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La copertina di questo mese
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MUGELLANI DA DON POGGIALIpoggiali.jpg (13448 byte)

Anyama: dove, come, perché

Collaboro alla Redazione de "Il Grillo Parlante", Notiziario della S.M.S. Campomigliaio che, nella rubrica "Progetto Africa", segue da sempre le vicende della Missione di Anyama, pubblicando notizie, raccogliendo fondi, promuovendo adozioni scolastiche, e, tramite il nostro "animatore" Maurizio Tarchi, abbiamo sempre mantenuto regolari rapporti e frequenti contatti con don Giuliano, don Gianni e don Pasquale. Da diverso tempo si parlava con l'amico Maurizio della possibilità di andare in Costa d'Avorio, ma erano i soliti discorsi che si fanno sul piano delle ipotesi. Poi incontrai personalmente don Poggiali, sia a Borgo San Lorenzo, che a Campomigliaio e parlai con altri che erano stati a trovarlo, e la curiosità incominciò a solleticarmi. Così, quando in occasione della sua ultima visita a Borgo, don Pasquale invitò mia moglie e me a trascorrere la Pasqua ad Anyama, non ce lo facemmo dire due volte ed accettammo con entusiasmo. Poi, più il momento si avvicinava, più l'incertezza prendeva il sopravvento; finché concordammo le date e facemmo le prenotazioni: ormai era fatta!

Ero convinto, fra l'altro, che al mio ritorno avrei scritto un articolofiume sul nostro giornalino ed ora che sono tornato, con la testa ed il cuore pieni di ricordi e di emozioni, non mi sento all'altezza di questo compito ed ho paura di sciupare tutto con discorsi scontati e sicuramente inadeguati.

Sulle iniziative e le realizzazioni dei Missionari Orionini in Costa d'Avorio, di cui don Poggiali è l'ultimo anello in ordine di tempo (ma che anello...), abbiamo avuto più volte occasione di leggere ed ascoltare da voci assai più autorevoli della mia. Cronache e commenti ineccepibili e appassionati che sembravano riuscire ad immergerti in una realtà che poi, quando la vivi in prima persona, ti rendi conto che è veramente indescrivibile.

Se sono già di per sé inimmaginabili i progetti realizzati come:

- milleottocento alunni distribuiti in una ventina di classi, fra scuola materna e 'primaria" nella Missione e nei villaggi dei dintorni, con corsi serali di recupero;

- una sartoria con scuola di cucito per dare una possibilità di autonomia alle donne spesso abbandonate o schiavizzate;

- un dispensario giornaliero con ambulatorio oculistico;

- un noviziato per seminaristi ivoriani; il tutto in ambienti ampi e confortevoli, igienicamente curati, appositamente costruiti e con al centro la nuova chiesa, ancora in costruzione, un'ardita struttura capace di oltre duemilacinquecento persone (e durante le celebrazioni pasquali molta gente è rimasta fuori); un giudizio anche approssimativo è possibile solo se puoi entrarci dentro e viverci anche per poco.

Ma più che il "cosa" stupisce il "dove" e il "come" e ci si domanda il "perché".

Subito fuori della Missione (un'oasi di "vita" al centro di una realtà per noi allucinante) è come un salto nel tempo, indietro di qualche secolo.

Mentre nei villaggi, paragonabili alle nostre frazioni, il numero limitato di abitanti e la diretta responsabilità del Capovillaggio consentono uno sviluppo ordinato e un tenore di vita decoroso se pur modesto, nel capoluogo tutto questo è pura utopia. Anyama, sia per la densità di popolazione che per la latitanza della Pubblica Amministrazione, in pratica è solo un enorme mercato, un unico "suq", una kasbah brulicante di migliaia di persone dedite all'inerzia assoluta o alle più svariate attività svolte con ritmi per noi inconcepibili, con le poche fogne a cielo aperto e le discariche nel centro abitato (malgrado ciò le persone si presentano tutte con molto decoro e pulizia).

