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La copertina di questo mese
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Articoli
Società - Politica
Il fermento delle idee cristiane
nella società e nella politica: quale futuro?
Intervento di Francesco Cossiga
 Francesco Cossiga al Teatro Don Bosco di Borgo San LorenzoBorgo San Lorenzo, Teatro Don Bosco, 10 0ttobre 1997

Quando gli amici mi hanno fatto giungere il loro invito, io non sapevo chi loro fossero; e mi fecero buona impressione per il modo - direi - semplice, schivo, immediato con cui mi invitarono. Non credo che se ne abbiano a male se dico loro che cercai di capire chi fossero; e appresi così che si trattava di un gruppo di persone, di giovani con i quali, benché lontano nell’età e lontano anche nel tempo e nello spazio, io - come appresso dirò – condividevo molte cose anche della loro origine e del loro modo di essersi proiettati nella vita sociale e nella vita culturale. E subito accettai, pur timoroso del fatto di venire a parlare nel Mugello, nel momento nel quale la vostra terra è sotto i riflettori dell’opinione pubblica nazionale e all’attenzione dei politici e dei non politici, attenzione solo adesso, per lo scontro della crisi di governo, mitigata e un po’ moderata. Io mi ricordo che la chiamai e le dissi: ma le sembra proprio opportuno che io venga a parlare? guardi che qualunque cosa io dica, qualunque cosa io faccia, secondo come mi muovo, potrà essere data una coloritura politica alla mia presenza, cosa che io non voglio per me e soprattutto non voglio per voi. Nel primitivo programma c’era un incontro specifico con i giornalisti, e io telefonai: no, per carità! Perché i giornalisti che io conosco – ottima razza per carità! – non chiederanno nulla, nessuna spiegazione delle cose che dico, ma chiederanno la mia opinione sulle elezioni nel vostro collegio senatoriale e poi – immaginatevi – sulla crisi in atto e così via.

Mi è stata chiesta una testimonianza, una testimonianza che però che valga per il presente e valga per il futuro. Ed è estremamente significativo, e mi ha fatto pensare, il modo con cui è formulata la vostra domanda. Così la vostra domanda dieci anni fa non sarebbe stata formulata e non sarebbe stata neanche una domanda. Voi oggi vi ponete il problema se vi sia un futuro per una presenza, per un’ispirazione cristiana, dei valori cristiani nella vita sociale e nella vita politica. Dieci anni fa - ripeto – questa domanda voi non l’avreste posta a voi e non l’avreste posta a me; e quindi bisogna che io vi dica perché questa domanda è legittima, ma questa domanda deve e può avere una risposta positiva. E questa domanda ha anche un’altra giustificazione, oltre quella del venir meno di quella forma storica di presenza dei cattolici nella vita politica e sociale del nostro Paese che si è realizzata con la Democrazia Cristiana. Ha anche un’altra origine questo vostro dubbio – diciamo così, una domanda è pur sempre un dubbio o comunque un problema – per l’alto grado di secolarizzazione del nostro Paese, che sembra chiudere gli spazi ai valori religiosi e soprattutto ad un’incarnazione dei valori religiosi – come si soleva dire un tempo – nel temporale, e cioè nella realtà, nella realtà sociale, nella realtà civile e nella realtà politica.

Parlando con gli amici che ho accanto, abbiamo visto che è uguale la nostra la nostra origine: la nostra origine è un’origine di parrocchia. Quando abbiamo visto che entrambi, che tutti e tre, avevamo origine nella parrocchia, io ho posto loro una domanda che sempre brutalmente pongo: vi è gente allevata nella parrocchia, ma secondo una discriminazione, e cioè gente di sacrestia e gente di oratorio. In parrocchia si può essere stati allevati in sacrestia e si può essere stati allevati in oratorio. E con fortuna ho visto che tutti e tre eravamo stati allevati in oratorio. Questo significa essere abituati ad una forma di vita dei valori cristiani e di testimonianza, di tentativo di testimonianza dei valori cristiani, che non ha nulla a che vedere con quelle forme integraliste o mielate che hanno fatto dire, come battuta spiritosa, che c’è chi andava in chiesa per pregare Dio e chi, più prosaicamente per parlare col parroco perché il parroco dava i voti e Dio no. Qui vi posso dire qual è stata l’esperienza mia personale – molto brevemente – fin da giovane. C’è un momento nella mia vita in cui mi sono posto il problema della compatibilità del cristianesimo, inteso come la ricerca della salvezza, con un impegno temporale. Cioè, la ricerca della salvezza propria e della salvezza degli altri, che cosa ha a che vedere con un’azione temporale che è volta alla ricerca di un bene che noi sappiamo transeunte. Questa è una domanda che è alla base anche della distinzione di S. Agostino tra la città di Dio e la città terrena, ed è la tensione che sempre il cristiano ha in sé quando deve combinare la dimensione trascendente e la dimensione orizzontale. La dimensione per cui il tempo finisce, per cui le cose temporali passano e per cui l’unico valore è un valore di salvezza. E debbo dire che