Link alla Homepage
Menu

La copertina di questo mese
La copertina di questo mese
Articoli
Chiesa
INTERVISTA A DON PASQUALE POGGIALI

La mia Africa, il mio Borgo

La copertina del nuovo video sulla missione di AnyamaCaro don Poggiali, da 21 anni operi in Costa d’Avorio. Ma quando torni a Borgo San Lorenzo, cosa trovi di cambiato?

C’è un proverbio che dice che lo straniero ha gli occhi grossi, ma non vede nulla... Mi sento un po’ straniero perché venendo qui da un ambiente molto diverso, hai l’impressione che sia un paese pulito, gente ben vestita, tutti hanno l’auto; faccio insomma l’esperienza del terzomondiale che viene quassù. Poi col tempo, da 20 giorni son qui in Italia, inizio a vedere anche le ombre. Cominciando dalla Chiesa, ambito nel quale sono più esperto. Vedere tutte queste teste bianche in chiesa ti fa quasi tenerezza. In Africa non ci sono tutti quei vecchi che abbiamo qui in Italia: le nostre chiese sono piene, strapiene di giovani, e poi le nostre Messe sono molto, molto animate, anche nelle messe giornaliere si canta tutto. E’ una cosa viva, è una festa. E anche la gente, partecipa, non resta statica, canta e prega con il corpo. E’ il loro modo di esprimersi. Le Messe qui, posso dirlo? A confronto le sento mosce. Io ammiro i preti che avete qui: sono fantastici, lavorano molto, pur essendo in numero assai minore di quando c’ero io: non so proprio come facciano a star dietro a tutto. Le liturgie però le sento poco animate. Un’altra cosa: ho visto con piacere, al Centro Giovanile, un certo numero di ragazzi. Significa che il Centro ha iniziato a riprendere vita. E ho visto che ci sono molti laici inseriti nella vita della parrocchia

Giovedì sera c’erano tante persone al Don bosco a vedere il filmato relativo alla tua missione. A cosa credi sia dovuto questo interesse?

Qui la gente è ancora molto sensibile ai problemi delle missioni. La nostra gente è di origine contadina, e la civiltà contadina, lo sappiamo, ha dei valori: la generosità, l’ospitalità, il senso dell’altruismo. Io sono convinto che i mugellani questi valori ce li hanno ancora. Poi c’è il fatto che ho avuto la fortuna di stare 13 anni a Borgo San Lorenzo: come minimo due generazioni le ho viste passare dal Centro Giovanile. E questi ragazzi non mi hanno abbandonato: lo mi scrivevano e io scrivevo a loro, e tutte le volte che dall’Africa sono tornato in Italia Borgo San Lorenzo era una tappa d’obbligo. Il fatto di essere stato qui mi porta a sentire questi ragazzi come miei figlioli, e qualcuno mi considera davvero come padre. Inoltre c’è da dire che qui c’è un gruppo missionario che lavora molto; andati via i Padri di don Orione, il pievano l’ho trovato molto aperto e disponibile, è venuto da noi in Costa d’Avorio a fare il gemellaggio, e ultimamente, come ebbi a dire, il cardinale di Abidjan, parlando in Tv della cooperazione tra le Chiese ha fatto l’esempio di Borgo San Lorenzo e di Anyama, dicendo che era un rapporto da portare ad esempio.

Qual è per te il senso della missione?

Per noi cristiani il primo annuncio è la testimonianza: essere coerenti con i nostri principi e vivere la carità cristiana. Più che annunciare e gridare. Dove noi operiamo, con i musulmani, è pericoloso  andare a parlare, ad assillare, come fanno ad esempio i testimoni di Geova. Non è prudente, e non è neanche buono, perché si eccita una reazione contraria. Il nostro primo annuncio è la carità, fare opere di carità: le nostre scuole sono aperte a tutti, i nostri ospedali sono aperti a tutti, in seno alle nostre opere, come all’ospedale di Bonoua, che è oggi una delle migliori strutture sanitarie di tutta la Costa d’Avorio, abbiamo dei musulmani che lavorano con noi: l’ingegnere addetto ai macchinari ad esempio è un musulmano, e anche lui è rimasto colpito. Dice: “Guarda, i cristiani mi hanno accolto, mi danno un lavoro”. Questa è la prima cosa. I bambini nelle nostre scuole sono bambini in gran parte di musulmani, le suore hanno aperto l’ospedale e solo un terzo sono i cristiani accolti, gli altri sono musulmani...

Questo può portare a delle conversioni? Qual è la tua esperienza in proposito?

In 21 anni ho avuto due soli casi. Due donne, una ostetrica, l’altra insegnante, che da ragazzine erano alla scuola della missione: loro avevano espresso il desiderio di farsi cristiane, ma  i genitori glielo avevano proibito nel modo più assoluto, anche minacciandole di morte. Solo dopo diversi anni, quando i loro genitori sono morti, hanno potuto partecipare alla catechesi e ricevere il battesimo. Io dico che noi dobbiamo seminare, ed è Dio che dà la fede. Certo la struttura sociale è rigidissima e impedisce una libera scelta religiosa: se esci dal loro cerchio sei considerato rinnegato, e perdi ogni diritto. Per questo bisogna aiutarli a liberarsi, con la cultura, l’educazione, la testimonianza.

Qual è oggi, in Africa, il tuo primo bisogno?

Il mio desiderio è ancora quello di testimoniare facendo opere di carità, con lo stile che come cristiani ci contraddistingue. Don Orione diceva che non dobbiamo domandare a coloro che bussano alla nostra porta di quale razza o religione sono, ma solo quali dolori e sofferenze portano. Questo è lo spirito giusto. Perché poi la gente se lo domanda: perché i cristiani fanno questo?

INTERVISTA DI GIAMPIERO GIAMPIERI

per altre informazioni visita il sito di Associazione Missionaria

il filo, Idee e notizie dal Mugello, novembre 2001
Cerca in questo sito gli argomenti sul Mugello che ti interessano powered by FreeFind
Copyright © 2006 - Best viewed with explorer - webmaster Stefano Saporiti contatti: info@ilfilo.net, Tel. 333 3703408