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IL CARZA NON C'E' PIU'

L’agonia di un torrente

Tutti i fiumi vanno in giù e la Carza matta la và in sù”.

Questo era un vecchio e simpatico motto popolare riferito all’andamento del torrente Carza, che a differenza di altri corsi mugellani, scorreva verso l’Appennino piuttosto che discendervi.

Una vecchia testimonianza orale, un modo di dire analogo ad altri, riferito a un’epoca ben precisa della storia locale, e nel quale si manifestava il rapporto intimo, quasi viscerale, tra la gente della Val di Carza e il proprio fiume.

Un motto che non potrà mai più, essere ascoltato dalle nuove generazioni, poiché non esiste più alcuna forma di vita relativa al torrente, e all’acqua che vi scorreva, elemento vitale ormai completamente assente da anni, secondo un destino comune ad altri bacini mugellani, immolati a certi ideali di progresso che arbitrariamente propongono uno sconvolgimento ambientale mai registrato prima, modificando negativamente l’aspetto tipico della nostra terra.

Massimo tributario in riva destra del Sieve, il Carza nasceva dal Poggio Carega e dal Poggio Starniano, poco a monte di Fontebuona, e percorrendo un alveo abbastanza regolare, senza troppi ristagni d’acqua, giungeva dopo pochi chilometri nell’abitato di San Piero a Sieve, e alla sua naturale confluenza con il corso principale della conca mugellana.

Molti tratti di storia nostrana appartengono alla Val di Carza e al suo torrente, basti ricordare il castello di Spugnole o quello di Carza Vecchia, le origini di luoghi come Vaglia e San Piero a Sieve, le “leghe di Tagliaferro” e il suo”ospitale” per i pellegrini.

In epoca più vicino alla nostra, riferita all’epoca mezzadrile attiva nella prima metà del secolo scorso, la Val di Carza vive forse il periodo più fiorente del suo percorso economico e sociale che s’identifica in massima parte nel settore agricolo e in attività minori come la produzione della calce, risorsa primaria di tre o quattro fornaci disposte lungo il corso della valle.

La coltivazione di cereali, dell’olio e della vite, resta senza dubbio, il riferimento basilare dell’economia locale, al quale sono legate opere complementari come quelle dei mulini, anch’essi come l’agricoltura, inscindibilmente legati al connubio perenne con la vita del torrente.

Il Carza, ora più che in altri periodi, riveste un ruolo determinante nella coltivazione di alcuni cereali, che richiedono frequenti interventi d’irrigazione, se non per l’abbeveraggio del bestiame o per il taglio ceduo dei pioppi, che grazie alla costante presenza dell’acqua, crescono spontaneamente in prossimità delle rive.

Anche varie attività all’aria aperta identificano nel torrente un valido punto di riferimento.

La pesca, già proficua poco a valle della sorgente, non costituisce solo un gradito momento di svago, anzi spesso è intesa proprio come parca risorsa alimentare, che la congiuntura economica del momento richiedeva. Nel torrente vivono da sempre colonie stanziali di specie pregiate come il gambero, il granchio, il ghiozzo, l’anguilla, il barbo e alcuni ciprinidi di monte d’importanza minore.

La valle in questo periodo, compare quindi come realtà attiva, popolata da gente semplice che vi lavora sfruttando tutte le possibili risorse naturali, a stretto contatto con il torrente che la percorre, accettandone effetti positivi o negativi riferiti alle ricchezze che può offrire o alle drammatiche piene autunnali che tutto spazzano via. Un rapporto non facile, sottolineato da amorevoli interventi periodici per il mantenimento delle rive, dal controllo nel prelievo degli inerti, da un connubio ancestrale proprio della realtà popolare dell’epoca.

Oggi questo scenario d’altri tempi, forse inadeguato al percorso frenetico e “intelligente” dei nostri giorni, non esiste più, irrimediabilmente cancellato da nuovi ideali di progresso.

Una lettura ponderata della situazione Carza e di altri bacini mugellani, non può, dunque, che identificarsi in uno sconvolgimento ambientale drammatico, dovuto a cause artificiali sulle quali sarebbe opportuno riflettere e che invece viviamo con atteggiamento remissivo e impotente, dal quale traspare spesso l’aspetto ancor  più amaro della complicità.

 

Un futuro ambizioso e lusinghiero sembra occhieggiare compiaciuto, anche se la percezione angusta di troppi interrogativi ci guida verso i lidi bui dell’evoluzione, ignari di eventuali sorprese che Madre Natura, ogni tanto ci presenta, costringendoci a un salutare e periodico bagno di umiltà.

 Massimo Certini

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, novembre 2008

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