in questo – non perché l’abbia scoperto io, ma perché mi è stato insegnato – ho trovato ausilio e - diciamo così – anche spiegazione insomma, in due passi, uno del vecchio testamento e uno del nuovo testamento: uno del vecchio testamento dal Genesi, adesso non ricordo il capitolo, lo guardato anche, ma citarvelo a memoria sarebbe un inutile sfoggio di una cultura biblica che io non ho. Questo è molto bello: poter citare il vecchio, il nuovo testamento dicendo versetto tot, tot; ma del vecchio testamento non mi ricordo; mi sembra che sia il capitolo 2, 5, ma potrei anche sbagliarmi, nel quale è detto che Dio ha creato l’uomo e la donna e gli ha detto: moltiplicatevi e dominate la terra. E quindi gli ha dato un mandato, a l’uomo non colpito ancora dal peccato originale, gli ha dato quello che noi chiameremo un mandato temporale, perché anche l’uomo non colpito dal peccato originale avrebbe poi lasciato la terra. Non che non sarebbe morto, solo non sarebbe morto nel senso del distacco violento dell’anima e del corpo, ma sarebbe passato da un tipo di vita ad un altro tipo di vita. E quindi il mandato è crescete, moltiplicatevi e possedete la terra. E possedete la terra non significa soltanto possedere la terra, possedere gli animali…possedere la terra significa possedere la natura, possedere la vita sociale, e quindi cioè svolgere un’azione temporale. Già quindi nel mandato di Dio c’era un mandato a essere ministri suoi nel governo delle cose del tempo. Questo mandato, che già di per sé fa comprendere come il cristiano non è… - vi sono poi vocazioni particolari, che non sono così separate, neanche per una persona dedita alla preghiera, neanche per una suora di clausura vi è la sospensione di questo; la suora di clausura prega, ma prega anche per gli uomini che sono nel tempo; non è che lei si ponga fuori del tempo - . E questo mandato poi è completato da un passo famoso della epistola di San Paolo ai Romani - qui mi ricordo, e mi sembra che sia 5, 20-23 – nel quale si parla della creazione che geme, come in un parto; e dove si parla poi di cieli nuovi e di terre nuove, cioè viene introdotto il criterio della redenzione dell’umano. Anche la terra viene redenta e anche la terra parteciperà della vita eterna. E quando si dice la terra – come si diceva nel vecchio testamento – si dice la vita temporale: i rapporti tra gli uomini, l’arte, la cultura, la politica, tutto questo! Quindi, non vi è una contraddizione – se non la contraddizione introdotta dal peccato – tra l’esser noi chiamati alla salvezza, e dover quindi considerare le cose del tempo come cose temporali, e il nostro impegno nelle cose temporali; perché l’impegno nelle cose temporali proviene da un comando di Dio: crescete e moltiplicatevi e possedete la terra, e ha come orizzonte il fatto che anche la terra, nel senso che si è detto, geme, il mondo temporale geme come in un parto, attendendo la redenzione, la redenzione finale. Queste due cose sono il fondamento della Dottrina Sociale delle Chiesa.

Il nostro impegno nel tempo – cioè l’impegno dei cristiani – e l’impegno degli uomini in generale quindi, non è un impegno non religioso! E’ in radice un impegno religioso! Il fare attività sociale, il fare attività civile, il fare attività politica è il vivere una dimensione della religione; in un modo particolare, per non avere una visione – diciamo così – teocratica. Un tempo si diceva essere così… – anche la Lumen Gentium del Concilio Vaticano II°, in particolare dove tratta dei laici, li reputa proprio essere come ministri della Chiesa riguardo al tempo e riguardo alle realtà temporali. Ecco perché è un errore porre una distinzione – come abbiamo rischiato di fare – tra il nostro essere nella Chiesa e della Chiesa e il nostro occuparci del tempo, della politica e così via. La radice è esattamente la stessa, e non potrebbe essere che la stessa, perché nulla certamente di ciò che non attiene alla nostra vocazione eterna – e quindi il nostro essere nella Chiesa e lavorare per la Chiesa – ha senso, e quindi anche il pensiero che la politica, l’arte, la società siano al di fuori del nostro impegno, mentre no! fanno parte del nostro impegno. E fanno parte dell’impegno di tutti gli uomini, perché la Chiesa è certamente solo la società dei battezzati, ma i comandamenti contenuti nel Genesi e la rivelazione fattaci dall’epistola di San Paolo riguardano tutti gli uomini. E l’ecumenismo non vale soltanto per i rapporti tra le confessioni religiose: l’ecumenismo vale anche per i rapporti tra i cristiani e non cristiani nelle cose religiose, e nelle cose religiose come ho anzidetto fa parte anche la politica, nel senso suo proprio. E cioè noi dobbiamo tenere presente come la libertà sia il fatto dominante del nostro rapporto con Dio, e anche del nostro rapporto con la Chiesa. Come ha detto il Concilio Vaticano II°, noi non siamo liberi solo rispetto alla legge civile e alle scelte che facciamo, ma siamo liberi perfino dentro la Chiesa. E il campo nel quale dentro la Chiesa siamo liberi, è – in una certa misura – anche il campo di quella che specificatamente noi