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CHIESA LOCALE

I FRANCESCANI MUGELLANI RICORDANO IL PROF. CASSIGOLI

UN FRANCESCANO D.O.C.

Il 13 febbraio scorso si è spento a Marradi, quasi centenario, il prof. Antonio Cassigoli. Di lui si sono dette e scritte le tante cose fatte e i molti incarichi avuti: politici, sindacali, nell’Acli, nella scuola e nei movimenti cattolici. Forse, non si è detto chi era.

Il prof. Cassigoli era un francescano secolare o terziario francescano, come si diceva prima. I verbali del Terz’ordine di S. Carlo a Borgo S. Lorenzo registrano il suo ingresso come novizio il 22 giugno 1922; non aveva ancora 19 anni, ma è da quella vocazione al laicato francescano che è poi scaturita l’incredibile disponibilità a porsi al servizio della società e della chiesa. Non solo: il suo essere francescano ha caratterizzato tutto il suo operato.

E’ inutile ripetere i suoi impegni ufficiali alla congregazione di S. Carlo (fu membro della Commissione Amministrativa del Ricovero per i Poveri Vecchi fin dalla sua costituzione e in seguito ministro della congregazione fino al 1983), ma fu un grande animatore del Terz’ordine fin dalla gioventù. Con padre Massimo da Porretta ed altri terziari illustri, cito solo il prof. Domenico Del Campana e la prof.sa Elena Bandini che poi si trasferì a S. Giovanni Rotondo accanto al santo padre Pio, girò il Mugello visitando e tenendo incontri di formazione nelle varie congregazioni del distretto (allora anche la più piccola parrocchia aveva una congregazione francescana dipendente dalla congregazione madre di S. Carlo). Il suo essere francescano lo avvicinò, in un secolo ricco di santità, come lui stesso dice, a persone come Pier Giorgio Frassati e mons. Vincenzo Cimatti a Torino, il card. Elia dalla Costa, Giorgio La Pira e don Giulio Facibeni a Firenze.

E l’entusiasmo e la gioia della sua vocazione non è mai venuta meno, dal suo primo discorso ad Assisi in occasione del pellegrinaggio del 1926, settecentenario della morte di S. Francesco, quando, come racconta, fu letteralmente sollevato da padre Massimo in piazza di Santa Maria degli Angeli e costretto a parlare di fronte agli innumerevoli terziari, a quando alla fine degli anni ‘70 strenuamente lottò perché non venisse chiuso il convento di S. Carlo. “Non squillerà più la campanella conventuale per la Messa festiva delle dieci, in questi ultimi tempi affollatissima, e invano suonerà in portineria il campanello premuto da sacerdoti e da fedeli in cerca di aiuti per il ministero pastorale o di conforto spirituale”, scrisse su “La Nazione”.

Un anno fa andai a trovarlo con Marcello Degl’Innocenti; avevamo con noi un registratore. Abbiamo parlato, o meglio parlò quasi sempre lui, ricordando padre Massimo e personaggi noti e meno noti della sua vita; e prima di lasciarci volle recitarci e commentarci una sua poesia.

La trascrivo integralmente, come il suo ultimo canto terreno:

“...Tempo fa ho fatto una poesiola che è intitolata così: Crux una in montibus. Che vorrebbe dire: una croce solitaria in mezzo ai monti. E ve la dico a memoria:  Nel cielo, ove l’alba s’infiora (perché sta venendo l’aurora) le tremule stelle assonnate / laggiù nella valle canora / un coro / che sembra di fate (perché da que’ monti dove io ero salito per andare a visitare le scuole, monti di Tirli, sopra Tirli, S. Patrizio a Tirli, sono monti intorno alla Faggiola, si vede proprio tutto il panorama, sia del firenzuolino come del palazzuolese e lì si sentono i grilli che cantano, le raganelle che anch’esse spettegolano nei campi) / lontano sull’ampia distesa (perché c’è un prato grande in alto fra una catena di montagne e un’altra catena)  / la croce di Cristo s’innalza / al cielo infinito protesa / da un rustico cippo di balza (sì, perché lì la natura ha formato come una specie di piedistallo, di piccolo monumento e lì hanno infilato la croce col Cristo morente) / e un cespo di rose / fiorito / salente / pel legno rubesto / s’attorce al grande ferito / il Cristo suo mesto. (Cioè lì Cristo è solo con la natura, come  vista attraverso i fiori,  i fiori campestri, i fiori di montagna. E’ solo anche in mezzo al gorgheggìo, al trillìo, al fischio di tutti questi animaletti che fanno un vero concerto. Però lui sa che l’hanno crocifisso, che l’hanno sbeffeggiato, che n’han fatte di tutte contro di lui e perciò lui si guarda, vede questa gente che gli vuol far festa, che gli vuol far dimenticare tante contumelie, e guarda allora questo cespo di rose, tutto pieno di fiori aperti che profumano e che creano bellezza dappertutto. E un cespo di rose, fiorito, salente pel legno rubesto, che si arrampica verso Gesù aggrappandosi a questo legno antico, legno rubesto che vorrebbe dire sì robusto, ma nello stesso tempo anche un legno rustico.  Ecco,  s’attorce questo cespo di rose, cioè si avvitortola, detto con parola mugellana, s’avvitortola alla croce. Un cespo di rose fiorito salente pel legno rubesto s’attorce al grande ferito; c’è là Cristo con le braccia aperte alla croce, chi è questo grande ferito? E’ Cristo, il Cristo suo mesto il quale però reclina il capo e ha tutto il segno della mestizia sul volto, è contento di quest’omaggio della natura e della gente semplice ma nello stesso tempo pensa a tante brutture che ha dovuto sopportare e subire, ecco perché il Cristo è mesto, ha la mestizia in sé).

Pace e bene, e ... arrivederci prof. Cassigoli.

Giorgio Giovannini

Ministro OFS S.Carlo 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile 2003

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