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A 40 ANNI DALLA MORTE DEL PRIORE

Don Milani, prete, non politico

Il quarantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani è stato occasione per molti commenti, rivisitazioni, rievocazioni. E anche per qualche strumentalizzazione di troppo. Presentiamo qui da una parte due interventi, uno dell’Arcivescovo di Firenze card. Antonelli e l’altro del Card. Piovanelli, utili per tratteggiare aspetti importanti della figura di don Lorenzo; dall’altra due brani relativi alle polemiche seguite alla visite di politici a Barbiana.

Assetato di assoluto

Lorenzo Milani era assetato di verità, di assoluto, di dedizione incondizionata, di perfezione.

L’ideale assoluto lo incontrò in Cristo al momento della sua conversione. Dice don Bensi: «Da quel giorno di agosto fino all’autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire». «Chiedeva tutto, esigeva il massimo, la perfezione; in questo, se si vuole, era anche un po’ disumano. Ma io so che pagava per primo, che non si concedeva indulgenze, e quel che chiedeva alla Chiesa e al Vescovo lo chiedeva per amore». Fin qui don Bensi.

Don Milani è innanzitutto un grande uomo di fede. Una fede lucida, esigente, senza alcuna superficialità, senza mezze misure. Si spiega così come la sua conversione coincidesse con la sua decisione di diventare prete. Si spiega così la sua concentrazione spirituale sulla Messa. «Ricordo com’era trasfigurato» - ebbe a dire don Bensi. Si spiega così la sua appassionata azione evangelizzatrice ed educativa.

Ascoltiamo ancora don Bensi. «Era un cristiano, ma anche un ebreo: un piede, a suo modo, nel Vecchio Testamento l’ha sempre tenuto. Di qui il suo rigore, le sue collere, la sua spaventosa intransigenza». Penso che a lui si possano bene applicare le parole che Gesù, come abbiamo udito nel Vangelo, rivolse a Natanaele: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità».

Esigeva trasparenza e coerenza da sé e dagli altri; combatteva con durezza i maestri di menzogna e chiunque si adagiava nella mediocrità, «chi mirava basso»..

A San Donato fu dolorosamente colpito dalla incoerenza religiosa dei parrocchiani. Non vedeva differenze nel vissuto quotidiano tra praticanti e non praticanti e non credenti, tra democristiani e comunisti: li trovava tutti materialisti e rivolti agli interessi e piaceri immediati. Vedeva, sotto le forme e le devozioni della religiosità popolare, una sostanziale mancanza di fede. Se la fede non cambia la vita non è fede. Intuiva l’urgenza di quella che poi sarebbe stata chiamata da Giovanni Paolo II “la Nuova Evangelizzazione”.

In un primo momento tentò di rinnovare la catechesi su base biblica. Ma presto si accorse che, per preparare all’accoglienza del messaggio cristiano, bisognava dare la precedenza alla promozione umana, attraverso una seria istruzione. «Come evangelizzatore il prete non può restare indifferente di fronte al muro che l’ignoranza civile pone fra la sua predicazione e i poveri».

Di qui nasce il suo singolarissimo impegno per la scuola, che per lui diventa anch’essa in qualche modo un assoluto. Scuola mirata innanzitutto a dare dignità ai poveri. In nessun modo da strumentalizzare, neppure in vista del Vangelo. Servizio disinteressato rivolto a tutti. Per quanto riguarda la fede, si limitava ad aprire degli spiragli, con il porre le grandi domande, con il “turbare le coscienze” , come diceva lui. Ma era soprattutto il contatto personale con lui che diventava proposta di fede,anche se non se ne parlava esplicitamente.

Questo metodo non è certo generalizzabile. E’, se vogliamo, anche discutibile. Ma è fuori discussione che l’impegno di promozione umana di don Milani deriva dal suo essere cristiano e dal suo essere prete. La sua battaglia culturale e sociale non è legata alle ideologie. Per lui il comunismo – sono sue parole – «non vale nulla. E’ una dottrina senza amore. Una dottrina che non è degna di un cuore di giovane. Avesse almeno avvincenti realizzazioni. Ma nulla!». Resta vera la dichiarazione di sua madre: «Se non si comprenderà realmente il sacerdote che Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche il resto». 

Dall’omelia a Barbiana del Card. Ennio Antonelli

I messaggi di don Milani

Quali messaggi di don Milani lei considera più importanti e attuali, soprattutto per i giovani?
«Intanto quello dell’interezza, cioè di essere se stessi, di non fare compromessi con i propri ideali. Poi il messaggio che la vita deve essere dedicata alla liberazione degli altri. Nell’aiutare gli altri a liberarsi, uno poi libera anche se stesso. Infine don Milani ci ha insegnato a non sciupare la propria vita in cose superficiali e secondarie, ma a impiegare ogni energia e tutto il proprio tempo per aiutare gli altri a essere pienamente se stessi, salvando la propria vita dalla mediocrità. Per don Milani è importante non svendere la propria vita».

Infine quale messaggio per la Chiesa?
«La scelta di strade le quali non siano tortuose ma vadano subito al cuore del problema. La polemica sua, anche con i preti vicini alla parrocchia, era questa: ma perché perdete tempo con i ragazzi facendoli giocare al pallone o al biliardo? Cercate piuttosto di interessarli ai valori che contano, diceva».

Da un’intervista al Card. Silvano Piovanelli

 Appropriazioni indebite

Possono rivendicare legittimamente l'eredità di Don Milani come intendono fare Bertinotti e Veltroni col suo I care che intende riallacciarsi direttamente al donmilanismo?

La risposta è un no netto. Don Milani faceva parte di un altro mondo, nel male e nel bene. Cosa c'entrino con lui il matrimonio omosessuale, l'indifferenza etica verso la cannabis, o la procreazione artificiale, ossia i tratti più autentici di Rifondazione, proprio non si capisce. E d'altra parte, l'I care nell'accezione veltroniana mi sembra nulla di più di un generico appello buonista privo, almeno per ora, di contenuti chiari.

Don Milani, nella pericolosità della sua utopia, un'idea forte e alternativa di società l'aveva.

Armando Ermini, da “Il Covile” di Stefano Borselli

Non lo strumentalizzate

Perché ce l’ha con chi strumentalizza don Milani?

Dalla sua morte ad oggi migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno continuato a salire a Barbiana per visitare la scuola, per pregare nella piccola chiesa di S.Andrea, per inginocchiarsi davanti alla tomba di don Lorenzo. Una salita senza bandiere, senza associazioni, senza movimenti, senza mobilitazioni. In silenzio.

E invece?
Assistiamo a una utilizzazione di don Milani come santo protettore del partito democratico che mi sembra intollerabile.

Si riferisce alla visita di Veltroni a Barbiana?

Certo l’operazione di Veltroni e Francesci è, lo dico con rispetto, al di là delle intenzioni, uno dei modi per spezzare la memoria di don Milani, per ridurla ad uno strumento politico e farlo diventare una sorta di santo protettore della buona politica.

Intervista a Massimo Toschi, assessore alla pace della Regione Toscana

 

 

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, agosto 2007

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