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La copertina di questo mese
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Società e lavoro

CANTIERI DELL’ALTA VELOCITA’ TRA ALCOL, DISAGIO E ISOLAMENTO

Una ricerca sulle condizioni dei lavoratori 
e sui rapporti con la comunità mugellana

Un paio di settimane fa a Borgo San Lorenzo si è tenuto un seminario nazionale, sul tema “Lavoro, disagio e rischio alcol nei cantieri dell’alta velocità”, nell’ambito dell’iniziativa del Progetto Euridice “Un programma di prevenzione delle tossicodipendenze nei luoghi di lavoro” realizzato dalla Cooperativa di Studio e Ricerca Sociale Marcella. Pubblichiamo qui alcuni brani significativi da due relazioni presentate durante l’iniziativa. 

Da una parte le ricerche effettuate –ben fatte- “fotografano” una situazione di evidente disagio all’interno dei cantieri, che sfocia, in alcuni casi, anche nell’alcolismo. Dall’altra si evidenzia il grado di integrazione, o meglio di non-integrazione, tra lavoratori e comunità locale.

Non si pensi però che l’alcol nei cantieri dell’alta velocità sia legato esclusivamente alle difficili condizioni su quei luoghi di lavoro. I cantieri non sono lager, qualche accorgimento le imprese hanno cercato di adottarlo per migliorare la vivibilità, anche se alcune pecche vi sono sicuramente state. Semmai la ricerca mostra un problema alcolismo che purtroppo non è certo esclusiva dei lavori duri nelle gallerie, ma è senz’altro diffuso in tutte le realtà sociali. Non poteva dunque non esservi anche nei cantieri dell’alta velocità.

Ciò che colpisce, nella ricerca, non è  il fenomeno dell’alcolismo di per sé, quanto l’atmosfera di tristezza e di solitudine che sembra pervadere la vita nei cantieri.

Qui si situa l’altro aspetto affrontato nell’iniziativa: quello del rapporto tra i lavoratori e la comunità del Mugello. Un rapporto che più che difficile pare essere stato quasi del tutto assente.

Non era certo facile interagire: i ritmi di lavoro, la stanchezza, la conformazione e la localizzazione dei “villaggi” da una parte, la diffidenza o l’indifferenza dall’altra, hanno costituito un muro tra le due parti. Ma certo, leggendo le ricerche, viene da domandarsi se davvero sia stato fatto tutto il possibile, da parte delle istituzioni locali, dell’associazionismo, delle parrocchie, per cercare rapporti di maggiore vicinanza, di scambio, di sostegno e di aiuto.

Il fatto che solo a distanza di quasi 7 anni dall’avvio dei lavori, i rappresentanti dei nostri comuni stiano ancora discutendo del problema del trasporto pubblico tra campi base e paesi del Mugello la dice lunga; così come non basta certo una cartina, qualche film e una statua al minatore eretta in un paese della Calabria, per parlare di integrazione sociale.

Se qualche errore e sottovalutazione vi sono stati se ne faccia almeno tesoro per la prossima, analoga esperienza, della variante di valico.


Flash di vita quotidiana nei cantieri dell’Alta Velocità

CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO

Campo base Tav al Carlone - Vaglia(...) La percentuale di assenteismo, ci è stato riferito, si aggirerebbe intorno al 14-15%, ed arriva anche al 24-25% nei periodi precedenti o successivi alle festività. Tutti confermano, comunque, che vi è molto assenteismo: “Squadre che dovrebbero essere di nove persone, sono quasi sempre di quattro”.

C’è chi spiega il notevole assenteismo con il disagio diffuso tra i lavoratori.

Vi è una abitudine alla mobilità, che favorisce un massiccio turn over, verso altri cantieri in cui si è meglio retribuiti, anche per cifre non di molto superiori a quelle che si percepiscono. Approssimativamente si può dire che il 10-15% del personale è costantemente in sostituzione.

