DA SAN PIERO A SALVADOR BAHIA
Quando hai maturato la decisione di andare
in missione? Perché a Salvador?
La decisione di andare in missione è maturata
progressivamente, negli anni. La prima intuizione l’ho avuta appena
ordinato, dopo che il rettore del seminario mi aveva fatto la proposta
di un’esperienza di un mese proprio a Salvador, che all’epoca ho
accettato con entusiasmo.
Poi sono stato condotto varie altre volte in
quella città, come ho scritto al vescovo “sempre condotto da un
dipanarsi di eventi che non cercavo, sempre volentieri”. Ho cercato la
conferma di una mia attitudine interrogando amici missionari e amici
bahiani. Da tutti sono stato rassicurato.
Ho atteso di avere una solidità interiore
sufficiente, e poi di concludere il mio ciclo in parrocchia. Ora è tempo
di partire.
Riflettevo proprio in questi giorni: sui viaggi
in autostop quando ero ragazzo, vissuti anche come esperienza spirituale
che mi rimandava alla gratuità e alla cura di Dio per me; su come abbia
scoperto la mia vocazione durante il periodo di Servizio Civile, una
scelta che coniugava pace e nonviolenza con un servizio agli ultimi
(lavoravo in un Centro di Igiene Mentale a Firenze); sull’esperienza più
forte di Dio che ho provato nel corso di una marcia di pacifisti a
Sarajevo quando, inerme, irriso, impaurito, straniero, in balia di
armati ostili, ho sperimentato una presenza del Signore tangibile,
rassicurante. Ecco penso che la scelta di partire sia in continuità con
i tratti fondamentali della mia spiritualità e della mia vocazione.
A questo c’è da aggiungere che mentre
maturavano i tempi della mia partenza maturava contemporaneamente la
decisione della Diocesi di: Lasciare la parrocchia dove era stata
presente con i preti per 40 anni; Mantenere il legame con Salvador
riconoscendone il grande valore che in questi anni ha rappresentato
proponendo al Vescovo di là l’invio di una nuova équipe missionaria in
una nuova parrocchia. Anche la confluenza del percorso diocesano con il
mio personale mi è sembrata confermare la mia intuizione.
A volte si dice che ormai la vera terra di
missione è qui, nelle nostre terre: come rispondi a questa osservazione?
Posso dire in tutta franchezza di condividerla.
Ma il mio problema è un’altro: non vivo questa scelta come mia, ma come
risposta a una chiamata. Posso solo sperare di non sbagliarmi. Le altre
valutazioni le lascio a un Altro.
Puoi fare un piccolo bilancio della tua
presenza a San Piero? Cosa ti ha più colpito? Di cosa sei contento? Hai
qualche rimpianto particolare?
Come vedi la situazione della Chiesa in Mugello? Quali sono i
limiti, gli elementi di maggiore preoccupazione sui quali impegnarsi di
più?
Intanto io penso che ormai i tempi siano maturi
per fare del basso Mugello un solo vicariato. Purtroppo il numero di
preti si è sufficientemente ridotto da poter rispettare la sostanziale
unitarietà del territorio senza che le assemblee vicariali diventino
ingestibili per l’eccessivo numero. E poi credo che dovremmo crescere, e
molto, nella collaborazione.
Prima di partire, quale pensiero, quale
esortazione vuoi lasciare alla tua gente?
Un testamento del 1017 è il primo documento dal
quale risulti l’esistenza della Pieve di San Piero. Il millennio della
Pieve cade tra meno di 10 anni. Un tempo appena sufficiente per
elaborare e percorrere la preparazione a questa specie di grande
Giubileo parrocchiale che ha tutte le carte in regola per portare frutti
importanti nelle conversioni individuale, nella comunione ecclesiale,
nell’annuncio evangelico anche tramite l’impegno civico e sociale.
Dalla lettera di
Eminenza,
ero stato appena ordinato quando l’allora rettore
del Seminario, Mons. Bassetti, mi chiese la disponibilità per fare
un’esperienza di un mese a Salvador Bahia dove da molti anni preti
fiorentini animavano la Parrocchia di “Nossa Senhora de Guadalupe”.
Accettai la proposta con entusiasmo.
Già in quell’occasione ebbi la prima intuizione che
la mia strada sarebbe passata anche da lì.
Varie volte ho poi avuto l’occasione di tornare in
quella città, sempre condotto da un dipanarsi di circostanze che non
cercavo, sempre volentieri.
Già nel 1995, su sollecitazione di don Renzo Rossi,
il Card. Piovanelli mi chiese se fossi stato disponibile a partire per
Salvador, ma all’epoca rifiutai: avevo 33 anni e l’abbandono del
ministero di Lorenzo Lisci e di Rodolfo Tedeschi era un ricordo molto
fresco. Motivai il rifiuto con il non sentirmi ancora sufficientemente
maturo per un’esperienza del genere, ma aggiunsi che comunque mi sentivo
chiamato a una forte esperienza missionaria a Salvador e che nell’arco
di 5 anni mi sarei reso disponibile.
L’anno seguente è arrivato l’impegno a San Piero a
Sieve. È stata un’esperienza molto bella. Sono stato gratificato da
un’accoglienza commovente; ho instaurato rapporti belli anche al di là
della stretta cerchia parrocchiale; mi sono assunto la responsabilità,
sostenuto da tanti, di salvare il complesso della Pieve dal degrado e di
riconfigurarlo secondo le nuove esigenze pastorali; ho cercato, insieme
a don
Questo impegno ha richiesto ben più di 5 anni: ne sono
passati 11, con in mezzo l’impegno al
Ora sento che è arrivato il momento.
Sono sempre stato convinto che il ricambio nelle
parrocchie sia un bene sia per il prete che per le parrocchie stesse. In
11 anni credo di aver dato quello che potevo dare e aver fatto quel che
potevo fare. Ora campo di rendita ed è un male per me e per
Sono contento che la mia chiamata alla missione vada a
dare continuità e nuovo impulso alla grande esperienza della presenza
fiorentina in Brasile che ha così arricchito sia
don Luca Niccheri - prete fiorentino
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, ottobre 2007

