LE CAMPANE, DON TARCISIO E IL MONSIGNORE
Cinquant’ anni fa, l’ 8
dicembre 1957, solennità dell’ Immacolata Concezione, veniva inaugurato
– nella Pieve di Borgo San Lorenzo – il nuovo impianto di
elettrificazione campanaria e da quel momento – sospinte con l’ ausilio
di motori elettrici – le sei campane non necessitavano più della forza
delle braccia per farsi sentire. La nostra Pieve fu la prima chiesa del
Mugello e una delle primissime della Toscana a vantare un’ innovazione
del genere. Per la cronaca, le campane del Duomo di Firenze, erano state
elettrificate appena un anno prima, nel 1956.
Tramontava così una delle figure più
caratteristiche e tradizionali del nostro costume: quella del campanaro.
Mi sembra ancora di vederlo, con la sua mole massiccia, da solo o
accompagnato da qualche ragazzetto improvvisatosi aiutante, intento ad
arrampicarsi fin lassù, sul campanile, che era un po’ la sua seconda
casa. Dalle cinque del mattino (com’ era consuetudine in passato per il
primo doppio) fino alle ventuno (Or di notte) – lasciando a voi
immaginare con quanta gioia durante i rigidi mesi invernali – sempre
disponibile per tutto l’ arco dell’ anno, aggrappato alle funi e
costretto a sforzi sovrumani perché il suono riuscisse bene,
specialmente quello della festa. E se consideriamo che le due campane
maggiori,
Quell’ 8 dicembre di tanti anni fa, mi è rimasto particolarmente inciso nella memoria per un fatterello simpatico, accaduto insieme all’ indimenticabile e carissimo don Tarcisio Torracchi.
Noi ragazzi, in occasione della giornata dell’ Azione Cattolica, eravamo riuniti nella Pieve per l’ annuale e solenne cerimonia della Promessa di Aspirante. Ci accompagnavano due salesiani: don Tarcisio e don Carlo, quest’ ultimo un giovane assistente originario dell’ Impruneta, sempre diafano e tutto pelle e ossa da sembrare il ritratto dell’ arcivescovo Antonino. Non essendo ancora stato ordinato sacerdote, tutto lo chiamavano “il chierico”.
Officiava il rito mons. Gino Bonanni pievano dell’ epoca, persona amabilissima e colta, ma che a noi, per quello sguardo così incisivo, incuteva soggezione e riverenza.
Finita
Dopo il doppio ci dilungammo ancora un po’ finché la campana maggiore – con la sua voce imponente – ci fece capire che mezzogiorno era arrivato. Impressionante vedere quel mostro di bronzo volteggiare paurosamente sopra le nostre teste, fin quasi a sfiorarle. Finalmente tornata la quiete, appagati nella curiosità e inebetiti dal frastuono, riprendemmo la via del ritorno.
Arrivati a terra trovammo però una brutta sorpresa: l’ uscita era chiusa. Venni a sapere successivamente che era stato il sagrestano, notata la porta aperta, non aveva trovato niente di meglio da fare che chiudere l’ uscio e portar via la chiave.
Bussammo e chiamammo a lungo finché alla fine la
porta si aprì ed apparve (indovinate?) il monsignore. Già preparati a
sorbirci chissà quale reprimenda, il tutto si trasformò in un improvviso
silenzio non appena don Bonanni vide apparire dall’ oscurità, con la
tonaca più bianca che nera, il nostro don Tarcisio. Non saprò mai chi
dei due, in quel momento, si sentisse più imbarazzato. Il primo, nel
dover frenare la preventivata filippica trovandosi davanti un sacerdote;
il secondo, sentendosi nei
panni del bambino scoperto con le dita nella marmellata. L’ unico che
aprì bocca fu il chierico, sbucato non so da dove, che sdrammatizzando
la situazione disse: “ O don Tarcisio l’ ho cercata dappertutto, ormai
si sarà freddato ogni ‘osa. Speriamo che
Abbozzato un mezzo inchino noi ragazzi – prima che il monsignore ci ripensasse – sgattaiolammo via in quattro e quattr’ otto non senza aver udito don Tarcisio che dopo aver farfugliato non so che cosa, disse al pievano: “ Bel lavoro, davvero un bel lavoro”.
Mi chiedo ancora se con quelle parole si volesse riferire alla recente elettrificazine delle campane oppure ironicamente al buon sagrestano per lo scherzo da prete che, involontariamente, ci aveva rifilato.
Giuseppe Panchetti
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, gennaio 2008

