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il filo del paradiso

Don Carlo Cappi ricorda Albertina Bulletti

L’Albertina... il parroco        di San Giovanni in Petroio

Esterno di San Giovanni in Petroio Don Carlo Cappi, quand’era parroco a Galliano, aveva preso l’abitudine di redigere un “fogliolino” di notizie parrocchiali, che inviava anche e-mail. Trasferitosi nel Bergamasco, a Santo Stefano di Carobbio, non ha perso la buona abitudine, e invia le sue notizie anche agli amici mugellani. E qualche volta, nei suoi scritti, ci sono ancora “pezzi” di Mugello. Come questo, molto bello. Che proponiamo ai nostri lettori.

 Nel 2004 l’Arcivescovo di Firenze mi nominò “Amministratore parrocchiale con tutti i diritti e doveri del parroco” della Parrocchia di S. Giovanni Battista al Lago, adiacente a quella di Galliano in cui ero dal 1989

Interno di San Giovanni in PetroioUna strana parrocchia inventata nel 1986 mettendo insieme quattro antiche parrocchie ormai quasi disabitate e prive di parroco. La stranezza è nel fatto che la parrocchia non ha nessuna chiesa nè altro: le quattro chiese di un tempo sono in cattivo stato e di proprietà altrui. Chiese antiche, belle, ricche di storia, e forse anche di opere d’arte e di documenti di cui però non c’è quasi più traccia.

In una di queste, ex “S. Giovanni in Petroio” la più antica, la più bella e la più isolata, abitava “L’Albertina”.

 C’era arrivata giovanissima, prima della guerra: rimasta orfana dei genitori era stata accolta dallo zio parroco ed era stata sua fedele collaboratrice fino alla sua morte nel 1989.

Morto la zio e azzerata la parrocchia era rimasta in una casuccia vicina alla chiesa e continuava a prendersi cura della chiesa, ormai vuota di gente e di tutto e del piccolo cimitero adiacente, e fino a qualche anno fa non temeva di salire sul tetto ad aggiustare qualche tegola; ci teneva che la chiesa fosse circondata dai fiori, li piantava e difendeva dagli attacchi dell’istrice e dei turisti di passaggio, e aiutava i pochi che avevano bisogno di qualche “pratica” religiosa: battesimi, certificati e via dicendo, tanto che qualcuno l’aveva scherzosamente soprannominata “il parroco di S. Giovanni” (ma era meglio non farsi sentire, perché allora si arrabbiava davvero!).

Interno di San Giovanni in PetroioDa giovane (era nata a Vicchio nel 1920, è morta a San Carlo il 7 settembre scorso) era una bella donna, alta, di bei tratti e di portamento altero; aiutava il parroco non solo nelle faccende domestiche, ma anche nella pastorale organizzando il catechismo dei piccoli, il coro (di una certa fama nella zona), le processioni e le feste, e teneva i contatti con la gente girando a cavallo per le case sparse nella campagna e nei boschi. Durante la guerra, quando i tedeschi avevano occupato la canonica (siamo vicini alla “linea gotica”), era riuscita a salvare un po’ di cibo per sé e per la gente nascondendolo con accortezza e in un momento particolarmente pericoloso era riuscita anche a distogliere gli occupanti dal proposito di una micidiale rappresaglia sulla popolazione. Si era così meritato il rispetto e la stima anche della truppa tedesca, tanto che al momento della ritirata l’ufficiale tedesco le regalò il suo cavallo (mangiato poco dopo dai partigiani e dalla gente affamata).

 Un bel tipo, insomma, un carattere forte e sano fino all’ultimo. Non aveva digerito il fatto che la “sua” chiesa fosse stata ridotta così e non mancava di dirlo forte e chiaro quando si presentava l’occasione, fosse perfino il Cardinale di Firenze.

Quando l’ho conosciuta era una vecchina incurvata dalle malattie (cancro, flebite e chissà quant’altro) e sempre piena di dolori, ma sempre pronta a rispondere a chi la chiamava. E’ stato per me un grande onore averla conosciuta ed essere ricevuto in casa sua, cosa del tutto eccezionale perché era molto riservata, e ascoltare accanto al fuoco del camino (unico riscaldamento) le sue storie.

 Non è usuale che in un “notiziario parrocchiale”, come ha la presunzione di essere questo foglio, si parli di una persona così piccola agli occhi del mondo, che ha passato la vita a servire: il prete, la parrocchia, la gente intorno, senza nessun risultato. Il prete è morto, la chiesa ha chiuso i battenti, la parrocchia non c’è più, la gente a cui aveva fatto il catechismo, per i cui matrimoni e aveva addobbato la chiesa, dei cui morti aveva curato il cimitero, in gran parte se ne è andata per lasciare il posto a nuovi e sconosciuti abitanti delle case contadine “ristrutturate”.

Eppure è importante che non se ne perda il ricordo e la testimonianza di fedeltà e di cura. Non credo abbia mai pensato a sé, e sicuramente le beatitudini le ha praticate tutte, con semplicità e talvolta con ruvidezza.

 Nel giorno del “Grande Ribaltone” quando finalmente il Signore metterà le cose a posto e ”gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi” (Mt 20,16) l’Albertina sarà là, in prima fila, ad aspettarci per accompagnarci nella Chiesa celeste.

 

 don Carlo Cappi

 Foto di Massimo Certini

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, ottobre 2008

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