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La copertina di questo mese
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DOMANDE SULLA FEDE,
DOPO LA MESSA DI PASQUA

La risposta - riflessione di Giampiero Giampieri

Cristiani solo per abitudine?

Caro Giampiero,

in una lettera a Luca Lapi che hai pubblicato sul Filo ti chiedevi il perché del calo di fede a cui assistiamo; bella domanda. A me ne sono venute altre che ti giro.

Primo flash: fino a dove la fede è forte e viva e quando invece è consuetudine? Siamo cattolici per nascita, per vocazione o per fatto "culturale" che assorbiamo durante la crescita e da cui non ci separiamo ma che in realtà non viviamo (così come siamo toscani)? Quante persone frequentiamo che si dichiarano cattolici e che magari sono anni che non vedono un sacerdote? Che magari dicono di credere in Dio e non nei preti? E il campionario potrebbe continuare chissà per quanto.

Poi la aborrita secolarizzazione ha fatto il resto, usi e consuetudini progressivamente sconvolti da una sempre diversa organizzazione sociale e modelli di consumi che mutano purtroppo anche la testa delle persone. Per cui si torna "all'ovile" solo per le feste comandate, le ricorrenze straordinarie, le disgrazie, ah, dimenticavo anche per gli esami, soprattutto di maturità, con un tripudio di candele agli altari della Madonna (curioso questo fatto, scusa la divagazione, è come se ci riguardassimo a chiedere direttamente al Principale per cui ricorriamo alla raccomandazione di Maria che notoriamente gode di solide relazioni in alto).

Secondo: a Pasqua si sa la gente va a Messa massicciamente, è uno di quegli appuntamenti che sono difficili ad ignorare ed anche i renitenti si recano in chiesa. Come per i matrimoni, per Natale, ai funerali il prete si trova davanti facce nuove e la tentazione di fare un pistolotto supplementare è forte, e la "predica" spesso è proprio tale, con qualche garbato rimprovero a chi "non viene mai" in chiesa. Gli effetti e i risultati non sono però entusiasmanti. In questi casi forse sarebbe meglio non sottilizzare, se le pecorelle sono venute non devono essere sgridate, magari bisognerebbe aiutarle a sentirsi in famiglia.

Terzo: la solennità è così forte che il prete e il coro cercano di esaltare i riti per conferire il massimo di raccoglimento e di devozione; con il risultato che con un "pubblico" più esterno e meno partecipe i riti e i canti cadono nel silenzio. Canti che, consentimi l'insolenza, hanno invaso tutto quanto era possibile cantare comprendendo - anche se non sempre- addirittura il Padre Nostro, una delle poche preghiere che la gente sa e potrebbe recitare. Mi viene in mente nel guardare le tante file di persone ordinatamente allineate nelle panche che "assistono" alla celebrazione, in un mutismo assoluto, come fossero a uno spettacolo (lo so da solo che esagero), senza partecipazione - anche a proposito della partecipazione nella chiesa cattolica e nelle parrocchie sarebbe interessante dilungarsi ma è un altro discorso- e verso cui forse occorrerebbe pensare in modo specifico e originale.

Anche quest'anno, al solito, gente nuova, facce mai viste, poco rispettose dei riti, seduti quasi sempre, rispondere nemmeno a parlarne. Silenzio dei fedeli pressoché totale, qualche affezionato qua e là accompagna timidamente le voci del coro, sommessamente, senza disturbare insomma.

Chi capita in chiesa in questi frangenti che sensazione riporterà? Forse di estraneità? Voglio provocare, si confonderà pensando di assistere a una specie di trasmissione tra refrain e sigle musicali?

Oppure riuscirà a entrare in sintonia con il Mistero, con il rito che esalta la più grande Scommessa della storia? Si avvicinerà, con timore ma con devozione alla celebrazione partecipando e sentendo che l'appuntamento non è solo una sosta obbligata nelle feste comandate?

