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Copertina gennaio 2008
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LE CAMPANE, DON TARCISIO E IL MONSIGNORE

Cinquant’ anni fa, l’ 8 dicembre 1957, solennità dell’ Immacolata Concezione, veniva inaugurato – nella Pieve di Borgo San Lorenzo – il nuovo impianto di elettrificazione campanaria e da quel momento – sospinte con l’ ausilio di motori elettrici – le sei campane non necessitavano più della forza delle braccia per farsi sentire. La nostra Pieve fu la prima chiesa del Mugello e una delle primissime della Toscana a vantare un’ innovazione del genere. Per la cronaca, le campane del Duomo di Firenze, erano state elettrificate appena un anno prima, nel 1956.

Tramontava così una delle figure più caratteristiche e tradizionali del nostro costume: quella del campanaro. Mi sembra ancora di vederlo, con la sua mole massiccia, da solo o accompagnato da qualche ragazzetto improvvisatosi aiutante, intento ad arrampicarsi fin lassù, sul campanile, che era un po’ la sua seconda casa. Dalle cinque del mattino (com’ era consuetudine in passato per il primo doppio) fino alle ventuno (Or di notte) – lasciando a voi immaginare con quanta gioia durante i rigidi mesi invernali – sempre disponibile per tutto l’ arco dell’ anno, aggrappato alle funi e costretto a sforzi sovrumani perché il suono riuscisse bene, specialmente quello della festa. E se consideriamo che le due campane maggiori, la Grossa e la Misericordia, pesano rispettivamente 12 e 9 quintali, le fatidiche sette camicie se le sudava veramente.

 

Quell’ 8 dicembre di tanti anni fa, mi è rimasto particolarmente inciso nella memoria per un fatterello simpatico, accaduto insieme all’ indimenticabile e carissimo don Tarcisio Torracchi.

Noi ragazzi, in occasione della giornata dell’ Azione Cattolica, eravamo riuniti nella Pieve per l’ annuale e solenne cerimonia della Promessa di Aspirante. Ci accompagnavano due salesiani: don Tarcisio e don Carlo, quest’ ultimo un giovane assistente originario dell’ Impruneta, sempre diafano e tutto pelle e ossa da sembrare il ritratto dell’ arcivescovo Antonino. Non essendo ancora stato ordinato sacerdote, tutto lo chiamavano “il chierico”.

Officiava il rito mons. Gino Bonanni pievano dell’ epoca, persona amabilissima e colta, ma che a noi, per quello sguardo così incisivo, incuteva soggezione e riverenza.

Finita la Messa, ci ritrovammo in quattro amici e chiedemmo a don Tarcisio di accompagnarci sulla cima del campanile. Sarebbe stata quella la prima volta  e per chi, come me, è nato in via de’ Preti, equivaleva quasi al coronamento di un sogno. Non ci volle molto a convincere quello straordinario prete trentaduenne, anche se sapevamo benissimo quanto il pievano fosse contrario a richieste del genere, soprattutto (diceva lui) per l’ alta tensione che a quei tempi alimentava l’ impianto elettrico delle campane.Entrati furtivamente in sagrestia ci infilammo in tutta fretta nella porticina del campanile (è quella in ferro che attualmente conduce verso l’ esterno). Attraversata una stanzetta tutta buia adibita a ripostiglio, scansando inginocchiatoi e inciampando in turiboli, acquasantiere e angiolini, iniziammo l’ ascesa. Non senza difficoltà, fra scale che dondolavano e botole che non si aprivano, arrivammo nella cella campanaria. Mentre osservavamo il panorama a destra e a sinistra, fummo sorpresi da un maestoso doppio che avvertiva i borghigiani della Messa successiva. Un’ esperienza indimenticabile ma traumatica, da non ripetere troppo spesso, con la torre che oscillava sotto i piedi e le onde sonore ti spaccavano il cervello, sembrava un tormento senza fine.

Dopo il doppio ci dilungammo ancora un po’ finché la campana maggiore – con la sua voce imponente – ci fece capire che mezzogiorno era arrivato. Impressionante vedere quel mostro di bronzo volteggiare paurosamente sopra le nostre teste, fin quasi a sfiorarle. Finalmente tornata la quiete, appagati nella curiosità e inebetiti dal frastuono, riprendemmo la via del ritorno.

Arrivati a terra trovammo però una brutta sorpresa: l’ uscita era chiusa. Venni a sapere successivamente che era stato il sagrestano, notata la porta aperta, non aveva trovato niente di meglio da fare che chiudere l’ uscio e portar via la chiave.

Bussammo e chiamammo a lungo finché alla fine la porta si aprì ed apparve (indovinate?) il monsignore. Già preparati a sorbirci chissà quale reprimenda, il tutto si trasformò in un improvviso silenzio non appena don Bonanni vide apparire dall’ oscurità, con la tonaca più bianca che nera, il nostro don Tarcisio. Non saprò mai chi dei due, in quel momento, si sentisse più imbarazzato. Il primo, nel dover frenare la preventivata filippica trovandosi davanti un sacerdote; il  secondo, sentendosi nei panni del bambino scoperto con le dita nella marmellata. L’ unico che aprì bocca fu il chierico, sbucato non so da dove, che sdrammatizzando la situazione disse: “ O don Tarcisio l’ ho cercata dappertutto, ormai si sarà freddato ogni ‘osa. Speriamo che la Marietta la ‘un s’arrabbi”. La Marietta, madre del carissimo don Giuseppe Bassi, era capocuoca all’ istituto salesiano.

Abbozzato un mezzo inchino noi ragazzi – prima che il monsignore ci ripensasse – sgattaiolammo via in quattro e quattr’ otto non senza aver udito don Tarcisio che dopo aver farfugliato non so che cosa, disse al pievano: “ Bel lavoro, davvero un bel lavoro”.

Mi chiedo ancora se con quelle parole si volesse riferire alla recente elettrificazine delle campane oppure ironicamente al buon sagrestano per lo scherzo da prete che, involontariamente, ci aveva rifilato.

 

                                                                                                          Giuseppe Panchetti  

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, gennaio 2008

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