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Copertina il Filo aprile 2009
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GLI ARTICOLI
arte

IMPORTANTI ESEMPI IN MUGELLO

Arte sacra, guida ancora attuale

San Giovanni MaggioreLa storia medievale della diocesi di Firenze ha nelle testimonianze di arredo liturgico di alcune pievi mugellane esempi significativi che ci possono aiutare a recuperare valori dello spirito che travalicano superficiali valutazioni, frutto di schemi di matrice post-illuministica, per recuperare i contenuti originari, che sono addirittura unici rispetto alle altre diocesi toscane.

Sarà bene dare evidenza e prendere coscienza di come i nostri giudizi in ambito di arte ed espressività spirituale sono fortemente ‘inquinati’ in primo luogo da una radice culturale razionalista, quindi da un’educazione estetica neoclassica: tutti retaggi che ostacolano una corretta lettura delle manifestazioni precedenti il XVIII secolo.

Il pulpito di San Giovanni MaggioreRiflettere su questi oggetti di arredo liturgico e sulla loro funzione, ma anche sulla funzione dei ‘segni’ che essi riportano ci aiuterà a capire che, per secoli, le categorie che crea la nostra mente erano almeno assai più elastiche e comunicabili tra loro.

Gli oggetti di cui stiamo parlando furono realizzati tra l’inizio e la fine del XII secolo. Si tratta di elementi fondamentali nell’ambito della liturgia cristiana, dal momento in cui costituiscono il luogo e lo strumento sia per l’amministrazione del sacramento iniziatico qual è il battesimo (dunque nei fonti battesimali), sia per la lettura della Sacra Scrittura (nei pulpiti) e, solo in pochi casi, quale suddivisione tra l’area presbiteriale e quella riservata ai fedeli.

I caratteri decorativi che accomunano questi elementi sono riconducibili interamente al filone storico-artistico che viene impropriamente definito ‘romanico fiorentino’ e che si manifesta attraverso motivi simbolici intarsiati, per lo più con pietra verde di Prato - il cosiddetto serpentino, estratto dalle coste del Monte Ferrato - vuoi sul marmo bianco di Carrara ma anche sulla pietra calcarea o alberese, disponibile nei territori di Barberino, San Piero e Scarperia..

Al di là della tecnica e dei materiali compositivi, ciò che è tipico di questo filone sono i caratteri espressivi, che si manifestano attraverso motivi simbolici, spesso inseriti in un contesto di essenziale valore geometrico. Ciò, come avviene in ogni fenomeno espressivo, lo si ebbe soprattutto nelle opere del primo periodo, quelle che vanno dall’inizio alla metà del XII secolo. Successivamente, ciò che era essenza e profondità espressiva lasciò gradualmente il campo a forme sempre più decorative, ‘fiorite’, che si allontanarono dai contenuti sobri e assoluti degli esordi.

Non è affatto secondario riuscire a comprendere il contesto culturale e spirituale dal quale sono scaturite queste particolari manifestazioni decorative.

Non si dimentichi a tal proposito che il primo nucleo cristiano insediato a Firenze era costituito da una comunità greco-siriaca, cioè persone di cultura orientale, alla quale appartennero anche i primi santi martiri fiorentini. Costoro erano dunque portatori di una cultura nella quale l’elemento simbolico doveva aver conservato un ruolo sostanziale anche attraverso lo svolgersi degli oscuri secoli altomedievali. Ma anche a prescindere da questa ipotesi di derivazione, resta il fatto che l’elemento simbolico, così come viene espresso in termini di alta geometria e, specialmente nei primi esempi decorativi, con una grande essenzialità compositiva, manifesta come questi valori fossero elementi centrali nella spiritualità cristiana della diocesi fiorentina agli albori del XII secolo. Per quegli uomini la presenza dei suddetti ‘segni’ nei punti focali della chiesa, come ad esempio la facciata o meglio ancora nelle lunette poste sopra l’ingresso alla chiesa stessa, non aveva un valore decorativo, assunto poi in un periodo successivo alle prime manifestazioni. Ciò perché il simbolo non costituiva un valore astratto, come invece ha assunto dal periodo illuminista in poi, quando si è arrivati a una separazione netta tra concreto e astratto (quando, di fatto, di astratto non esiste niente se riflettiamo bene), ma era la porta per entrare ed esprimere ciò che è ineffabile, inesprimibile.

La pubblicazione di Marco Pinelli mette in rilievo le probabili cause per le quali nel Mugello sono presenti così numerose le manifestazioni a carattere decorativo-simbolico derivanti dal ‘romanico fiorentino’. Ciò è da imputare, secondo lo studioso borghigiano, alla conquista del territorio mugellano da parte del vescovado fiorentino che si compì, a spese della curia fiesolana, proprio all’inizio del XII secolo e dunque si tratterebbe di un progetto finalizzato prevalentemente a ‘marcare’ con precisi segni di identità spirituale fiorentina un’area di nuova acquisizione. Va comunque precisato che, seppur con una densità relativamente minore, arredi liturgici con decorazione simbolica derivata dal ‘romanico fiorentino’ sono presenti anche in altre aree della diocesi che sono sempre state di pertinenza della diocesi di Santa Reparata. Fanno eccezione al territorio diocesano fiorentino due esempi dello stesso stile ad incrostazione, che si collocano verso la fine del XII secolo ed entrambi in ambito monastico: l’antica facciata della Badia fiesolana e l’altare maggiore dell’abbazia di San Godenzo, che si trovano nel territorio della diocesi di Fiesole.

