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GLI ARTICOLI
ARTE - PERSONAGGI

Mario Bini, artista

Il professor Mario Bini in classe a Borgo San LorenzoDal 21 novembre e fino al prossimo 6 gennaio 2010 è visitabile nei locali del Museo della manifattura Chini a Borgo San Lorenzo una bella mostra dedicata alla vita e soprattutto all'opera del prof. Mario Bini, artista (e non solo) borghigiano, del quale ricorre il centenario dalla nascita. Si tratta di un'esposizione organizzata dal Comune di Borgo San Lorenzo e curata dai figli dell'artista, con la collaborazione di alcuni prestatori fra i tanti che ancora oggi posseggono e custodiscono con cura opere del prof. Bini.

Il Crocifisso nella Pieve di Faltona

La mostra, allestita con grande perizia in ambienti prestigiosi, ripercorre efficacemente l'intero cursus artistico e biografico del prof. Mario Bini, nato a Borgo San Lorenzo nel 1909 ed ivi morto nel 1987, con la presentazione di un significativo gruppo di opere, diversificate per epoca, tecnica e tipologia e un consistente numero di documenti (fotografie, diplomi e riconoscimenti, strumenti di lavoro ecc.). Nel corso della sua esistenza Mario Bini ha saputo intrecciare molteplici attività: artista, insegnante di discipline artistiche, titolare e responsabile della falegnameria di famiglia, ispettore onorario delle soprintendenze fiorentine, tutti campi nei quali ha operato con capacità, lasciando un ricordo duraturo. In un certo senso figlio d'arte, in quanto il padre Cesare era titolare di una delle più rinomate falegnamerie artigiane della zona (della cui opera si avvaleva anche la Manifattura Chini), e la madre, Dina Chini era figlia di Pio e cugina di Galileo, il giovanissimo Mario fu avviato agli studi artistici e nel 1922 iniziò a frequentare la Scuola Professionale di Arti Decorative e Industriali di Firenze. A questi preludi risale la prima opera nota, quella Foglia (1924) eseguita con la collaborazione del più “anziano” Augusto Chini, prima avvisaglia di un'amicizia durata per tutta la vita. Il gesso, evidente esercizio “di scuola”, attesta già la forte sensibilità verso la forma naturale e verso lo studio dei volumi. In quel giro di anni, Il giovane studente è anche artefice del bel Ritratto del cugino Sandrino Mazzocchi (1926), opera eseguita da una personalità ancora in fieri ma già avviata nella direzione della razionale e severa riduzione della forma in volumi, alla ricerca dell'essenza, di ciò che non è troppo né troppo poco. Qualche anno dopo, nel 1929, si specializza in scultura decorativa, sotto la guida di artisti quali Libero Andreotti (Pescia, 1875 - Firenze, 1934) e Agostino Giovannini (Collodi, 1881 - Firenze, 1958), che lasciarono un'impronta indelebile nella sua formazione artistica. In quell'ambiente, così fertile per i giovani talenti, ha modo di conoscere e frequentare alcuni dei più significativi protagonisti della scultura toscana (e non solo) del Novecento, quali Antonio Berti (San Piero a Sieve, 1904 - Sesto Fiorentino, 1990), artista al quale Mario Bini sarà legato per tutta la vita da un'intensa amicizia ed una sincera e reciproca stima. Basta osservare le opere del Berti, specialmente i suoi numerosi ritratti, per capire le comuni radici dei due artisti. Sono anni in cui l'interesse di Mario Bini deve essersi appuntato anche su alcune delle più rilevanti esperienze pittoriche di autori come Rosai, Carrà o Severini, artisti coi quali sembra condividere l'interesse per la forma espressa nei suoi connotati essenziali, puri. Nello stesso anno 1926 realizza il bel Ritratto di Andrea Mercatali, altra precoce tappa del personalissimo ed intenso itinerario di Mario Bini alla scoperta delle possibilità offerte dal ritratto di mettere in luce, cristallizzandole in forme perenni, che assumono il valore di un vero e proprio disvelamento, i mutevoli caratteri psicologici ed espressivi dei soggetti ritratti.