Tuo,

Massimo Biagioni

 

MA OCCORRE PUNTARE SULLA PIU' GRANDE SCOMMESSA DELLA STORIA

Sì, è il tempo dell'idolatria

Caro Massimo,era naturale che io e te, ma lo stesso vale per i nostri amici, ci ritrovassimo ancora a riflettere insieme sulla fede. D'altro canto la nostra amicizia, ormai di lungo corso, è nata sotto un campanile e in un periodo dove non disdegnavamo certo di accapigliarci sulla religione e dintorni. Io più "conservatore" tu più "progressista", ma come svaniscono questi termini di fronte alla curiosità che abbiamo ancor oggi di riuscire - sono tue parole - "ad entrare in sintonia con il Mistero". Come pure - se ci pensi bene - è una sorta di mistero costatare che quando ci rincontriamo, magari dopo un lungo periodo di tempo, è come se ci fossimo lasciati poche ore prima.

Prendo atto delle tue osservazioni e certo sono da considerare con serietà ma, mentre le leggevo, era come se convergessero a fare massa su un'unica questione: chi guarda ai credenti, a me e a te, può trarre certamente la conclusione che abbiamo un morto in casa, certamente non il Risorto! In altre parole, come rilevava a suo tempo il Concilio, i credenti non sempre riescono a manifestare adeguatamente il volto di Dio.

Vedi, a mio parere la secolarizzazione, con ciò che di mutamento ha portato negli usi e nelle consuetudini, ma soprattutto, come giustamente sottolinei, nella testa delle persone, non la comprendiamo se non usiamo la chiave giusta. A mio parere la chiave giusta è quella dell'idolatria. Ed è idolatra colui che al vero Dio preferisce una serie di prodotti umani ai quali affida la propria sorte. Tra questi spicca su tutti il denaro, idea che s'infiltra fin nelle fibre più intime della persona umana. Chi può negare oggi, soprattutto nell'occidente, che l'ideologia del denaro sia la più considerata e ubbidita? Frequentiamo le nostre chiese, ma ci portiamo tutto il nostro cuore o solo quella piccola parte non occupata dagli affari, non importa se grandi o piccoli? Con la logica del denaro, logica del più forte, logica della guerra, logica che produce fame e sottosviluppo, come possiamo intravedere e proporre la bontà di Dio e progressivamente riconoscerne il volto misericordioso?

Caro Massimo, non mi preoccupa la secolarizzazione che c'è fuori di me, ho paura invece di quella che mi si è insinuata dentro; quella che, magari mascherata da opportuno dialogo col mondo, s'impadronisce della sensibilità e della coscienza fino ad espellere qualsiasi prospettiva di testimonianza e di profezia. Nell'epoca delle "bombe intelligenti" e delle stragi archiviate come "effetti collaterali", è la percezione della Carità che viene meno. E' questo che rende "fredde" le nostre Messe: andiamo a celebrare la morte e resurrezione di Gesù già con la riserva di non farci troppo coinvolgere, e così usciamo allo stesso modo di come siamo entrati.

Ma c'è una cosa che è stata, è e resterà straordinaria: quella di puntare insieme sulla - sono tue parole - "più grande Scommessa della storia". Probabilmente dovremmo averne maggiore consapevolezza, condividerla di più con gli amici, proporla con convinzione alle persone che ci capita d'incontrare nelle nostre quotidiane occupazioni. La scommessa è però autentica se non si riduce ad una scelta meramente intellettualistica, ma investe in modo vitale tutto il nostro essere persone che si riconoscono creature. Sentirci cioè oggetto dell'amore di un Dio che è padre e che in ogni momento, anche quando non riusciamo a comprenderlo, agisce con tenerezza straordinaria nei nostri confronti.

Caro Massimo, considera quanto è bella e quanto è vera questa preghiera di padre Turoldo che ti trascrivo.

Padre, insegnaci a camminare sempre
dalla religione alla fede:

che nessuno mai ti faccia su propria misura;

tu sei un Dio che non i cieli
e neppure i cieli dei cieli
possono contenere!

Un abbraccio,

Giampiero Giampieri © il filo, maggio 1999

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