Arte sacra, guida ancora attuale
La
storia medievale della diocesi di Firenze ha nelle testimonianze di arredo
liturgico di alcune pievi mugellane esempi significativi che ci possono aiutare
a recuperare valori dello spirito che travalicano superficiali valutazioni,
frutto di schemi di matrice post-illuministica, per recuperare i contenuti
originari, che sono addirittura unici rispetto alle altre diocesi toscane.
Sarà bene dare evidenza e prendere coscienza di come i nostri giudizi in ambito
di arte ed espressività spirituale sono fortemente ‘inquinati’ in primo luogo da
una radice culturale razionalista, quindi da un’educazione estetica neoclassica:
tutti retaggi che ostacolano una corretta lettura delle manifestazioni
precedenti il XVIII secolo.
Riflettere
su questi oggetti di arredo liturgico e sulla loro funzione, ma anche sulla
funzione dei ‘segni’ che essi riportano ci aiuterà a capire che, per secoli, le
categorie che crea la nostra mente erano almeno assai più elastiche e
comunicabili tra loro.
Gli oggetti di cui stiamo parlando furono realizzati tra l’inizio e la fine del
XII secolo. Si tratta di elementi fondamentali nell’ambito della liturgia
cristiana, dal momento in cui costituiscono il luogo e lo strumento sia per
l’amministrazione del sacramento iniziatico qual
è il battesimo (dunque nei fonti battesimali), sia per la lettura della Sacra
Scrittura (nei pulpiti) e, solo in pochi casi, quale suddivisione tra l’area
presbiteriale e quella riservata ai fedeli.
I caratteri decorativi che accomunano questi elementi sono riconducibili
interamente al filone storico-artistico che viene impropriamente definito ‘romanico
fiorentino’
e che si manifesta attraverso motivi simbolici intarsiati, per lo più con pietra
verde di Prato - il cosiddetto
serpentino,
estratto dalle coste del Monte Ferrato - vuoi sul marmo bianco di Carrara ma
anche sulla pietra calcarea o alberese, disponibile nei territori di Barberino,
San Piero e Scarperia..
Al
di là della tecnica e dei materiali compositivi, ciò che è tipico di questo
filone sono i caratteri espressivi, che si manifestano attraverso motivi
simbolici, spesso inseriti in un contesto di essenziale valore geometrico. Ciò,
come avviene in ogni fenomeno espressivo, lo si ebbe soprattutto nelle opere del
primo periodo, quelle che vanno dall’inizio alla metà del XII secolo.
Successivamente, ciò che era essenza e profondità espressiva lasciò gradualmente
il campo a forme sempre più decorative, ‘fiorite’, che si allontanarono dai
contenuti sobri e assoluti degli esordi.
Non è affatto secondario riuscire a comprendere il contesto culturale e
spirituale dal quale sono scaturite queste particolari manifestazioni
decorative.
Non si dimentichi a tal proposito che il primo nucleo cristiano insediato a
Firenze era costituito da una comunità greco-siriaca, cioè persone di cultura
orientale, alla quale appartennero anche i primi santi martiri fiorentini.
Costoro erano dunque portatori di una cultura nella quale l’elemento simbolico
doveva aver conservato un ruolo sostanziale anche attraverso lo svolgersi degli
oscuri secoli altomedievali. Ma anche a prescindere da questa ipotesi di
derivazione, resta il fatto che l’elemento simbolico, così come viene espresso
in termini di alta geometria e, specialmente nei primi esempi decorativi, con
una grande essenzialità compositiva, manifesta come questi valori fossero
elementi centrali nella spiritualità cristiana della diocesi fiorentina agli
albori del XII secolo.
Per quegli uomini la presenza dei suddetti ‘segni’ nei punti focali della
chiesa, come ad esempio la facciata o meglio ancora nelle lunette poste sopra
l’ingresso alla chiesa stessa, non aveva un valore decorativo, assunto poi in un
periodo successivo alle prime manifestazioni. Ciò perché il simbolo non
costituiva un valore astratto, come invece ha assunto dal periodo illuminista in
poi, quando si è arrivati a una separazione netta tra concreto e astratto
(quando, di fatto, di astratto non esiste niente se riflettiamo bene), ma era la
porta per entrare ed esprimere ciò che è ineffabile, inesprimibile.
La pubblicazione di Marco Pinelli mette in rilievo le probabili cause per le
quali nel Mugello sono presenti così numerose le manifestazioni a carattere
decorativo-simbolico derivanti dal ‘romanico fiorentino’. Ciò è da imputare,
secondo lo studioso borghigiano, alla conquista del territorio mugellano da
parte del vescovado fiorentino che si compì, a spese della curia fiesolana,
proprio all’inizio del XII secolo e dunque si tratterebbe di un progetto
finalizzato prevalentemente a ‘marcare’ con precisi segni di identità spirituale
fiorentina un’area di nuova acquisizione. Va comunque precisato che, seppur con
una densità relativamente minore, arredi liturgici con decorazione simbolica
derivata dal ‘romanico fiorentino’ sono presenti anche in altre aree della
diocesi che sono sempre state di pertinenza della diocesi di Santa Reparata.
