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DIBATTITI - UN INTERVENTO DI CARLO ADINI

Sappiamo accettare 
strade diverse?

Caro direttore, ho scritto queste riflessioni sui temi che scaturiscono dall'articolo di Giampiero Giampieri e che a mio parere dovrebbero innescare una riflessione a più voci. Spero di non aver preso troppo spazio. Grazie e buon lavoro.

L'articolo "Chiesa, lavoro d'equipe. Attenzione al rischio del clericalismo" sul numero di marzo, mi è parso interessante soprattutto per l'accezione che Giampieri dà al termine clericalismo: una specie di sudditanza psicologica del laico cattolico come conseguenza di un potere condizionante dei preti e della gerarchia ecclesiastica anche in ambiti propri dei laici. Ne scaturisce a mio parere una prima domanda: quale coscienza personale ed ecclesiale hanno di se stessi i laici cristiani? Il tema è assai stimolante e meriterebbe una riflessione la più attenta e la più ampia possibile. Ecco intanto un mio piccolo contributo con la speranza che non resti isolato. Sui laici (cristiani non appartenenti alla gerarchia ecclesiastica) già il Concilio diceva: "A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore". (Lumen Gentium n. 31: Natura e missione dei Laici).L'autonomia dei laici relativamente a "tutte le cose temporali" è quindi indiscutibilmente affermata. Perché allora spesso non viene esercitata nella pratica? Perché questa "libertà condizionata"? Cercare di rispondere a questi e molti altri perché è, secondo me, un dovere cui nessuno dovrebbe sottrarsi. Anzi, se si riuscisse a mettere insieme e confrontare le varie risposte faremmo tutti dei passi avanti. Perché rispondere a queste domande vuol dire anche, e soprattutto, fare consapevolmente le proprie scelte di vita nella società e nella chiesa e assumersene in pieno la responsabilità.Occorre però una condizione preliminare: accettare che queste risposte, fermo restando l'ancoraggio al Vangelo di Gesù e all'insegnamento della Chiesa, possano essere diverse fra loro e che siano diverse le conseguenti scelte concrete; e va da sé che saranno autentiche solo se pagate di persona. Già questo sarebbe un enorme passo avanti. Perché, allora sì, il laico "rischia in proprio". Perché diventa più maturo e responsabile se quel che fa non lo verifica solo rispetto all'approvazione del prete, ma rispetto all'aderenza o meno a ben altri riferimenti. Ecco però una prima difficoltà. Siamo davvero disposti ad accettare che ci siano strade diverse? Siamo disposti a riconoscere la buona volontà o almeno la buona fede in chi fa altre scelte? La mia esperienza mi dice che già questo è uno scoglio abbastanza grosso. Che va però assolutamente rimosso prima di cominciare il cammino. Perché se si crede che l'unica scelta e l'unica strada giusta sia la propria, allora sì che siamo "clericali". Ci stiamo cioè sostituendo ai chierici; siamo noi a dare approvazioni o patenti di liceità. E si ritorna al punto di partenza. A un "clericalismo" assai peggiore del primo. L'idea di chiesa che ebbe il grande architetto Michelucci di fronte alla tomba di Don Milani, è bellissima e molto istruttiva: un cerchio perfetto formato dalle nostre pietre. Ma che costruzione sarebbe se le pietre fossero tutte uguali?

CARLO ADINI - BORGO SAN LORENZO © il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile-maggio 2001

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