chiamiamo la religione, ma è soprattutto il campo delle cose temporali. Quindi non si può porre la domanda: ma i valori sociali, l’ispirazione cristiana avrà ancora valore nel futuro, rispetto alla nostra società e al nostro stato. E’ come porsi la domanda: ma la Chiesa avrà ancora da svolgere una missione, una missione complessiva che è – ripeto – una missione la quale tiene conto anche della natura che geme nelle doglie del parto e che essa stessa è consacrata e destinata alla redenzione. Naturalmente tutto questo secondo – appunto - una legge di libertà. Una legge di libertà e una legge di autonomia delle cose temporali; legge di autonomia delle cose temporali che non significa non far parte della missione della Chiesa, ma avere leggi proprie. Leggi proprie che sono anch’esse leggi di Dio che ha creato il mondo in un certo modo, e quindi ha creato le leggi della politica; ha creato le leggi dell’economia, ha creato le leggi proprie della società, leggi che in gran parte non sono leggi rivelate; e che quindi la cui scoperta e la cui applicazione è affidata alla libertà dell’uomo, e anche quindi alla libertà del cristiano. Questa premessa potrà sembrare una premessa tutta…, un tentativo, insomma, di creazione di una teologia della politica e un cercare di sottrarsi ai problemi più concreti. Però è una cosa che… - siccome voi mi avete chiesto una testimonianza personale - questo è il cammino - è un termine un po’ ambizioso – posso dire il cammino spirituale soltanto perché so bene che il cammino spirituale ce l’hanno anche i peccatori; non faccio nessuna rivendica di santità, Dio mi perdoni se questo fosse; o il cammino intellettuale per il quale, ponendomi da giovane questo problema, poi ho ritenuto che l’impegno politico… – che poi abbia avuto le mie ambizioni, che mi sia dimenticato di questo carattere sacrale della politica, questo riguarda le mie deficienze - , ma oggettivamente i motivi per i quali ho ritenuto non potersi distinguere il mio essere cristiano, l’appartenere alla Chiesa con il mio fare politica, sono stati questi che vi ho esposto.

Adesso andiamo a toccare invece temi molto più concreti. La domanda che voi avete posto può porre, poteva appunto derivare dal fatto di ritenere che vi fossero mondi separati. Mondi distinti si, ma separati no! E poi – ripeto brutalmente – che dieci anni fa, ai tempi della Democrazia Cristiana,… (quando io vedo amici che hanno militato nello stesso partito, io non dico mai ex compagni di partito, io dico sempre compagni dell’ex partito; il partito non c’è, noi siamo sempre compagni di un partito virtuale). La Democrazia Cristiana è stata la forma storica in cui si è espresso, in un periodo storico ben determinato e nel nostro paese, l’impegno politico della maggior parte, anzi della massima parte dei cristiani. Lo si è espresso perché questi cristiani, e soprattutto la Chiesa, hanno ritenuto vi fosse – io dico – un alto grado di opportunità morale – e poi vi dirò perché dico soltanto un alto grado di opportunità morale – per l’unità politica dei cattolici nel nostro paese. Io dico l’opportunità morale, l’alta opportunità morale, perché vi debbo confessare che io non ho mai ritenuto che questa opportunità fosse una necessità morale per cui, chi non ha ritenuto di condividerla, fosse per questo fuori della Chiesa e fuori dell’impegno cristiano. Vi sembrerà strano quello che sto per dirvi, ma – ad esempio – vi è stato un gruppo di cristiani, e di cristiani di grande spessore religioso e morale, che tentarono una affascinante avventura intellettuale e religiosa del coniugare il comunismo con il cristianesimo e con il cattolicesimo. Direi che è stata una delle avventure più significative della cultura politica e della cultura cristiana del nostro paese: quelli che voi conoscete come i comunisti cattolici. Vi sono molti cattolici che hanno militato nel Partito Comunista, tanto che Togliatti diceva che il Partito Comunista era il secondo partito cattolico d’Italia. Ma per il nostro discorso, vi è stato invece un gruppo di cattolici, di intellettuali cattolici, di militanti cattolici i quali hanno corso quest’avventura: di fronte al fenomeno epocale del comunismo, al fenomeno politico, al fenomeno intellettuale e culturale, come novelli Leone X°, hanno ritenuto che fosse necessario che il cristianesimo battezzasse la barbarie e si sono messi in quest’avventura. Ecco, però certamente questo è uno dei capitoli affascinanti da un punto di vista intellettuale, da un punto di vista culturale e chi è rimasto lì è stato anzi formalmente condannato dalla Chiesa, ma vi sono molte cose condannate dalla Chiesa che però continuano a far parte della vita e della Chiesa e a far parte della vita delle società. Però noi abbiamo avuto un periodo nel quale la Chiesa ha ritenuto altamente opportuno, o gravemente opportuno anche da un punto di vista morale l’impegno unitario dei cattolici in politica. E lo ha ritenuto per motivi storici, perché e la Chiesa e anche i politici di quell’epoca hanno ritenuto che di fronte al fenomeno nazionale e internazionale del comunismo, che vedevano