A conclusione dei suoi studi, Mario Bini intraprese la carriera di docente, che svolse per dieci anni a Tolmezzo (UD), dove ebbe modo di avviare la carriera di scultore e dove lasciò testimonianze significative dei suoi primi cimenti plastici. Di questi anni friulani, che devono essere stati particolarmente fervidi di lavoro e di risultati artistici, la mostra rende conto con un nucleo particolarmente numeroso ed estremamente significativo di opere. In particolare, spiccano numerosi bei ritratti, come quelli di Genira Macutan (1932 ca.), del Pittore De Dea (1932 ca.), di Mons. Primo Fabbro (1934 ca.), di Nicea Marini (1935 ca.) e quello dell'Allievo soprannominato l'anima lunga (1935 ca.), dignitoso come un antico console romano. In questo contesto, particolare rilevanza assume il monumentale Ritratto di scolaro con mantello (1935 ca.), nel quale la figura, costruita sulla base di rigorosi volumi, posa solennemente, mentre il morbido ricadere delle ampie pieghe del mantello fa da controcanto, tra l'altro, alle bellissime mani, risolte con rimarchevole energia. Allo stesso anno risale il bel Ritratto di Ennio Alfarè, in cui il deciso e volitivo scatto del capo verso sinistra, che mette in evidenza la muscolatura del collo, richiama piuttosto da vicino opere dei migliori autori del nostro Rinascimento o dell'antichità classica, ed esprime con particolare efficacia la vigorosa personalità del ritrattato. E' questo forse il momento al quale risale anche il bel Ritratto di ignoto (un sacerdote): il volto, definito con pochi essenziali volumi costruiti per piani, emerge dal fondo all'interno di una cornice scorciata a mo' di oculo, con una forza espressiva e con un realismo talmente forte, da lasciare una vivida impressione. Effettivamente, la tipologia del tondo a bassorilievo appare una delle più frequentate da Mario Bini, come è ben documentato dalla mostra: anche in questo caso il soggetto preferito è quello dei ritratti, soprattutto di profilo, nei quali i soggetti assumono una dignità che richiama le monete e le medaglie rinascimentali. Fra gli altri, tutti di notevole qualità, spicca il poderoso Ritratto del collega Luigi Guarnieri (1935 ca.), dal profilo potente e dall'espressione intensa, e la cui nuca, dalla folta capigliatura, deborda dalla cornice stessa del tondo, forzandone i limiti fisici.

La Via Crucis a Faltona, opera di Mario Bini

Nell'estate del 1936 il professor Bini realizza, su commissione del giovane pievano don Ferdinando Mei, parte dell'arredo liturgico della medievale pieve di Santa Felicita a Faltona, a completamento del restauro dell'edificio sacro: si tratta dello splendido Crocifisso per l'altare maggiore e della serie delle Stazioni della Via Crucis. Quelle opere, fortunatamente ancora in loco, sono direttamente riecheggiate in mostra dai relativi gessi, che possono, tra l'altro, essere ammirati da vicino e in piena luce. Questi lavori dimostrano con straordinaria evidenza il punto di arrivo della scultura di Mario Bini a quel momento e tutta la sua cifra stilistica e culturale, testimonianza di una notevole modernità e classicità. Il Crocifisso, di evidente ispirazione donatelliana, attesta la capacità dell'artista di riflettere sulla grande scultura del passato e di saper rielaborare quelle grandi lezioni con una sensibilità drammatica e formale di grande livello. L'espressione di intenso dolore del volto del Cristo, scavato fin nelle minime fibre, è riecheggiata nell'essenziale, asciutta rappresentazione del corpo, peraltro anatomicamente impeccabile, cinto dalla severa, essenziale fascia del perizoma. La serie della Via Crucis, invece, sembra decisamente guardare alle esperienze più avanzate della scultura toscana e non degli anni Trenta. Difficile non pensare a fondamentali movimenti come “Valori Plastici” o “Novecento”, ai loro appelli al ritorno all'ordine ed al recupero di una severa classicità dopo le ardite fughe in avanti dell'avanguardia, di fronte alle quattordici formelle nelle quali Mario Bini mette in scena, come in una medievale sacra rappresentazione, l'umanissimo calvario del Cristo, con l'impiego di mezzi tecnici e linguistici di assoluta essenzialità: ogni scena è realizzata con pochi personaggi, ogni personaggio è definito e costruito con pochissimi segni che scavano e costruiscono i volumi, con una severità essenziale e razionale di ragguardevole modernità. Sono lavori in cui, insomma, Mario Bini dimostra di saper guardare al passato, in particolar modo ai Maestri più impegnati nella definizione del reale che scaturisce dal rapporto tra linea e volume, come Giotto, Masaccio, Mino da Fiesole o Benedetto da Maiano; ma sa anche orientarsi nelle esperienze figurative del suo tempo, soprattutto quelle scevre da sperimentalismi d'avanguardia. E' qui la cifra stilistica, l'essenza dell'arte, alta e pura, di Mario Bini, nel suo sapersi confrontare con una concezione della rappresentazione del reale che, come già detto, è il frutto dello studio dell'intimo rapporto tra linea e volume, secondo una sensibilità che è tutta toscana, ma che sa anche cogliere i più intimi moti dell'animo. Agli anni Trenta è riferibile anche il grande rilievo raffigurante Il risveglio dell'Etruria, purtroppo giunto a noi frammentario, anche se replicato nella sua interezza con grande maestria da Niccolò Niccolai sulla base delle foto disponibili, in modo da restituirne una perfetta leggibilità. Opera di respiro monumentale, il rilievo è costituito da tre nobilissime figure femminili, di cui la centrale (l'Etruria) classicamente nuda e col volto modellato con una ragguardevole forza, è sostenuta dalle altre due che emergono dal fondo del rilievo come un'apparizione. Con l'esaurirsi degli Anni Trenta e col suo rientro definitivo a Borgo, per assumere la conduzione della falegnameria artigiana del padre, la vena artistica del professore sembra, se non esaurirsi, almeno prendersi una forzosa pausa, un “silenzio poetico”, trascorso nel susseguirsi degli anni e degli impegni di insegnante (prima all'istituto borghigiano “Giovanni Lapi”, quindi al Liceo Scientifico di Montevarchi, alle Scuole Medie Statali di Borgo ed infine al Liceo Scientifico di Borgo, dove concluse, nel 1980 la sua lunga carriera di docente), e di responsabile della falegnameria, fino alla metà circa degli anni Settanta, quando, evidentemente, le mutate condizioni personali, gli consentono di tornate alla sua grande passione, la scultura. La mostra, fra l'altro, documenta con disegni e fotografie, momenti della vita scolastica e la qualità e l'accuratezza dei prodotti della falegnameria artigiana, per la quale il professore forniva accurati disegni originali. Madonna con Bambino, di Mari Bini