Fanno eccezione al territorio diocesano fiorentino due esempi dello stesso stile
ad incrostazione, che si collocano verso la fine del XII secolo ed entrambi in
ambito monastico: l’antica facciata della Badia fiesolana e l’altare maggiore
dell’abbazia di San Godenzo, che si trovano nel territorio della diocesi di
Fiesole.
Al di là delle cause che hanno fatto sì che nel Mugello sia avesse una forte
proiezione di un segno peculiare della spiritualità fiorentina del dodicesimo
secolo, ciò che ci interessa sono dunque gli effetti che questa presenza di alto
profilo espressivo ha avuto nell'ambito della cultura religiosa del territorio.
Non è fuori luogo pensare che quanto veniva osservato dalla popolazione
contadina di allora, della quale la pieve aveva funzione di elemento
catalizzatore essendo l’unica chiesa battesimale di una vasta area, non avesse
ripercussioni nell'immaginario collettivo in un'epoca nella quale, oltre ciò che
veniva visto nella realtà quotidiana, le uniche immagini create dall'uomo erano
proprio quelle che venivano osservate presso la chiesa parrocchiale, dove il
popolo si riuniva per lo svolgimento delle funzioni liturgiche. Non ci pare
dunque un paradosso affermare che il gusto, ma soprattutto l'intuizione armonica
ed elevata della spiritualità personale e collettiva abbiano trovato un punto di
riferimento proprio nelle espressioni simbolico-geometriche dei fonti
battesimale, dei pulpiti, degli amboni e dei recinti presbiteriali sopravvissuti
all'interno delle chiese pubbliche mugellane.
Ci riferiamo in particolare ai primi esempi: i pulpiti della pieve di San
Giovanni Maggiore, posta presso Panicaglia e della pieve di Santa Maria a
Fagna, posta a dominio della strada che sale verso l’abitato di Scarperia.
Questi due veri e propri monumenti vantano un primato addirittura planetario.
Rappresentano infatti i primi due esempi di pulpito poligonale, nella
fattispecie esagonale, che verrà ripreso solo nei quattro esempi monumentali di
Nicola e Giovanni Pisano, a partire dal pulpito del battistero di Pisa (di
Nicola Pisano), datato 1260.
Prima e dopo questi esempi si hanno solo amboni a forma quadrilatera, con
strutture presenti in tutta la penisola e, in Mugello, nell’ambone della
pieve di Sant’Agata, smembrato alla fine del Seicento per essere poi
rimontato attorno all’odierno fonte battesimale.
Gli ‘specchi’ intarsiati che rivestono quattro degli otto lati del pulpito di
San Giovanni Maggiore rappresentano ciò che di più elevato conservi il Mugello
sul piano dell’espressione dello spirito. Essi presentano il motivo del vaso e
dell’anfora intesi come contenitori di acqua, cioè della sorgente della Vita,
che poi è riconducibile alla Parola stessa (il Cristo come acqua viva che toglie
ogni sete), che viene annunciata proprio dal pulpito. Si tratta di elementi che
derivano chiaramente dal repertorio paleocristiano, mantenuto vivo nella cultura
fiorentina forse proprio dalle origini della comunità.
Pur appartenendo allo stesso filone del ‘romanico fiorentino’ denuncia una
matrice concettuale completamente diversa il pulpito ad esagono irregolare
presente nella pieve di Fagna. Nelle svecchiature decorate superstiti non
compaiono simboli espressi con oggetti riconducibili alla realtà, ma solo
composizioni geometriche che hanno nella sola croce posta accanto al leggio un
elemento immediatamente leggibile. A Fagna l’essenzialità e l’eleganza di
matrice paleocristiana con simboli comunque legati a un elemento naturale,
lascia il posto ad un simbolismo di più difficile comprensione, ma ancora
asciutto, essenziale, che probabilmente necessita di una preparazione, quasi
un’iniziazione, per meditare e pregare attraverso quei segni.
Dopo questi due esempi, databili il primo tra il 1125 e il 1130, il secondo
attorno al 1150, l’espressione presente sulle lastre dei fonti battesimali e
degli amboni superstiti (fonte della pieve di Faltona, datato 1157, fonte della
stessa pieve di Fagna, ambone di Sant’Agata, datato 1175), l’essenzialità dei
primi due pulpiti si evolverà in una decorazione che acquisirà anche la scultura
come parte integrante di una decorazione a intarsio sempre più complessa e
lontana dall’originaria fonte d’ispirazione.
Queste
preziose e ancora indecifrabili testimonianze delle nostre radici cristiane
rappresentano dunque un patrimonio culturale e spirituale sul quale far leva per
prendere coscienza di questa ricchezza che ci tramanda visibilmente il nostro
passato per liberarci sia dalle catene di scetticismo sulla reale efficacia
delle azioni spirituali - come la preghiera ad esempio - che da quelle della
divisione rigida in ‘categorie’, secondo le quali la quotidianità e il lavoro
non appartengono alla dimensione stessa dello spirito.
Alessandro Naldi
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Ritenendo di svolgere un servizio gradito per tutti coloro che amano
approfondire la storia e l’aspetto artistico delle chiese mugellane più antiche,
alle quali fa riferimento il volume di Marco Pinelli –recensito sulle nostre
pagine un paio di mesi fa- “Chiese romaniche del Mugello”. Tutti i
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saranno singolarmente ricontattati per stabilire luogo e date di consegna dei
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© il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile 2009

