| UN INTERVENTO DEL
SEGRETARIO REGIONALE DELLA CONFESERCENTI MASSIMO BIAGIONI Ma le piccole botteghe Quando il Direttore mi ha chiesto di scrivere un'opinione sugli orari delle botteghe, e di essere breve, pensavo fosse più semplice essere chiaro per un pubblico di non addetti ai lavori. Anche perché gli orari sono legati a tutte le altre questioni del commercio, è difficile isolare un tema rispetto all'evoluzione del settore, della crescita della grande distribuzione, dello svuotamento dei centri urbani, del rischio periferie al limite della sussistenza, dell'abbassamento del servizio offerto alla clientela, del possibile monopolio delle grandi catene che determinerebbero poi ben altri prezzi (basta guardare l'Europa!). E bisognerebbe anche domandarsi se è bello e moderno un futuro costellato di megacentri commerciali - come si è chiesto Furio Colombo - e di città spente, realtà da cui altri, più "evoluti", stanno fuggendo, finanziando il re-insediamento della piccola impresa del commercio, come accade in Europa. L'Europa, di cui tutti parlano ma verso cui nessuno guarda, ci conferma che dove non si è salvaguardata la democrazia economica e la pluralità di impresa i pochi gruppi che detengono la grande distribuzione praticano prezzi superiori ai nostri, e impongono i prezzi alla produzione; e confermano anche che l'orario italiano è più esteso di tutti i paesi, per un totale di 60 ore settimanali possibili. Si fa un gran parlare anche delle 35 ore settimanali, i lavoratori autonomi oggi raggiungono le 52 ore di media con la prospettiva di un aggravamento ulteriore. Il tutto senza crescita di consumi e di sviluppo che - se ci fossero - potrebbero incentivare nuove assunzioni nel settore che avvengono in dimensioni limitate, stante anche altri problemi che affliggono le imprese dall'esosa pressione fiscale a un costo del denaro ancora troppo alto. Ma torniamo al tema senza divagare. Da qualche settimana si fa un gran parlare degli orari delle botteghe e dell'apertura domenicale, ignorando con singolare costanza il risultato di due referendum popolari dove l'80% degli italiani ha detto NO a orari lunghi e liberalizzazione. In realtà sotto la vernice di orari "moderni" c'è un tentativo abbastanza chiaro della Grande Distribuzione commerciale (varie Coop, Pam, Euromercato ecc) di utilizzare la clava dell'orario per acquisire nuovi clienti e determinare ulteriori difficoltà alla piccola bottega che non potrebbe reggere un turno orario ancora più ampio se non a costo di un autosfruttamento eccessivo. Su questo c'è una discussione in Parlamento per una complessiva riforma del commercio che, a mio avviso, deve regolare gli orari senza le odierne rigidità affidando al singolo imprenditore l'opportunità di scegliere in base alle proprie necessità. ma fissando anche regole valide per tutti e la tutela della qualità della vita. Le necessità dei commercianti infatti, non si scordi, sono coincidenti con quelle dei consumatori. Per esempio, in un paese della provincia i benzinai che aprissero alle 8 a chi venderebbero la benzina? Nel quartiere universitario quale commerciante venderebbe nel tardo pomeriggio? E l'elenco potrebbe continuare. Occorre tenere ferma la giornata e mezzo di chiusura, stabilendo un monte ore settimanale, dopodiché ciascuno, senza distinzione di genere venduto, deciderà quando chiudere la mezza giornata e quando quella intera, definirà l'orario in relazione alla sua specificità giacché chi ha l'esercizio nel centro non è assimilabile alla periferia, ci sono zone turistiche, altre che si animano la sera, altre che si svegliano presto, altre con funzioni scolastiche o direzionali: per tutte ci sono bisogni specifici. E potremo continuare ad avere vie accese e comunità vivibili, per commercianti e consumatori. Massimo Biagioni |
| © il filo, Idee e notizie dal Mugello, gennaio 1998 |