Tra le prime prove di questa nuova e proficua stagione creativa si potranno annoverare i bei tondi in terracotta raffiguranti il Ritratto di Mario Costi (1973) e la Madonna col Bambino, anch'essa risalente al 1973, opera elegante e per certi versi innovativa, tutta costruita sulla base del modulo circolare e praticamente priva del piano di fondo, quasi come un gioiello in metallo prezioso. E' di nuovo la ritrattistica il suo campo d'azione privilegiato, forse anche per accondiscendere alle richieste dei committenti: sono anni in cui Mario Bini produce una serie preziosa ed interessante di ritratti presi dal vero, busti e teste a tutto tondo o bassorilievo (non i primi), in cui l'attenzione è rivolta alla rappresentazione psicologica, al desiderio di catturare un'espressione, un moto dei lineamenti del volto in grado di definire una personalità, un carattere: la somiglianza fisionomica si unisce quindi alla somiglianza psicologica. Tra tutti gli esempi visibili nella mostra (presenti anche alcuni notevoli esemplari in bronzo, oltre alle più consuete opere in gesso o terracotta) ci si limiterà, per motivi di spazio) a citare il notevole Busto della Signora P. (1975), la cui levigata esattezza accoglie e riflette la luce che ne ammorbidisce le linee ed i volumi ed il Ritratto del giovane Antonio R. (1980 ca.), nel quale l'autore sembra  tornare ai modi della gioventù. Il modellato, rispetto agli esempi dei decenni precedenti, si fa più  morbido, le linee si addolciscono, i volti assumono una classica serenità, i piani che costruiscono i volumi diventano meno risentiti. Si tratta dell'ultima fase del suo percorso poetico, in cui la ricerca formale, a conclusione di un viaggio lungo sessant'anni, ha finalmente trovato il suo approdo, in una serena ed apollinea essenzialità.

Particolare emozione suscita, in mostra, l'ultima sua fatica, rimasta incompiuta: la piccola scultura femminile in argilla che richiama la serie di opere consimili, in terracotta, distribuite nel corso dei decenni, che nella loro piacevole grazia, e nella forza espressiva, quasi come le antiche Tanagre, costituiscono uno dei capitoli più rilevati dell'arte di Mario Bini. Nelle piccole dimensioni, sono sufficienti a Mario Bini pochi tocchi, minimi ed essenziali colpi di spatola per delineare una figura ed un sentimento, un'espressione o un gesto, con efficacia da vero artista, vale a dire da autentico creatore di emozioni e suscitatore di pensieri. L'auspicio è che questa bella mostra possa trovare in un prossimo futuro un catalogo completo col quale sia consentito di continuare ad ammirare e studiare le opere ospitate in questa occasione (ed altre ancora), tutte di notevole qualità, anche se non tutte hanno potuto trovare spazio in queste brevi note (per le quali, fra l'altro, ci si è avvalsi anche delle interessanti pagine scritte qualche anno fa da Tebaldo Lorini: La terra dell'arte. Artisti mugellani tra Ottocento e Novecento, Firenze, Polistampa, 1998, pp. 39-40).

Marco Pinelli

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, dicembre 2009

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