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La copertina di questo mese
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GLI ARTICOLI

ARTE E STORIA LOCALE

IL POPOLO DI SAN BAVELLO
E LA SUA PIEVE

Un mugnaio, un oste, un segantino, uno scalpellino; un lembo di terra naturalmente integro che sembra voler conservare con tenacia cultura e tradizioni antiche che si perdono nella notte dei tempi.

Il silenzio quasi irreale rotto a tratti dal brontolio insistente del Godenzo, l’amenità dei boschi vecchi di querce e faggi, i pendii scoscesi che costringono le case accanto la forlivese per il Muraglione, relegano San Bavello a zona di passaggio, quasi ignorata dal viandante che salendo da Dicomano verso l’Alpe, è attratto da vicende storiche più note proprie del borgo di San Godenzo o del Castagno d’Andrea.

Eppure proprio in San Bavello, i Guidi, tracotanti usurpatori medievali della parte orientale del Mugello, avevano stabilito uno dei feudi più vasti e potenti della loro dinastia, rafforzato nel 1191 da un diploma di Arrigo VI che assegnava loro la possente rocca di San Bavello. Solo un secolo e mezzo dopo, il 15 aprile del 1341, questa possente fortificazione sarà rasa al suolo dalla Repubblica Fiorentina, decisa a ricacciare in Romagna l’usurpatore longobardo e a riacquistare così il potere anche sui popoli più remoti del piviere come Santa Maria a Ficciana e San Niccolò a Casale.

Pochi resti di pietrame squadrato affioranti dal terreno boschivo, testimoniano oggi la presenza di questa rocca posta sul poggio di Santa Lucia e dell’oratorio omonimo costruito all’interno dell’antica cinta muraria, ricordato ora da una piccola e suggestiva cappella edificata dai Del Campana accanto alla prima, verso la fine del 1700.

Il periodo successivo la caduta del castello, vide il popolo di San Bavello impegnato nell’esigua difesa del proprio territorio, minacciato dall’esercito milanese di Oleggio Visconti, che tentava l’accesso alla valle proprio dal giogo dell’Alpe di San Godenzo.

In compenso per questa estenuante e valorosa difesa, fu riconosciuta dalla Repubblica Fiorentina, l’esenzione per tre anni dal pagamento di pubbliche gabelle; ma soprattutto era risparmiata al saccheggio la superba, splendida chiesa plebana di San Babila, intitolata al tredicesimo successore di Pietro nonché Vescovo e Patriarca di Antiochia.  Protetta a nord dal poggio di Santa Lucia ed in fronte dal poggio di Montica, la pieve occupa un piccolo promontorio posto in riva destra del Godenzo, raggiungibile da una ripida stradella celata dalle case appena superata l’agile ed elegante sagoma del Ponte alla Massa.

Se ne ha notizia fin dal 1091 in un diploma di Enrico IV, anche se bolle di Pasquale II nel 1102 e di Innocenzo II nel 1134, la ricordano per l’annessione alla diocesi di Fiesole alla quale appartiene ancor oggi.

Suggestiva e ricca di fascino la tradizione popolare, appesa all’esile margine che divide storia e leggenda e attesta la nascita della pieve attorno al 1070 per opera della Contessa Matilde, la quale la volle edificare per devozione propria, facendo celare al suo interno un ingente tesoro di quarantamila scudi, con verghe e moneto d’oro, racchiusi in una cassa coperta da lastre di piombo e posta ad una profondità di circa due metri, proprio alla base dell’Altar Maggiore, sotto il gradino più alto.

Originariamente coperto a capriate, l’interno presentava tre navate divise da sette arcate contigue, i cui pilastri quadrangolari rappresentavano gli unici particolari intonacati dell’edificio.

Ben cinque altari ornavano le pareti interne in bel filaretto non sempre regolare che diventava minuto nella parte alta delle mura.

La facciata con portale quattrocentesco e dall’aspetto vagamente gotico, era arricchita da due monofore laterali, mentre la torre campanaria inspiegabilmente incompiuta, era sormontata da un campaniletto a vela con copertura semicircolare. Una delle tre campane recava il nome Conte Guidi da Battifolle, ulteriore testimonianza della presenza longobarda nella zona.