L’aspetto del reclutamento aumenta il potere dei “capi” sugli operai a causa di una sorta di debito di riconoscenza, accresciuto magari anche dalla assunzione di familiari e parenti. Si tratta di un potere gestito in modo paternalista, in cui si affrontano anche eventuali problemi personali che affliggono i lavoratori, consentendo il radicarsi di un potere dovuto ai favori ed agli aiuti che si sono concessi. In ogni caso l’aspetto fondamentale che interessa ai capi è la produttività.

Durante un’assemblea già nel 1997 un operaio ebbe a dichiarare: “Si rischia grosso, ma mica per colpa dell’azienda, che i soldi per la sicurezza li ha spesi e anche tanti. Il guasto è nella testa di chi ci comanda, i preposti, gli assistenti, i capisquadra che stanno sotto pressione per andare veloci, per fare presto, per pigliare i soldi dell’avanzamento” e ancora “gli straordinari non si contano più. Mica tutti c’hanno il coraggio come me di dire ‘no, io questo non lo fo’”.

ISOLAMENTO

Il Club non sembra essere un luogo significativo rispetto alla socializzazione, come risulta anche dalla ricerca effettuata nei campi del versante emiliano, risulta, infatti, che il Club sia usato con una certa frequenza solo dal 24,4% degli operai. “(…) La frequentazione del Club è assai limitata: solo il 6,6% degli impiegati lo frequenta sempre o abbastanza spesso per giocare con i colleghi, mentre solo il 4,4% lo frequenta regolarmente per guardare la TV”.

Lo spazio per le attività sportive è un piccolo campo di cemento, dove è possibile giocare a calcetto e a tennis. È poco frequentato perché vi sono molti lavoratori anziani, non abituati alla attività fisica. D’altra parte, dopo il turno, nel ciclo continuo, nessuno ha molta voglia di fare sport. Infine i più giovani spesso non riescono conciliare le partite con i rispettivi turni di lavoro. I campi da tennis non vengono utilizzati, perché non è uno sport praticato dagli operai.

La fatica del lavoro spiega in parte la scarsa partecipazione alla vita sociale nei campi. Tutte le volte che li abbiamo visitati, abbiamo notato pochissime persone fuori dai prefabbricati.

Tutti i campi mancano di un adeguato servizio di trasporto pubblico, che limita la possibilità, per i singoli, di poter raggiungere i paesi vicini.

Vi sono operai, soprattutto del Sud, che per risparmiare sullo stipendio ed inviare a casa più soldi possibile, non escono mai dal campo. In genere si tratta dei lavoratori più anziani. La loro vita si riduce a lavoro e pause vuote tra un turno e l’altro. Ciò alimenta la disponibilità a svolgere straordinari e, conseguentemente, la sensazione di non staccare mai dalla dimensione lavorativa.

Le condizioni di vita sono dure, perché nella organizzazione del lavoro e dei campi una persona ha poche occasioni e momenti di intimità personale. Anche l’uso della camera è condizionato dalla presenza o meno del compagno, che magari lavora in un turno diverso, e che non può essere disturbato se sta dormendo. D’altra parte avere turni sfasati comporta il vantaggio di poter riposare da soli in camera.

Tuttavia è proprio la camera il locale dove i lavoratori trascorrono la maggior parte del loro tempo.

L’ALCOL E LA TRISTEZZA

In questo contesto, l’alcol può sembrare un buon compagno di strada: “(…) perché, poi, quando uno è sconfortato che fa? Beve un bicchiere in più, per prendere un po’ d’allegria e poi torna qui nella solita tristezza – e poi piangi sotto le coperte (aggiunge un altro). Se lei si ferma qui, non vede nessuna faccia allegra. Qua, uno si dimentica di come si sorride. Se lei esce fuori a fare una passeggiata, alla mensa, che siamo tutti all’interno della mensa, difficilmente vedrà uno sorridere (altri confermano). Oppure, un sorriso di circostanza fra tutte le facce tristissime (…)”

Emerge che gli elementi che favoriscono il consumo e l’abuso di bevande alcoliche tra i lavoratori CAVET sono:

1)      la contiguità tradizionale di questa categoria di lavoratori con la cultura del bere;

2)      le occasioni di socializzazione con i colleghi mediate dal consumo di alcol, dentro e fuori i cantieri;

3)      la lontananza da casa;

4)      l’isolamento e la carenza di stimoli dovuti alla noia della vita nel campo;

5)      lo stress dovuto alle caratteristiche del lavoro (ritmi, turnazioni, faticosità);

6)      atteggiamenti di persecuzione da parte di capi o colleghi.