Abidjan, a soli venti chilometri, è una vera e propria metropoli dove sarebbe stato facile trovare anche imprese e artigiani specializzati che avrebbero sicuramente fornito maggiori garanzie, ma i nostri missionari hanno preferito rischiare con la mano d'opera locale non solo per motivi economici ma soprattutto per offrire una gran quantità di occasioni di lavoro alla gente del posto: la "loro" gente, a qualunque religione appartenga.

Ma non è solo un problema economico: in qualche modo la gente si arrangia e si contenta del poco che ha per vivere più o meno decorosamente. Qualche raro mendicante l'abbiamo visto solo in occasione della grande festa musulmana del "Mouton" che rievoca il sacrificio compiuto da Abramo dopo aver avuto risparmiata la vita del figlio Isacco, per il resto nessuno che ti chiede un compenso per una foto scattata o per un servizio reso (come invece succede in certe nostre regioni). E non è neppure questione di mentalità o, come si suol dire, di latitudine: è una cultura. Una cultura che fa a cazzotti con la nostra. Una cultura millenaria che non si può pretendere di modificare in un giomo o in un anno e neppure in dieci o cento anni. E non sono sicuro neppure fino a che punto sia giusto pretendere di cambiarla se non fosse per tutti i rischi che ne derivano, specialmente per la salute. Infatti qui, più che la miseria, si cerca di combattere l'ignoranza e l'assenza delle più elementari precauzioni igienicosanitarie.

Per questo la scuola che opera sui bambini sin da piccoli, insegnando loro a leggere e a scrivere ma anche e soprattutto l'igiene personale e collettiva (I'educazione religiosa passa in secondo piano e molti alunni non provengono neppure da famiglie cattoliche). Per questo il dispensario delle Piccole Suore della Carità, con decine e decine di pazienti ogni giorno, per curare malaria, infezioni, ecc. ma anche per insegnare come divezzare un bambino e somministrare farmaci.

Se questo è l'aspetto "sociale" della nostra esperienza, non posso e non voglio tralasciare il lato emotivo.

In primo luogo l'accoglienza alla Missione da parte di don Pasquale, don Lorenzo, i seminaristi e tutti i collaboratori, la loro pazienza per il nostro francese (?) e la comprensione per il naturale impaccio dei primi giorni nei confronti delle loro abitudini.

Poi la grande cordialità della gente, anche fuori della Missione.

Eravamo gli unici bianchi su una popolazione di circa settantamila abitanti e perciò facilmente riconoscibili, e i primi giorni è stato tutto uno stringere mani di sconosciuti che ci auguravano sorridendo il loro festoso "bien arrivé". Come pure i bambini (tutti bellissimi) in occasione della nostra visita alla scuola, che poi hanno continuato a cercarci per farci festa ed essere fotografati o ripresi con la telecamera.

E i suoni della sera: le prove di canto delle corali, I'invito alla preghiera del muezzin, la campanina lontana della chiesa evangelica e poi il silenzio profondo della notte.

Il fascino delle cerimonie della Settimana Santa che, al di là di ogni sentimento religioso, in alcuni momenti si trasformano in un vero e proprio show per costumi, canti e danze che coinvolgono tutti e si protraggono per ore.

Infine, ma solo per concludere, la grande disponibilità di don Poggiali che, malgrado i pressanti impegni liturgici che in quei giorni si aggiungevano alle fatiche quotidiane, ha trovato il tempo per portarci, quasi per mano, oltre che nelle parrocchie dove si recava per impegni pastorali, anche in puntate turistiche ad Abidjan, sulle rive dell'Atlantico, in laguna.

Anche se lo shock iniziale, non lo nego, è stato forte, più il tempo passa e più emergono e prevalgono ricordi e sensazioni struggenti ma gradevoli.

Grazie Pasquale!

Piero Salvadori

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, giugno 1999
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