Al di là delle cause che hanno fatto sì che nel Mugello sia avesse una forte proiezione di un segno peculiare della spiritualità fiorentina del dodicesimo secolo, ciò che ci interessa sono dunque gli effetti che questa presenza di alto profilo espressivo ha avuto nell'ambito della cultura religiosa del territorio. Non è fuori luogo pensare che quanto veniva osservato dalla popolazione contadina di allora, della quale la pieve aveva funzione di elemento catalizzatore essendo l’unica chiesa battesimale di una vasta area, non avesse ripercussioni nell'immaginario collettivo in un'epoca nella quale, oltre ciò che veniva visto nella realtà quotidiana, le uniche immagini create dall'uomo erano proprio quelle che venivano osservate presso la chiesa parrocchiale, dove il popolo si riuniva per lo svolgimento delle funzioni liturgiche. Non ci pare dunque un paradosso affermare che il gusto, ma soprattutto l'intuizione armonica ed elevata della spiritualità personale e collettiva abbiano trovato un punto di riferimento proprio nelle espressioni simbolico-geometriche dei fonti battesimale, dei pulpiti, degli amboni e dei recinti presbiteriali sopravvissuti all'interno delle chiese pubbliche mugellane.

Ci riferiamo in particolare ai primi esempi: i pulpiti della pieve di San Giovanni Maggiore, posta presso Panicaglia e della pieve di Santa Maria a Fagna, posta a dominio della strada che sale verso l’abitato di Scarperia.

Questi due veri e propri monumenti vantano un primato addirittura planetario. Rappresentano infatti i primi due esempi di pulpito poligonale, nella fattispecie esagonale, che verrà ripreso solo nei quattro esempi monumentali di Nicola e Giovanni Pisano, a partire dal pulpito del battistero di Pisa (di Nicola Pisano), datato 1260.

Prima e dopo questi esempi si hanno solo amboni a forma quadrilatera, con strutture presenti in tutta la penisola e, in Mugello, nell’ambone della pieve di Sant’Agata, smembrato alla fine del Seicento per essere poi rimontato attorno all’odierno fonte battesimale.

Gli ‘specchi’ intarsiati che rivestono quattro degli otto lati del pulpito di San Giovanni Maggiore rappresentano ciò che di più elevato conservi il Mugello sul piano dell’espressione dello spirito. Essi presentano il motivo del vaso e dell’anfora intesi come contenitori di acqua, cioè della sorgente della Vita, che poi è riconducibile alla Parola stessa (il Cristo come acqua viva che toglie ogni sete), che viene annunciata proprio dal pulpito. Si tratta di elementi che derivano chiaramente dal repertorio paleocristiano, mantenuto vivo nella cultura fiorentina forse proprio dalle origini della comunità.

Pur appartenendo allo stesso filone del ‘romanico fiorentino’ denuncia una matrice concettuale completamente diversa il pulpito ad esagono irregolare presente nella pieve di Fagna. Nelle svecchiature decorate superstiti non compaiono simboli espressi con oggetti riconducibili alla realtà, ma solo composizioni geometriche che hanno nella sola croce posta accanto al leggio un elemento immediatamente leggibile. A Fagna l’essenzialità e l’eleganza di matrice paleocristiana con simboli comunque legati a un elemento naturale, lascia il posto ad un simbolismo di più difficile comprensione, ma ancora asciutto, essenziale, che probabilmente necessita di una preparazione, quasi un’iniziazione, per meditare e pregare attraverso quei segni.

Dopo questi due esempi, databili il primo tra il 1125 e il 1130, il secondo attorno al 1150, l’espressione presente sulle lastre dei fonti battesimali e degli amboni superstiti (fonte della pieve di Faltona, datato 1157, fonte della stessa pieve di Fagna, ambone di Sant’Agata, datato 1175), l’essenzialità dei primi due pulpiti si evolverà in una decorazione che acquisirà anche la scultura come parte integrante di una decorazione a intarsio sempre più complessa e lontana dall’originaria fonte d’ispirazione.

Queste preziose e ancora indecifrabili testimonianze delle nostre radici cristiane rappresentano dunque un patrimonio culturale e spirituale sul quale far leva per prendere coscienza di questa ricchezza che ci tramanda visibilmente il nostro passato per liberarci sia dalle catene di scetticismo sulla reale efficacia delle azioni spirituali - come la preghiera ad esempio - che da quelle della divisione rigida in ‘categorie’, secondo le quali la quotidianità e il lavoro non appartengono alla dimensione stessa dello spirito.

Alessandro Naldi

 

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© il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile 2009

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