come un pericolo e per i principi d’indipendenza, di sovranità nazionale ed altro e per i principi cristiani; e anche per i principi d’indipendenza della Santa Sede per essere essa all’interno dello stato italiano, l’appartenenza dell’Italia al sistema dei paesi – diciamo così – del patto di Varsavia, avrebbe sollevato grossi problemi per la libertà e l’indipendenza anche della Santa Sede, hanno ritenuto di dar vita a questo fenomeno che si chiama Democrazia Cristiana. Io dico sempre scherzosamente, forse un po’ senza rispetto, che il vero fondatore della Democrazia Cristiana è Giovanni Battista Montini. Perché Giovanni Battista Montini mise insieme le esigenze ecclesiali presenti nell’impegno pastorale di Pio XII°, insieme alle esigenze, tutte politiche, del leader dei cattolici democratici dell’epoca Alcide De Gasperi, e il frutto della coniugazione di queste due esigenze è stata la Democrazia Cristiana. Quindi la Democrazia Cristiana è il frutto di una specifica situazione ideologica e politica interna e di una specifica situazione internazionale. E poi la Democrazia Cristiana si è venuta evolvendo, e da partito di ispirazione cristiana – e, diciamo, anche da piccolo partito - , quello nel quale io mi iscrissi nel 1944, e che aveva delle caratteristiche tali anche – per esempio – da un punto di vista sociale – e questa è una confessione che ho fatto un’altra volta -, che vi è stato qualche mese in cui io, militante di un’organizzazione cattolica, ero incerto se iscrivermi alla Democrazia Cristiana o iscrivermi al Partito Comunista. Però poi il partito è venuto assumendo una funzione nazionale, per cui è stato veramente il "partito nazionale", il partito dello Stato, e possiamo dire anche uno "stato partito": l’Italia si è spaccata in due, e una parte era dominata dallo stato partito e l’altra soltanto da un partito. Il venir meno di queste condizioni, insieme con l’alto grado di secolarizzazione della Democrazia Cristiana, per cui era difficile che noi che vi militavamo negli ultimi anni della sua esistenza, cogliessimo altri valori oltre quelli eminentemente politici di potere che avevamo dovuto coltivare per i motivi che ho anzidetto, hanno fatto si che, con il venir meno di quelle specifiche condizioni storiche, culturali e così via, la Democrazia Cristiana, quella Democrazia Cristiana… che poi ci sia questo pezzo di Democrazia Cristiana che afferma di essere successore , è un po’ una bega come quando muore un grande padre: tutti, legittimamente, dicono di essere i veri successori. Successori della Democrazia Cristiana non ce ne sono, perché la Democrazia Cristiana è stata un unico nella vita del Paese! Naturalmente, la scomparsa della Democrazia Cristiana ha posto i cattolici italiani di fronte – e li pone – al problema di come testimoniare e di come far vivere i valori cristiani, o i valori della dottrina sociale della Chiesa, nella società attuale.

I modi sono tanti. Innanzitutto vi è – e questo dobbiamo ricordarcelo – che la dottrina sociale della Chiesa non è una dottrina politica: la dottrina sociale della Chiesa è un capitolo della morale; ed è la morale che riguarda la società, che riguarda il rapporto dell’uomo con la società. E’ per questo che la dottrina sociale della Chiesa detta i principi morali del nostro rapporto con la così detta società civile: le comunità, le associazioni, le professioni, tutto quello che oggi viene chiamato società civile. E la dottrina sociale della Chiesa detta poi alcuni principi che riguardano il nostro rapporto con lo Stato e, quindi, la politica. Ma la dottrina sociale della Chiesa non è che un tentativo di proiettare valori religiosi, etico-religiosi, nella concreta società storica; non è una dottrina che può risolvere i problemi della politica, perché la politica e la società hanno le loro proprie leggi. Vi è certamente un’etica delle professioni, vi è quindi un’etica del medico, ma l’etica cristiana relativa alla professione della medicina spiega e fa capire come si debba esercitare l’arte medica, ma non è sostitutiva certamente delle conoscenze di carattere tecnico relative alla chirurgia, relative alla medicina, che sono cose che fanno parte sempre delle leggi di Dio in senso astratto, delle leggi della natura, ma che sono oggetto non della rivelazione, ma sono oggetto della nostra ricerca. Ed ecco che allora i modi per coniugare la dottrina sociale della Chiesa e i problemi politici del nostro tempo - questa è la mia opinione – non sono più univoci, possono essere vari. Intendiamoci, non è che quanto ho detto può, in astratto, opporsi a che si formi un partito il quale raggruppi di nuovo la maggior parte dei cattolici, solo che lo fa per altri motivi. Un partito che raggruppi la maggioranza dei cattolici li deve raggruppare sulla base di uno stesso sentire di carattere politico relativo ai problemi del nostro tempo. Non può essere più la Democrazia Cristiana, per cui erano preminenti alcuni valori generalissimi. C’è una battuta nella quale si diceva che per essere, tutto sommato, democratico-cristiani negli anni ’50 non fosse veramente necessario