notevolmente rimaneggiate e modificate, ma ancora leggibili in alcune sue parti, che meriterebbero comunque un tempestivo intervento di restauro che ne recuperasse il più possibile gli elementi superstiti.

Da un punto di vista cronologico il paramento murario sembra indurre a ritenere che l'abbazia e la sua chiesa siano state erette nella seconda metà dell'XI secolo, venendo quindi a costituire uno degli edifici medievali più anrtichi della nostra terra.

L'abbazia di Crespino sul LamonePercorsi alcuni chilometri della strada Faentina e superato il passo della Colla si scende fino a Crespino sul Lamone, centro abitato che, come per Razzuolo, con tutta probabilità, deve la sua nascita alla Abbazia vallombrosana di S. Maria, anche se secondo alcuni l'abbazia vallombrosana non sarebbe stata fondata ex novo, ma sarebbe subentrata ad un preesistente edificio monastico.

Fondata forse nel 1048, la prima notizia documentaria dell'abbazia di S. Maria a Crespino risale all'anno 1097, quando un documento ricorda che l'abate della non lontana abbazia di S. Reparata cede all'abate di Crespino la chiesa di S. Eufemia. Nel 1160, a testimonianza della sua notevole importanza, l'abbazia è ricordata in un privilegio dell'Imperatore Federico Barbarossa che le concede l'esenzione dai feudatari locali e la sottomette direttamente all'autorità imperiale. L'abbazia è ulteriormente ricordata in una bolla di papa Lucio III (1183) ed in un'altra di papa Innocenzo I (1207). Nel XIII secolo la Abbazia di Crespino conobbe probabilmente il periodo di massimo splendore, tanto che tra i suoi figli è ricordato un beato Alberto (morto nel 1270) e intorno al 1256 al suo interno vestì l'abito vallombrosano la Beata Umiltà di Faenza, fondatrice del Monastero delle donne di Faenza a Firenze (che sorgeva presso la fiorentina via Faenza). Ben presto anche per l'abbazia crespinese ebbero inizio i giorni della decadenza, che si protrassero fino alla sua definitiva soppressione. Successivamente la chiesa fu trasformata in parrocchia.

L'aspetto attuale della chiesa, con pianta a croce latina e facciata a capanna, sembra mantenere il perimetro dell'edificio antico, malgrado importanti rifacimenti intervenuti nel corso dei secoli. Tuttavia alcuni importanti brani del rivestimento murario, che appare costituito da regolari e grandi bozze di arenaria, sono visibili all'esterno e sul lato sinistro della navata della chiesa (quest'ultimo emerse nel corso degli ultimi restauri). Sembra risalire ad un intervento posteriore, forse riconducibile all'epoca gotica, tutta la zona absidale con gli archi e la scarsella quadrangolare. Il campanile merlato fu eretto nel 1919 per desiderio del parroco don Luigi Trioschi, che nel luglio 1944 fu tra le vittime del tragico eccidio perpetrato dai Nazisti a pochi metri di distanza dalla chiesa.

Tra le opere che l'abbazia custodisce spicca per importanza, collocato sull'altare del braccio destro del piccolo transetto, una pala d'altare cuspidata raffigurante la Madonna in trono col Bambino e due angeli. L'opera, mancante di gran parte della zona centrale per l'inserzione, da parte dei monaci vallombrosani, è attribuita al pittore Jacopo del Casentino (1297-1358), uno dei più acuti e sensibili interpreti della cosiddetta "tendenza miniaturistica" della pittura fiorentina del XIV secolo. Tale tendenza, pur prendendo le mosse dall'insegnamento di Giotto, preferisce accostarsi anche al gusto raffinato ed elegante appartenente alla scuola senese. Di particolare interesse risulta anche l'iscrizione originale leggibile in basso con la data di esecuzione del dipinto: 1342.

Sull'altare opposto si trova un altro interessante dipinto, risalente alla fine del Cinquecento e raffigurante la Resurrezione di Cristo con i santi Antonio Abate e Giovanni Gualberto. L'opera, di buona qualità, mostra i caratteri della pittura fiorentina della fine del XVI secolo e presenta, oltre al santo fondatore dell'Ordine vallombrosano, anche la figura di S. Antonio, non solo ritenuto uno dei padri del Monachesimo, ma anche tradizionalmente venerato nelle campagne come protettore degli animali e dei raccolti.

Su quello che una volta era il chiostro dell'abbazia si affaccia una finestra la cui architrave è stata composta con un frammento lapideo decorato con motivi simbolici a rilievo (rosette e chiavi ?), che, potrebbe anche risalire alla chiesa esistente prima della venuta dei vallombrosani.

A giudicare dai resti più antichi del paramento murario si potrebbe datare la costruzione, o ricostruzione, dell'abbazia almeno alla metà del XII secolo, circostanza che sembrerebbe avvalorare l'ipotesi secondo la quale i vallombrosani, presenti a Crespino fin dalla metà circa dell'XI secolo abbiano all'inizio utilizzato una chiesa preesistente, per poi procedere successivamente alla ricostruzione dell'edificio.

Marco Pinelli

© il filo, gennaio 1999

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