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La copertina di questo mese
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ARTE - CULTURA
VIAGGIO NELLA LETTERATURA MUGELLANA

Dino Campana,
da Marradi un grande poeta

Dino Campana nel ritratto di Primo ContiIl Mugello, o più propriamente la Romagna toscana, ha dato i natali a uno dei più significativi poeti italiani del Novecento, Dino Campana (1885-1932). Gli dette i natali, ma il rapporto tra Marradi e Campana fu fortemente conflittuale.

Quando si accenna al poeta marradese, autore dei Canti Orfici, è scontato riferirsi alla sua tormentatissima esistenza: Dino Campana fu il "poeta pazzo": isolato e reietto, solitario e insultato, trovò certo nell'ambiente familiare e paesano un consistente viatico ai suoi squilibri mentali.

 

"E' stato il dottore, il farmacista, il prete, l'ufficiale della posta, tutti quegli idioti di Marradi, che ogni sera al caffè facevano quei discorsi da ignoranti e da scemi."

Dino Campana a 20 anniDa qui la sua voglia di fuga, i suoi numerosi viaggi all'estero, in Europa e in America Latina. La sua famiglia lo tormentava, e per i suoi compaesani era lo zimbello, segnato a dito. Eppure la terra di Marradi, la sua natura, lasciano tracce luminose nell'animo e nelle pagine di Campana: un ambiente dove

"c'è una bellissima vegetazione. Il blu profondo del cielo si incontra con la luce toscana mattina e sera sulle frange dei monti. Il fiume è bellissimo"

e che spesso riaffiora nelle sue prose:

"Ecco le rocce, strati su strati, monumenti di tenacia solitaria che consolano il cuore degli uomini. E dolce mi è sembrato il mio destino fuggitivo al fascino dei lontani miraggi di ventura che ancora arridono dai monti azzurri: e a udire il sussurrare dell'acqua sotto le nude roccie, fresca ancora delle profondità della terra. Così conosco una musica dolce nel mio ricordo senza ricordarmene neppure una nota: so che si chiama la partenza o il ritorno: conosco un quadro perduto tra lo splendore dell'arte fiorentina colla sua parola di dolce nostalgia: è il figliuol prodigo all'ombra degli alberi della casa paterna. Letteratura? Non so. Il mio ricordo, l'acqua è così."

Una natura nella quale solitario si rifugia, per fuggire l'ambiente ostile del suo paese, e in particolare tra le "rupi" di Campigno, dove "abita permanente il falco" a leggere e studiare.

"Campigno: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del caos. Il tuo abitante porge la notte dell'antico animale umano nei suoi gesti. Nelle tue mosse montagne l'elemento grottesco profila: un gaglioffo, una goffa puttana fuggono sotto le nubi in corsa. E le tue rive bianche come le nubi, triangolari, curve come gonfie vele: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del Caos."

E così, ancora, scrive nel suo Diario del viaggio a La Verna:

"Castagno, 17 Settembre

La Falterona è ancora avvolta di nebbie. Vedo solo canali rocciosi che le venano i fianchi e si perdono nel cielo di nebbie che le onde alterne del sole non riescono a diradare. La pioggia à reso cupo il grigio delle montagne. Davanti alla fonte hanno stazionato a lungo i Castagnini attendendo il sole, aduggiati da una notte di pioggia nello loro stamberghe allagate. Una ragazza in ciabatte passa che dice rimessamente: un giorno la piena ci porterà tutti. Il torrente gonfio nel suo rumore cupo commenta tutta questa miseria. Guardo oppresso le roccie ripide della Falterona: dovrò salire, salire. Nel presbiterio trovo una lapide ad Andrea del Castagno. Mi colpisce il tipo delle ragazze: viso legnoso, occhi cupi incavati, toni bruni su toni giallognoli: contrasta con una così semplice antica grazia toscana del profilo e del collo che riesce a renderle piacevoli! forse. Come è differente la sera di Campigno: come è mistico il paesaggio, come è bella la povertà delle sue casupole! Come incantate erano sorte per me le stelle nel cielo dallo sfondo lontano dei dolci avvallamenti dove sfumava la valle barbarica, donde veniva il torrente inquieto e cupo di profondità! Io sentivo le stelle sorgere e collocarsi luminose su quel mistero."

Oggi la critica letteraria, che all'inizio fu ostile e noncurante verso l'esile e frammentaria opera di Campana, la riconosce invece "come l'opera più vitale della poesia italiana del Novecento; ed anche come la più feconda, la più "grande"".
Il poeta ebbe infatti un rapporto fortemente conflittuale con la società borghese-letteraria del suo tempo, a cominciare dall'episodio dello smarrimento del suo manoscritto affidato a Papini e Soffici.

E Campana, che pure tentò di entrare in contatto con quegli ambienti, alla fine se ne ritrae:

Dino Campana in una tavola di Pablo Echaurren

"Vo alla latrina e vomito (verità)

Letteratura nazionale

Industria del cadavere

Si Salvi Chi Può"

(Inediti)

 

Fino a che, nella fase acuta della malattia mentale, questo conflitto fu incorporato in una mania di persecuzione, evidentemente patologica -Campana morì a 46 anni nel manicomio di Castel Pulci, vicino a Badia a Settimo-. Ma il contrasto è vero, ed è essenzialmente poetico. Nel manoscritto campaniano consegnato a Soffici si trova una frase di Campana oltremodo significativa:

"Essere un grande artista non significa nulla:
essere un puro artista ecco ciò che importa."

E in questo senso assoluto della poesia sta la forza di Campana, che vede nell'arte e nella letteratura allo stato puro l'unica fonte di verità e umanità, l'unica occasione di rapporto con la realtà: una realtà trasfigurata e visionaria, "vegliata dal sorriso del sogno", anche quando il sogno si fa incubo. E nella poesia-Chimera vi è il luogo d'approdo continuamente ricercato di Campana.

Non so se tra roccie il tuo pallido

Viso m'apparve, o sorriso

Di lontananze ignote

Fosti, la china eburnea

Fronte fulgente o giovine

Suora de la Gioconda:

O delle primavere

Spente, per i tuoi mitici pallori

O Regine o Regina adolescente:

Ma per il tuo ignoto poema

Di voluttà e di dolore

Musica fanciulla esangue,

Segnato di linea di sangue

Nel cerchio delle labbra sinuose,

Regina de la Melodia:

Ma per il vergine capo

Reclino, io poeta notturno

Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,

Io per il tuo dolce mistero

Io per il tuo divenir taciturno.

Non so se la fiamma pallida

Fu dei capelli il vivente

Segno del suo pallore,

Non so se fu un dolce vapore,

Dolce sul mio dolore,

Sorriso di un volto notturno:

Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti

E l'immobilità dei firmamenti

E i gonfii rivi che vanno piangenti

E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti

E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti

E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

(La Chimera)

Paolo Guidotti

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, novembre 1999
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