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FORMAZIONE DEI GIOVANI: CHE FARE?

Se tornasse don Bosco

Probabilmente, nel disorientamento generale riguardo alla formazione umana e cristiana dei giovani, giova riflettere su quella che forse è da considerare l'invenzione più geniale in proposito: l'Oratorio secondo lo spirito di Don Giovanni Bosco.

Don Michele Rua, il primo successore di Don Bosco, disse un giorno ad un salesiano che inviava per iniziare un Oratorio: "Colà non v'è nulla, neppure il terreno e il locale per radunare i giovani, ma l'Oratorio è in te: sei tu!"

Orfano e poverissimo, accolto da Don Bosco all'età di 12 anni, Giovanni Roda ricorda: "Arrivati al cancello, prima di attraversare il cortile, (Don Bosco) ha chiamato forte: "Mamma, venite un po' qui. Venite a vedere chi c'è". Ha gridato proprio così, facendo festa come quando arriva un parente o un figlio".

Quando all'età di sei o sette anni varcai per la prima volta il cancellino dell'Oratorio di Via del Pozzino a Borgo San Lorenzo, l'allora sconosciuto Don Torracchi mi venne subito incontro riservandomi un'accoglienza che, probabilmente, ha determinato tutto il corso della mia vita. E i tanti amici che lo hanno conosciuto converranno con me che Don Torracchi era l'oratorio. Quando stavi con lui era sempre festa, anche se ti dava una zuppa.

I giovani hanno bisogno di sentirsi amati. E' solo sentendosi amati che possono fare esperienza della tenerezza di Dio, altrimenti considerato alla stregua di una pur nobile astrazione. Le cose delle quali si è fatto esperienza sono molto più convincenti di tante parole. Scrive Don Bosco: Bisogna che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati. Chi vuol essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Chi sa di essere amato, ama; e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani.

Per Don Bosco i giovani non sono i semplici destinatari delle proposte degli educatori. Lui sa che i giovani sono i migliori educatori dei loro coetanei. Il cammino di coinvolgimento non vuole escludere nessuno, si adatta alle capacità dei singoli e porta i più dotati ad una crescente tensione missionaria. I giochi sono per tutte le età e le abilità fisiche, anche nella preghiera i ruoli sono diversificati così come nella liturgia e in tutte le altre attività. Il suo approccio con loro comprendeva tre mosse:

a) cercava di capire chi fossero i leaders positivi;

b) faceva di tutto per farseli amici;

c) li lanciava in mezzo ai compagni con queste parole: Cercate di far loro del bene!

Si formava in questo modo una comunità cementata dalla volontà di crescere insieme e che sperimenta la gioia di una concreta comunione. Si, perché per Don Bosco la gioia era l'undicesimo comandamento. Don Bosco inoltre è convinto che in ogni ragazzo c'è un punto accessibile al bene, facendo leva sul quale ha ottenuto quello che nessuno osava sperare.

In questo contesto si educava il giovane alla competenza professionale, a crescere con convinzioni ben radicate (senso del dovere, rispetto per gli altri, disponibilità all'aiuto, senso critico), a prestare attenzione al mondo circostante (lavoro, quartiere, famiglia, Chiesa), con volontà di dare il proprio contributo.

Anche la parola evangelizzare aveva per Don Bosco - al contrario di tante vacue dissertazioni che si sentono in giro - un significato molto concreto: costruire un ambiente in cui parlare di Dio, fare proposte religiose e di impegno apostolico, sia compreso dai giovani come fedeltà ad un'identità irrinunciabile. Concluderà la sua vita dicendo ai suoi ragazzi: Vi aspetto tutti in Paradiso!

Io penso che le parrocchie non possano sfuggire da un serio confronto con l'esperienza dell'Oratorio secondo lo spirito di Don Bosco. Certo, i salesiani hanno una specifica vocazione, ma non è detto che confrontarsi con il capolavoro di un Santo non dia buoni frutti per tutti. L'urgenza c'è ed è seria!

Giampiero Giampieri

© il filo, febbraio 1998

 

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