In particolare:

  • il 51,6% dei lavoratori Cavet in Mugello ammette di fare uso di alcolici

  • il 35,4% vorrebbe ridurre il consumo di alcol)

  • il 27,8% è di pessimo umore o si sente colpevole per il fatto di bere

  • il 21,5% beve per superare le difficoltà ed i dispiaceri di tutti i giorni

  • il 16,8% beve per superare lo stress e la fatica del lavoro

  • il 18,9% beve quando non sa come impiegare il tempo libero

  • al 28,8% capita di bere da solo

  • per il 36,1% è la lontananza dalla famiglia che spinge a bere di più

estratti dalla ricerca curata da Stefano Piovanelli,  Diana Cresti, Paolo Deluca “Cosa pensano, i dipendenti della Azienda CAVET dei cantieri dell’Alta Velocità, della dipendenza da sostanze alcoliche”


Un’integrazione difficile

Cosa succede quando arrivano e si stanziano un migliaio di lavoratori impegnati nella realizzazione dell’opera pubblica nazionale del treno ad alta velocità in un territorio quale il Mugello, fatto di paesi di piccole dimensioni, di una cultura storicamente legata alla campagna e alla montagna e di un tessuto sociale formatosi dalla mezzadria allo sviluppo di rivendicazioni di sinistra? (...)

L’avvio dei lavori per la realizzazione dell’opera è datato 10 luglio 1996 con l’inaugurazione del Cantiere Carlone nel comune di San Piero a Sieve al confine con Vaglia. Oltre alla presenza dei cantieri, si popolano di lavoratori i campi base, collocati al di fuori dei paesi veri e propri, in posizione di semi-invisibilità.  (...)

E come vive questa presenza estranea e nuova la società locale del Mugello?  (...).

Quando ancora i lavoratori non erano arrivati vi era la paura da parte dei paesi ospitanti e dei suoi principali attori di dover “reggere” il peso di questo fenomeno nuovo e sconosciuto nelle sue manifestazioni e quindi di dover rinforzare i propri servizi e prepararsi all’evento. Vi era anche il timore che fossero lavoratori extra-comunitari, ma la presenza effettiva di questi si è dimostrata  irrilevante sul totale. Queste paure sono svanite nel momento in cui il campo base divenne la soluzione: tutti o quasi tutti i servizi di cui avevano bisogno questi lavoratori erano racchiusi in questi prefabbricati e non vi erano alcun disturbo per la popolazione locale. Soluzione che risultava soddisfacente sia per CAVET e TAV che vedevano così una maggiore accettazione della realizzazione dell’opera in quanto creava meno fastidi possibili, che per le amministrazioni locali che non dovevano creare nuovi servizi o potenziarne di vecchi.

L’inizio di questa presenza è così caratterizzato da una forte invisibilità dei lavoratori (se non di una segregazione) e di una convivenza passiva tra questi e la popolazione locale dimostrata anche dal fallimento della realizzazione dell’Osservatorio sociale, che doveva servire ad integrare socialmente i lavoratori e a monitorare i rapporti con la società locale.  Leggendo il protocollo d’intesa del 1995, la delineazione dell’osservatorio sociale è molto breve e non prevede finanziamenti come per quello ambientale. La Comunità Montana oltre a realizzare una cartina del territorio per i lavoratori come segno di accoglienza, alcune iniziative legate alle manifestazioni del “cinema sotto le stelle” in collaborazione con i cantieri, peraltro di poco successo, non ha sviluppato una linea continua e strutturata in direzione dell’integrazione.

estratti da: "Mugello sotto-sopra. Alta velocità, lavoratori dei cantieri e società locale" di Simona Baldanzi

 

 © il filo, Idee e notizie dal Mugello, novembre 2003

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