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La copertina di questo mese
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IL RACCONTO DI NICOLETTA MARTIRI LAPI

QUANDO IL GRANDE CONDOTTIERO
PASSO' DAL MUGELLO

Il gatto
e l'elefante di Annibale

Quasi sicuramente il primo africano che attraversò il Mugello non era un povero vu' cumpra' ma un famoso guerriero alla testa di un formidabile esercito e si chiamava Annibale, il cartaginese.

Dopo aver passato le Alpi (grande impresa per quei tempi) perdendo uomini, cavalli ed elefanti, ed aver vinto le prime due battaglie contro i romani, traversò anche l'Appennino. Gli storici, come spesso succede, non sono d'accordo sul passo dell'Appennino che ebbe il privilegio di vedere Annibale ma i mugellani seguono il ragionamento di Lino Chini e credono fermamente che il grande condottiero sia sceso nella piana del Mugello a cavallo dell'ultimo elefante rimastogli.

Quindi è proprio nel Mugello che uno storico anonimo poco attendibile registra l'incontro tra Sirio, l'elefante di Annibale e Sempronio, il gatto della vecchia Liberta. La vecchia Liberta viveva ad Annejano, in una capannuccia fatta di fango e di frasche vicino ad un torrente.

Era mezzogiorno, di venerdì, ma la povera Liberta non riusciva a trovare l'aringa che aveva messo con cura da parte per pranzo. Cerca, cerca, l'aringa era sparita. Le venne in mente allora di guardare attentamente il suo gatto Sempronio e vide che si stava leccando baffi e zampe. Fece un urlo: "Gattaccio della malora, adesso ti sistemo per le feste!"

Poi, afferrato un ramo che serviva da scopa e da mestolo, si mise a rincorrerlo, ma il gatto, con un balzo, infilò la porta e si precipitò nella strada.

Proprio in quel momento -era destino!- arrivava, con grande strepito di trombe e tamburi, l'esercito dei soldati africani, con la faccia nera che era diventata bianca per la polvere della strada. Era una fila lunghissima di uomini e cavalli stanchi e sudati e in testa a tutti c'era il grande capo Annibale, seduto sul suo bell'elefante.

La gente di Annejano si era rintanata nelle case e sugli alberi e di lì guardava con stupore e spavento quel bestione sconosciuto.

"Alt!" ordinò Annibale. "Breve sosta per riposarsi e procurarsi i viveri." I soldati, come al solito cominciarono ad urlare, sfondare porte e trascinare sui loro carri animali da macellare, granaglie e barili di vino, nonostante che i poveri depredati si lamentassero in tutte le lingue conosciute del tempo. Poi, infilati in un bastone tutti i maialini del sor Pompeo (che da quel giorno perse l'uso della parola) li arrostirono a dovere.

Il gatto Sempronio, fuggito di casa, sentendo tutto quello strucinìo, cercò disperatamente un riparo e gli sembrò di averlo trovato tra le zampe dell'elefante.

"Ora mi arrampico su uno di questi alberi: strano, stamani non c'erano " disse. E, sfoderate le unghie, salì su per una gamba. Quando fu arrivato in cima, soffiò: "Per bacco, che albero curioso, in cima c'è una montagna". E si acciambellò sulla larga schiena della bestia.

"Chi è che mi fa il pizzicorino?" brontolò l'elefante. La gente sentì solo uno spaventoso barrito e molti svennero dalla paura. Ma il gatto non era un tipo da spaventarsi per così poco.

"Sono io, sono il gatto Sempronio, non avere paura di me, non ti faccio nulla. E tu chi sei? Non avevo mai sentito una montagna parlare."

"Non sono una montagna, piccolo ignorante, e per tua regola non ho paura di nessuno. Sono Sirio, il grande elefante del grande Annibale. Lo sto aiutando a vincere i Romani" aggiunse poi, sventolando le orecchie, pieno di orgoglio.

"Oh, come vorrei venire con te -sospirò Sempronio- sono certo che con voi c'è sempre qualcosa da mangiare, altro che da quella vecchia rimbambita della mia padrona!"

"C'è da mangiare e poi con noi non corri il rischio di annoiarti. Ci sono soldati di tutto il mondo, spagnoli, italici, celti, fenici, greci e tutti parlano lingue diverse eppure lui, il mio Signore, sa come tenerli insieme e farli vincere... Tu avessi visto che bella figura facevano i miei fratelli in battaglia... ora purtroppo sono tutti morti: alcuni sulle Alpi, altri in battaglia e gli ultimi si sono congelati quest'inverno. Sono rimasto solo: che tristezza! Ma sono forte e Lui non lo abbandonerei per nessuna ragione anche se sento la mancanza del mio cielo azzurro e caldo e delle palme in riva al mare." Così parlarono a lungo quella notte, l'elefante Sirio ed il gatto Sempronio. Poi, quando l'esercito riprese il cammino, il gatto lo seguì perchè quella era l'occasione per vedere il mondo.

Vide costruire dei ponti, vide saccheggi ed incendi, vide agguati e furiose battaglie e sempre se ne stava accoccolato sul suo amico e nessuno pensava a colpire un gatto. Dapprima era contento ma poi, piano piano divenne sempre più serio e silenzioso. Di lassù poteva capire quanto fosse crudele, assurdo ed inutile quello sbudellarsi a vicenda uomini contro uomini, dopo marce disumane nell'acqua e nel fango e attese tormentose del momento fatale in cui sarebbe scattato il segnale dell'attacco. Dopo ogni battaglia cresceva in lui il bisogno di starsene un po' in pace. Allora si allontanava insieme a Sirio, scavalcando i morti rimasti a terra e lasciando indietro i lamenti dei feriti che nessuno poteva curare. Andavano in cerca di un albero che li riparasse e lì Sempronio ascoltava i ricordi del suo amico, sempre gli stessi, sempre pieni di nostalgia per la sua terra ed i suoi fratelli.

Come finirono? Bene, perchè quando Annibale tornò in patria se li portò con sè e così i due amici vissero ancora a lungo in pace, in un recinto ombreggiato dalle palme in riva al mare, sotto il cielo azzurro e caldo. E la vecchia Liberta? Trovò un altro gatto più educato, che si accontentava delle lische e degli ossi. E Annejano? Diventò sempre più grande e bella, poi si chiamò Borgo San Lorenzo e tutti gli abitanti passando da via del Canto, si abituarono a dire: questo è il Canto dove si fermò Annibale.

Nicoletta Martiri Lapi

© il filo, novembre 1998

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