né essere democratici né essere cristiani. E’ una battuta, ma non è solo una battuta, insomma. Quindi io ritengo che, normalmente, oggi vi sia la possibilità di una pluralità di scelte, così come negli altri paesi: non è che non ci siano cattolici in America; non è che non ci siano cattolici in Inghilterra; non è che non ci siano cattolici in Canada; non è che non ci siano cattolici in Spagna; non è che non ci siano cattolici in Portogallo; e non è che non ci siano per i cattolici di quei paesi i problemi del testimoniare e del cercare di attuare e di testimoniare i valori sociali cristiani nella società. Ci sono, mica non fanno parte della Chiesa! E mica la Chiesa cattolica in Inghilterra, nel Galles, nella Scozia, in Spagna e in Francia, in America, nel Canada; non è la Chiesa che ha ricevuto il comando del Genesi e ha l’orizzonte di San Paolo ai Romani? E’ la stessa Chiesa! Non è che i cattolici di quei paesi siano diversi da noi, non sono diversi! Quindi si pone per essi il problema di come testimoniare. E se allora noi…vediamo questo, si pone innanzitutto un problema: vi è certamente una parte della vita sociale e della vita politica che è tuttora dominata dal dovere di unità dei cattolici. Vi è una serie di problemi in relazione ai quali la dottrina morale della Chiesa è una dottrina compiuta: l’aborto, il divorzio, e, in una certa misura, la scuola libera, perché la libertà dell’insegnamento può essere, può avere vari gradi di realizzazione; la Chiesa d’Italia il problema dell’insegnamento paritario comincia a porselo adesso, prima non se lo era posto, diciamocelo sinceramente! Non se lo era posto tanto che accettò tranquillamente un concordato nel quale ritenne di poter essere soddisfatta solo dall’insegnamento obbligatorio della religione nelle scuole; da qui poi soltanto l’insegnamento facoltativo. Questi sono determinati temi in cui, ancora oggi, caduto il muro di Berlino, essendo il comunismo soltanto una idealità e non più un’ideologia che è una cosa diversa, tuttora sussiste l’obbligo dell’unità. Su questi temi i cattolici di destra, i cattolici di sinistra, i cattolici di centro non possono che essere uniti. E nessuna questione politica, se non di gravissima opportunità politica, può evitare, può distogliere i cattolici dall’unità su questi temi. Io ne ho indicati tre! Su uno potrebbe essere maestro il collega dell’ex partito - stavo per dire l’ex collega di partito – (si rivolge all’On. Carlo Casini).

Ecco, quindi adesso allora si pone ai cristiani e ai cattolici italiani un problema, un problema - diciamo – drammatico, come tutte le scelte di libertà. Che scelte fare? come farle? come viverle? Innanzitutto, la prima cosa è che, essendo la scelta politica insieme una scelta tecnica – qui c’è un bellissimo capitolo dell’etica e politica di Benedetto Croce che una volta lessi al Senato, durante il periodo di tangentopoli, aspettando che mi interrompessero; poi invece non mi hanno interrotto e non ho potuto fare lo scoop, poi ve lo dirò - . Innanzitutto vi è una cosa: che il primo modo di influire e quello di vivere questi valori personalmente: una delle tentazioni di una certa concezione della politica; una delle tentazioni di una certa concezione di socialità, che vi è anche nella Chiesa, non della Chiesa, nella Chiesa è che la scelta sociale, la scelta politica, la scelta della carità sociale, la scelta della solidarietà quasi esonerino dalla scelta della coerenza personale. E allora vi è la teologia della liberazione che ha inventato una cosa che è anche valida: le così dette strutture del peccato. Le strutture del peccato sarebbero quelle strutture sociali che sono la causa del peccato individuale degli uomini; che quindi non esiste più! E allora compito della Chiesa, per la teologia della liberazione, è la rivoluzione politica. Non è la personale risposta di Dio all’uomo, no: è invece dare la libertà all’uomo cancellando le strutture del peccato, in questo tentativo di rompere, in ordine al problema della salvezza, il drammatico, la drammatica relazione tra noi e Dio, di cui la Chiesa è mediatrice, ma non espropriatrice. C’è il tentativo, certamente di un certo pensiero ecclesiale, per esempio della teologia della liberazione, di rompere questo rapporto che è drammatico. C’è un grande filosofo della religione che io mi auguro diventi anche santo, J. H. Newman, che ricorda la sua prima conversione; e la sua prima conversione era costituita dalla consapevolezza che egli, ragazzino quindicenne, acquisì che esistevano due cose fondamentali: lui e il suo Creatore; e che tutto il resto valeva, ma che il rapporto fondamentale sarebbe stato sempre tra lui e il suo Creatore. Allora, la prima cosa è di essere coerenti. Di essere coerenti nel professare queste idee, nel viverle personalmente nella propria cerchia. Essere buoni professionisti; non tutti debbono essere chiamati a essere politici professionali; vivere la propria professione secondo questi principi; vivere nei confronti del prossimo questi principi; vivere la vita della propria associazione secondo questi principi e associarsi