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A 34 ANNI DALLA MORTE...

5500 dediche a Don Milani

Don Milani a Barbiana, con i suoi ragazziSabato 23 giugno è stata presentata a Vicchio la raccolta delle Dediche a don Milani (a cura di L. Fiorani, Torre dei Nolfi, Aq., Edizioni Qualevita, 2001) lasciate sui registri della cappella del cimitero di Barbiana. Per avere un'idea di ciò di cui stiamo parlando, pensiamo che si tratta di un patrimonio documentario costituito da ben 5.503 messaggi scritti dal 1984 al 2000, con una crescita numerica negli anni direttamente proporzionale alla distanza di tempo che sempre più ci separa dalla fine di quella straordinaria esperienza.

Il libro però ha una sua ragione di esistere non solo per l'aspetto quantitativo, già di per sé assai eloquente, ma anche perché agli occhi del lettore si configura come un puzzle, formato da tante tessere, le quali nel loro comporsi danno vita ad un'immagine retrospettiva della realtà di Barbiana e della personalità di don Lorenzo.

Riguardo ai contenuti, molti sono gli elementi interessanti che emergono dal libro, a cominciare da quelli legati a ciò che di don Milani è ancora attuale a trentaquattro anni dalla sua scomparsa. Tra di essi sono certamente da ricordare quella che potremmo definire la "critica obbediente" agli atteggiamenti più chiusi della Chiesa, rappresentati a Firenze dalla linea pastorale del cardinal Florit, le tematiche relative alla pace, l'idea - e la conseguente azione per contribuire a realizzarla - che una società può diventare più giusta solo passando attraverso un'emancipazione culturale dei poveri e dei meno colti.

Le questioni concernenti la sfera socio-educativa appena accennate si collegano naturalmente, ed in modo stretto, all'attività della scuola. Forse mai come a Barbiana, quella che oggi viene chiamata la relazione educativa si è espressa come interscambio e quindi come arricchimento reciproco, essendo tutti i componenti di quella scuola al tempo stesso allievi e maestri. E' davvero sorprendente come proprio in quella canonica di montagna, grazie ad un giovane prete e ad un gruppo di ragazzi abituati più a faticare nei campi che sui libri, si realizzassero già nella seconda metà degli anni cinquanta alcuni principi fondamentali della pedagogia contemporanea. Innanzitutto, da un lato l'unificazione delle due prospettive dell'azione educativa - quella di chi insegna e quella di apprende - e dall'altro il superamento della lezione frontale ex cathedra e la sua sostituzione con la lezione a gruppi e la lezione fuori dell'aula. Ma gli aspetti di novità non sono circoscritti solo alle questioni metodologiche, ma investono anche la sfera delle discipline e dei curricula d'insegnamento. Infatti che dire dell'importanza senza uguali riservata alla lingua italiana, il cui studio era finalizzato alla comprensione del carattere semantico ed etimologico della parola e all'arricchimento del patrimonio lessicale, quali presupposti irrinunciabili per un miglioramento delle capacità espressive e per l'affrancamento dei poveri dal loro status di subalternità? Non solo, ma merita di essere sottolineata anche la centralità dell'apprendimento delle lingue straniere che, fin dall'inizio degli anni sessanta, prevedeva soggiorni all'estero a contatto con le civiltà e le realtà economico-sociali dei paesi in cui queste lingue venivano parlate. E ancora l'attenzione dedicata alle scienze, fra cui l'astronomia, e lo spazio riservato alla musica, alla pittura e all'arte più in generale, di gran lunga superiore rispetto alle scuole pubbliche. Infine il riconoscimento della funzione didattica del cinema e, dato il contesto socio-economico di quello che oggi chiameremmo, con una brutta espressione, il bacino di utenza della scuola, il rilievo assegnato alla dimensione professionale.

Parlando della scuola di Barbiana e delle idee pedagogiche che l'hanno ispirata, si è avvicinato spesso - e padre José Luis Corzo Toral lo ha fatto in modo magistrale - il nome di don Milani a quello del pedagogista brasiliano Paulo Freire. In questa sede io vorrei suggerire un altro accostamento: quello tra don Milani e il pedagogista americano John Dewey (1859-1952). Al centro della concezione pedagogica di Dewey c'è il concetto che l'esperienza-chiave per promuovere il progresso e migliorare la società è l'educazione. Un'affermazione in piena sintonia, come abbiamo visto, con quanto pensava al riguardo don Milani. Ma le analogie non si fermano qui. Infatti Dewey fonda nel 1896 la "scuola-laboratorio", la quale ha come cardini pedagogici l'idea che l'insegnamento deve partire dall'esperienza della vita quotidiana ed essere incentrato sull'attività, sull'interesse e sulla cooperazione sociale. Direi che di tutto ciò molto era presente alla scuola di Barbiana. Tenuto conto che quasi sicuramente don Milani non conosceva le idee pedagogiche di Dewey - il cui nome, per inciso, non compare mai negli epistolari milaniani - è interessante osservare come queste due figure che tanto hanno dato al mondo dell'insegnamento arrivino in modo indipendente l'una dall'altra ad alcune convinzioni comuni.

Un'ultima riflessione è opportuno ancora fare e riguarda il fatto che la comprensione del pensiero, dell'opera e della testimonianza di don Lorenzo Milani non possa prescindere da una loro storicizzazione e localizzazione. Fuori dal contesto della Barbiana a cavallo tra la metà degli anni cinquanta e la metà degli anni sessanta si rischia di avere una visione deformata di quell'esperienza. La scuola popolare di Calenzano prima e quella creata sulle pendici del Monte Giovi poi trovano infatti la giustificazione della loro esistenza proprio nel tessuto economico, sociale, culturale e religioso in cui nascono e si sviluppano. Se sarebbe sbagliato non tener conto del contesto della Barbiana di allora sarebbe ugualmente fuorviante limitare ad esso l'opera di don Milani. Per oltre un decennio la canonica e la chiesa di quella frazione sperduta tra i boschi del Monte Giovi sono state sede di un'attività educativa e culturale che ne ha travalicato ben presto i confini spazio-temporali. Ne sono una dimostrazione, ad esempio, le varie e non sempre comuni lingue in cui è stata tradotta Lettera ad una professoressa (Firenze, LEF, 1967), ma anche la presenza nel libro di cui stiamo parlando di dediche di persone provenienti da ogni parte d'Italia, d'Europa e del mondo.

Nel più generale contesto milaniano, le Dediche scritte nei registri del cimitero di Barbiana costituiscono una singolare verifica nel tempo e nello spazio del significato e della crescente attualità del pensiero, dell'opera e della testimonianza di don Milani. Un importante feedback che dimostra quanto riflettere su don Lorenzo Milani e su tutto ciò che ad esso è legato sia in ogni caso di grande interesse.

Bruno Becchi

il filo, Idee e notizie dal Mugello, giugno-luglio 2001
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