L’architetto Luigi del Moro vi pose la sua opera di restauro già nel 1898, conservando egregiamente la struttura originaria.

Il 29 giugno del 1919, una fortissima scossa tellurica devastava l’intero Mugello ed anche San Babila venne quasi completamente distrutta come testimoniano alcune immagini conservate in sacrestia. Tra il 1920 ed il 1924, la pieve viene praticamente ricostruita ed oggi compare molto diversa dal suo aspetto iniziale, anche se sembrano conservati pianta e relativi schemi strutturali.

Pochi resti della muratura originale sono visibili esternamente, nella parte absidale dell’edificio e anche la torre campanaria conserva elementi attinenti il parametro autentico.

Nell’interno mancano ora due degli altari che ornavano le pareti laterali e sono scomparse le suggestive arcate a tuttosesto tipiche dello stile romanico, che dividevano l’aula in tre navate.

Con l’inizio del nuovo secolo, erano indispensabili ulteriori interventi di restauro che si sono succeduti nei primi anni del duemila ed hanno interessato principalmente alcuni locali della canonica, ma soprattutto la sistemazione del tetto della chiesa e la travatura attinente, ora godibile nella sua spartana bellezza. Anche l’illuminazione interna è stata rivista seguendo quei canoni tipici dei bracieri a saliscendi adottati in epoca medievale, restituendoci intatta quell’atmosfera dal fascino autentico gratuitamente concessa dalla solennità e suggestione del romanico puro.

Un restauro quest’ultimo tenacemente voluto dal custode spirituale della pieve Don Bruno Brezzi, che già aveva posto le sue amorevoli cure in altri edifici sacri della zona, come Ficciana, San Giorgio a Petrognano, Santa Maria all’Eremo, l’Oratorio della Beata Vergine Maria a Castagno e San Niccolò a Casale, parrocchia ove attualmente esercita il suo mandato pastorale.

In un’era in cui compare sempre più marcato il desiderio di egoismo ed affermazione personale, fa piacere sottolineare come l’opera instancabile di questo personaggio abbia permesso a tutti di ammirare ed apprezzare la bellezza di questa chiesa un po’ dimenticata, e soprattutto abbia offerto al popolo di San Bavello una nuova opportunità di aggregazione sociale attorno al proprio luogo di ritrovo e di culto; opportunità che si sviluppa e cresce con la nascita dell’Associazione culturale “La Pieve”, avvenuta nel 2003 al termine dei lavori di restauro sostenuti dagli enti proposti e da tutta la popolazione.

Costantemente impegnata nella valorizzazione massima dell’edificio e nella promozione d’ideali associativi, quest’aggregazione guidata dal suo presidente, Fabio Pignotti, ha offerto fin dall’inizio, attività ricreative di rispetto; ma soprattutto ha intrapreso un cammino culturale di notevole livello, proponendo eventi musicali e canori tutti rappresentati all’interno della pieve, le cui particolari caratteristiche di acustica, hanno sempre ingigantito doti ed abilità artistiche degli interpreti che qui si sono esibiti.

Giunta alla terza edizione, questa”rassegna guida” intitolata “Corde tese tra cielo e terra”, quest’anno ha visto l’esecuzione di concerti corali attraverso la tradizione popolare, il canto sacro gregoriano ed il gossip, egregiamente rappresentati da gruppi canori come “La Martinella” di Firenze, la Corale “Mons. Sessa” di Rufina e dal gruppo “Blak and White”.

Al cospetto di tanto impegno ed entusiasmo creativo e sociale che prevede anche l’organizzazione di manifestazioni sportive e ricreative, non può che andare il plauso di tutti, con l’invito a perseverare e garantire a chi ne abbia il desiderio di godere ancora a lungo di quest’opera architettonica di rara bellezza, tassello insostituibile di quel mosaico artistico e straordinario che costituisce il Mugello.

      

                                                                                                   Massimo Certini

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, giugno 2006

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