secondo questi principi; vivere la vita nella società civile secondo questi principi. Poi vi è certamente l’impegno politico e la scelta politica. Venuta meno quella rete di sicurezza - diciamo pure – che era per i cattolici italiani la Democrazia Cristiana, esigita insieme da motivi di carattere temporale e da motivi di carattere ecclesiale, è sorto questo problema. Ripeto: il dire che noi ormai siamo aperti al pluralismo delle scelte tecniche – non possiamo fare carico alla Chiesa della privatizzazione o meno della Telecom, o di che cosa debba essere il nocciolo duro – noi dobbiamo guardare a quella che è la realtà ideale e politica della civiltà nella quale viviamo, che è la civiltà occidentale. Alcuni anni fa, esattamente ne 1990, cose che allora poco interessavano noi cattolici italiani, la Congregazione per la educazione e per l’università, insieme con la Congregazione per la dottrina per la fede diedero delle istruzioni per l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa nei seminari e nell’università. Era un piccolo libretto, un piccolo libretto che mi fece conoscere Bettino Craxi. Sembrerà strano: Bettino Craxi, presidente del consiglio dei ministri, mi fece conoscere le istruzioni della Congregazione della dottrina della fede! Ma si capisce perché a lui gli erano state segnalate e lui ne aveva fatto tesoro: perché, indirizzandosi naturalmente al mondo intero e soprattutto all'Europa, in base a principi di pluralismo, perché solo in Italia… la CDU tedesca con la Democrazia Cristiana italiana non ci ha nulla a che vedere, perché è un partito prevalentemente protestante e guidato, prevalentemente, da protestanti, ed è un partito totalmente laico. E’ il partito conservatore e moderato che è un partito cristiano, perché essendo un partito conservatore vuole conservare la tradizione cristiana cattolica e protestante della Germania. Con la Democrazia Cristiana… si, perché c’è il cristiano di mezzo, insomma, come ci sono i partiti cristiani scandinavi… è una cosa diversa! (Il documento) individuava due grandi correnti politiche che, con le opportune correzioni, erano compatibili con la dottrina sociale della Chiesa. E indicava: la liberaldemocrazia e la socialdemocrazia considerata la sottospecie della liberaldemocrazia. In realtà queste sono le due grandi ideologie che ancora sono quelle che, tira a destra, tira a sinistra, chiamali moderati, chiamali conservatori, chiamali progressisti, chiamali polo, chiamali ulivo, sono le due grandi correnti ideali. In queste correnti noi cristiani dobbiamo - perché non ci possiamo inventare una cosa – noi ci dobbiamo misurare con queste grandi correnti ideali! Che naturalmente si ispirano a principi che magari all’origine non erano da noi condivisibili, ma che adesso sinceramente… in questa…oggi non credo che ci sia nessuno che può sostenere che un cattolico non può militare, con fedeltà alla Chiesa, nel Partito Democratico della Sinistra. Adesso…personalmente io ritengo che possa militare anche in Rifondazione Comunista, ma questo è un altro discorso mio personale. Anzi, capisco benissimo come Rifondazione Comunista possa avere, rispetto ad alcuni cattolici, un fascino maggiore che non qualunque altra cosa. E naturalmente la divisione, la distinzione…lasciamo stare le origini ideali…già Giovanni XXIII°, proprio nei confronti del comunismo, distinse tra quella che era la matrice ideologica del comunismo e quello che è il comunismo come una scelta sociale e politica. Erano due cose diverse. E’ quello per cui non abbiamo mai considerato, nonostante la forte percentuale di comunisti in Italia, l’Italia una nazione apostata. Non l’abbiamo mai considerata una nazione apostata, né la Chiesa l’ha mai considerata una nazione apostata. E la famosa scomunica era, di Pio XII°, era più un fatto disciplinare, in ordine al giudizio di grave opportunità dell’unità dei cattolici, che non un giudizio sui singoli militanti e compagni del Partito Comunista. E qui vi è certamente un problema, vi sono dei problemi: e cioè noi cristiani siamo chiamati a fare le nostre scelte secondo coscienza e a vivere; ma fare queste scelte non significa assolutamente rinunziare alla testimonianza cristiana, perché noi dobbiamo – perché questa è la situazione storica e ideale del nostro paese come in altri paesi – cercare di dare, di innervare o di ispirare queste grandi scelte politiche tecniche; c’è chi è più a favore del concetto di garanzia – diciamo così – la socialdemocrazia; chi è più favorevole, chi vuole invece sottolineare il concetto di responsabilità, chi è più favorevole al principio dell’economia di mercato; chi ritiene invece che si debba essere più favorevoli al principio della regolazione dell’economia di mercato…son tutte cose … ecco… dove siamo chiamati, e questa è cosa non facile, a fare, innanzitutto delle scelte delle quali siamo convinti, e poi a testimoniare, a innervare – cosa che era molto… è molto più difficile che non con l’amica Democrazia Cristiana, dove eravamo in una casa che per averci l’insegna Democrazia Cristiana non ci poneva assolutamente questi problemi.

