10 anni fa ci lasciava Don Angelo Vallesi
Ricordo di un amico
In dieci anni non si perde nulla della fragranza di
un’amicizia. Anzi, al pari di un paese visto da un’altura da dove si possono
apprezzare lo scenario in cui è compreso, i collegamenti, il fiume, i monti, i
paesi vicini, le tante sfaccettature della persona cara, difetti compresi,
appaiono nella loro unitarietà, e si inseriscono
in uno scenario più vasto che contribuiscono ad abbellire e dal quale, a
loro volta, ricevono una luce più vera.
Don Angelo ha seminato parecchio dalle nostre parti, molto al di là dei confini parrocchiali e del paese, pienamente cosciente però che poi è Dio che fa crescere. Questa sua consapevolezza lo portava ad osare appena se ne presentava l’occasione: nella scuola, nella cultura, nel suo modo di essere prete, in mille altre occasioni che potevano presentarsi e dalle quali cercava sempre di spremere il meglio. E, da questo suo osare, traspariva uno stile che traeva le sue radici in quella universalità romana a lui tanto cara. Avrebbe certamente apprezzato e sottoscritto le parole del Papa che, recentemente, ha affermato che << il cuore romano è un “cuore di poesia”, a sottolineare che la bellezza è quasi “un suo privilegio, un suo carisma naturale”>>. Come gli piaceva accompagnare gli amici a visitare Roma! Lui, marchigiano, sembrava sentirsi davvero a suo agio soltanto tra le mura della capitale. In quelle occasioni gli si perdonava anche qualche civetteria.

L’amore per la bellezza cercava di trasmetterlo a più non posso, promuovendo la cognizione dell’arte in tutte le sue espressioni. D’altro canto, se non si ama il bello come si fa ad amare Dio?
Che fosse un timido non ne ho dubbi! Il suo cuore di bambino lo rassicurava però dell’amore del suo Signore, e da lì traeva la fiducia con la quale ha affrontato anche gli ultimi tempi della sua avventura terrena.
Si aveva l’impressione che fosse perennemente in preparazione di qualche cosa. Infatti, da diverso tempo, mi vado convincendo che, infondo, i suoi pensieri e le sue azioni erano come quelle di una persona tutta intenta a preparare una festa. Il suo modo di sorridere, di rapportarsi, di camminare, non raramente una sorta di frenesia, tutta la sua vita, insomma, mi pare proprio che testimonino questa sua ansia per un giorno solenne. E’per questo che bisognava ricercare gli invitati, preparargli, dotarli del necessario, fornire loro qualche anticipazione, magari per telefono la sera tardi. Meglio ancora se poi questi entravano a far parte del comitato organizzatore.
Quest’aspirazione verso un giorno solenne è il lascito fondamentale che ci ha lasciato. Ed è un lascito di speranza. Un lascito di gioia. Un lascito che siamo invitati a condividere. Un lascito che è proprio di ciascun figlio di Dio.
Vivere
E’ per questo che siamo invitati a rimboccarci le maniche, a osare, a spenderci, a rinnovare ciò che il ricordo ci presenta come caro e importante. In altre parole a darci da fare per preparare la festa, il giorno solenne in cui tutti, ma proprio tutti, ci ritroveremo in un abbraccio senza fine.
Giampiero Giampieri

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, marzo 2009