Adesso entro in un terreno delicato, che è un terreno molto vicino alla politica di oggi. E qual è questo terreno? In realtà, per un cattolico italiano è istintivamente più facile coniugare il proprio essere cristiano con una scelta socialista, che non con un’altra scelta. Il linguaggio, la visione della politica, gli strumenti della politica, il primato del concetto di solidarietà rendono più istintivo, per un cattolico italiano, fare una scelta – usiamo questo termine – di sinistra, che non una scelta d’altro genere. Su questo non v’è dubbio! Tutto il linguaggio al quale siamo stati abituati, la faticosa ricerca, da parte della Democrazia Cristiana, di dare ad una unità che aveva esigenze nazionali ed ecclesiali per cui uno non si iscriveva alla Democrazia Cristiana perché era a favore dell’IRI, non ci pensava neanche; non è che voi votavate per la Democrazia Cristiana perché era a favore dell’IRI, o perché era a favore di una politica di sovvenzioni per il mezzogiorno; non ci avete pensato minimamente! In gioventù io ci ho pensato, ma perché la Democrazia Cristiana era una Democrazia Cristiana di scelte specifiche; poi non le ha potute più fare per realizzare la sua essenza di grande partito nazionale. E quindi questa scelta… diciamo… che è più facile conciliare la propria esigenza di testimonianza dei valori cristiani con una scelta a sinistra, che non con una scelta di diverso genere. Cioè, istintivamente…Rifondazione: Rifondazione è per i poveri, è per gli emarginati, è contro il taglio delle pensioni, è contro la protezione delle pensioni ad ogni costo, è per creare posti di lavoro…e lo Stato assuma trecentomila persone, … istintivamente è più facile! Perché questa sembra la traduzione immediata in forme politiche di alcuni principi della dottrina sociale della Chiesa. Ecco, capisco benissimo il fascino che queste cose esercitano. E poi chissà? potranno anche esser vere! E dove è detto che stiamo meglio in Europa che fuori dall’Europa? E dov’è detto che dobbiamo scegliere l’Europa se poi l’Europa ci impedisce di assumere cinquecentomila persone, anche se non debbono far nulla? E dov’è detto? … C’è un altro problema…io ho, non solo grandissimo rispetto, ma grandissima comprensione per la scelta politica a sinistra di cattolici italiani. E ciò che mi auguro, e della quale conoscendoli sono certo, essi tutto faranno per innervare questa scelta – diciamo – a sinistra per vivificarla personalmente, comunitariamente dei valori cristiani. Il fatto è però che, come succede, per mille motivi esiste un’altra parte del mondo cattolico, che è moderato, rispetto ai quali è molto più difficile – come si può dire – una presenza di innervazione cristiana. Ci sono in Inghilterra cattolici conservatori: grandi personalità…quello che viene considerato il capo laico dei cattolici inglesi, Lord Norfolk, è un grande esponente del partito conservatore. Nel governo di Major caduto si diceva che il governo Mejor era o cattolico o di filo cattolici. La maggior parte dei cattolici inglesi vota per il Partito Laburista: Tony Blair è un anglicano, no, non è che nelle questioni sociali, non è che ci sia tanta differenza insomma, ed è, lui ha dichiarato che è arrivato, lui di famiglia conservatore, è arrivato al Partito Laburista attraverso la scelta religiosa. Prima è ritornato alla pratica della Chiesa nella quale viveva, e poi ha sentito l’esigenza di vivere i valori sociali della Chiesa della quale faceva parte – è Chiesa cristiana anch’essa – e i valori sociali di questa Chiesa sono largamente simili o identici alla Chiesa cattolica perché identico è il Vangelo, e allora ha fatto la scelta laburista. E ha fatto la scelta laburista in una posizione specifica che da noi non esiste, che in Inghilterra è molto forte, dell’associazione dei cristiani per il socialismo. E chi sono i cristiani per il socialismo? Sono i cattolici, metodisti e anglicani che cercano di dare un’ispirazione cristiana al socialismo che vivono. Ecco Tony Blair! Allora il problema è questo: il problema è come… siccome, questo è il mio giudizio personale, io non credo che in Italia si possa e si debba sottrarsi al dovere del bipolarismo, perché credo che sia il sistema in democrazia… la democrazia competitiva è anche il rimedio al regime. Ed è il rimedio, la forma maggiore di controllo, perché chi sa che può andare in minoranza fa attenzione a quello che fa, perché quello che oggi lui fa all’opposizione, domani l’opposizione che diventa maggioranza ……

Vi è un problema di presenza cristiana e di animazione cristiana di queste due grandi porzioni del Paese e dell’azione politica che si possono chiamare centro, destra, sinistra, moderati…questo non interessa molto. E questo è il problema che hanno i cattolici di oggi. Ed è un problema che si debbono risolvere secondo coscienza; ed è un problema in cui più forte deve essere il loro sentire cristiano, e più forte deve essere la loro conoscenza e la loro pratica della dottrina sociale della Chiesa. Perché nella Democrazia Cristiana eravamo dentro una grande casa in cui il cibo ci veniva da tutti ammanito, e non c’è nessuno che si è posto il problema di dare una coscienza o di testimoniare valori sociali cristiani dentro la Democrazia Cristiana, che poi è la causa della secolarizzazione della Democrazia Cristiana. Il cristiano italiano si trova davanti a scelte coscienziali, a scelte di libertà che poi sono le scelte proprie di un cristiano: nessuno si salva senza il rischio, insomma. Ecco, queste sono le cose che vi volevo dire. Che sia possibile fare questo non vi è dubbio, perché che sia possibile negare che questo sia possibile è negare che la Chiesa possa svolgere la sua missione; perché noi laici che facciamo politica siamo, in un certo senso, i ministri della Chiesa per l’amministrazione delle cose del tempo. E così come non può fallire l'azione, nel lungo tempo, dei preti e dei vescovi; così non può fallire neanche la nostra. Per questa concezione, che potrà essere sbagliata, spero che nessuno di voi mi denunzi alla Congregazione della dottrina della fede dove, peraltro, ho grandi amici che, se non altro mi avvertiranno prima insomma. Io credo che al limite quella domanda non abbia valore di essere, cioè il dubbio. Solo che il fatto che il dubbio non abbia valore di essere… possiamo fallire; e nel lungo tempo che non falliremo.

Cossiga, con padre Fosco, ai Cappuccini (Borgo San Lorenzo)La Chiesa è indefettibile nei secoli, non è che non possa sbagliare negli anni o nelle settimane o nei mesi. Questo è il problema di fronte al quale noi ci troviamo. Siamo durante una campagna elettorale, voi mi avete chiamato a dare una testimonianza – diciamo così - solamente cristiana e non politica e qui, per rispetto vostro e per rispetto del momento che viviamo io debbo fermare il mio dire. Se poi un giorno vorrete sentire, in libertà, come io la penso rispetto al secondo capitolo, non avrò nessuna difficoltà.

 Insieme a Cossiga, a pranzo ai Cappuccini

Io dimenticavo di dirvi una cosa, me la sono ricordata adesso: che i due grandi tentativi di ideologia politica del nostro paese, e cioè di dare una sistemazione teologica, quindi una riflessione sui sommi principi organica ai rapporti tra Chiesa, politica cristianesimo sono stati: uno, il tentativo intellettuale dei cattolici comunisti; e l’altro un grande tentativo di fondazione di una teologia politica, quello dovuto a Giuseppe Dossetti, poi don Pippo, poi don Dossetti, poi abate Dossetti, nelle file del cui movimento – diciamo così – ho militato per molti anni, soprattutto nella mia gioventù, trovandomi poi a dissentire con lui, senza nulla togliere al mio affetto e alla mia profonda venerazione per lui come sacerdote e come uomo santo della Chiesa. Anche quella è stato un tentativo alternativo alla Democrazia Cristiana. Giuseppe Dossetti lasciò la Democrazia Cristiana perché ritenne che la forma della Democrazia Cristiana non fosse la forma appropriata di presenza dei cristiani nella vita politica. Ed elaborò tutta una teologia – diciamo così – della politica che – e questo sarebbe lungo dirlo – ha ripreso quota anche nel mondo attuale, per cui certamente in un certo modo di vivere, di concepire la politica nella scelta a sinistra di molti cattolici, lo sappiano o non lo sappiano, rivive la teologia dossettiana. Naturalmente, noi della Democrazia Cristiana avevamo purtroppo altre cose a cui pensare che quella di elaborare una teologia politica, perché ci siamo trovati ad esercitare il potere e, debbo dire, che forse il massimo sacrificio che i cattolici della Democrazia Cristiana hanno fatto, è stato quello di sacrificare impegni che sembravano più nobili, impegni che sembravano forse più interessanti, a impegni ai quali hanno adempiuto, a impegni che sembravano più secondari: quello di consolidare la democrazia nel nostro Paese, di garantire un sistema di libertà, ciò che è dimostrato dalla dislocazione attuale delle forze politiche, e di avviare il nostro Paese, nell’indipendenza e nella sovranità, verso un benessere che ancora non si è raggiunto, ma di cui la Democrazia Cristiana, il mio ex partito certamente, e io non lo dimentico mai, ha tutti i titoli per rivendicarne il merito. Scusate quest’appendice.

Francesco Cossiga

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, ottobre 1997
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