VIAGGIO IN KENIA PER L’81ENNE PARROCO DI LUCO
L’Africa di Don Savino
Per
trentacinque anni parroco a Luco di Mugello. Una sola volta fuori
d’Italia. A Lourdes. Mai stato in aereo. Poi, a 81 anni di età,
claudicante, ha accettato l’invito di un missionario. “Don Savino
–gli disse qualche mese fa padre Franco Cellana, della Consolata, da
anni in Kenia-, la mia gente mi chiede: “Quando ci porterai un
parroco?”. Perché in quelle comunità cristiane i missionari erano di
casa, ma mai un parroco italiano era sceso a trovarli”. Ci ha
pensato don Savino. “A 81 anni –ha scritto- sento che Dio mi rivolge
una nuova chiamata. Possibile Signore? Perché non prima? Timori e
dubbi mi accompagnano, ma poi non posso che rispondere di nuovo
“sì”. Ancora non sapevo che Lui aveva in serbo per me il più bel
regalo della vita, dopo il sacerdozio. Grazie Signore!”
Quando
è partito l’anziano parroco di Luco, i suoi parrocchiani erano
scettici, perfino un po’ critici. Poi, al suo ritorno, una enorme
sorpresa: abbronzato, vitale, sorridente. E nella chiesa gremita, al
suo ingresso è scoppiato un grande, affettuoso applauso. Poi lo
stupore è cresciuto: “Ma cos’è accaduto a Don Savino?”, si sono
chiesti i luchesi.
La risposta la dà lui stesso: “Questa esperienza è stata un dono grandissimo, al di là di ogni aspettativa: mi ha aperto un orizzonte, e mi ha liberato dal pericolo di rimanere soffocato. Perché se stai fermo, rischi di chiuderti, rischi che ti manchi il respiro. In Africa mi hanno fatto fare un bel respiro, sono stato bene e ancora sto bene”:
I
n
Kenia, in questo straordinario viaggio di 8
giorni, lo hanno accompagnato Gabriele Marucelli, originario di
Luco e che abita a Trieste, e Antonella Bertaccini, che da anni è il
punto di contatto tra Luco e la missione di padre Franco. Quella di
Antonella è una lunga storia di amore e di solidarietà verso quei
fratelli africani. Dapprima Luco era legato a un anziano
missionario, della Consolata, padre Giovanni Borra, che aveva una
sorella a Luco. E tramite la signorina Niccoli la comunità luchese
aveva iniziato ad aiutarlo. Nel 1985 Antonella andò a trovarlo, in
Tanzania. Aveva 86 anni, da 60 operava in Tanzania. E quando morì
lasciò “in eredità” ad Antonella il rapporto tra Luco e la missione,
continuata da padre Franco Cellana, che poi si trasferì in Kenia.
Dove anche due anni Antonella, con il marito e la figlia sedicenne,
è andata a trovarlo per un mese. E padre Franco, in visita a Luco a
fine 2006 ha avuto la “pazza” idea di invitare Don Savino.
Un
viaggio iniziato a Bologna, meta Bruxelles. E dà lì a Nairobi. Dove,
all’arrivo, la prima emozione forte, con un gruppo di parrocchiani
guidati da padre Franco ad offrire un’accoglienza da stadio, con
canti e ghirlande di fiori, accompagnando la piccola delegazione
luchese alle auto ballando e cantando. Da allora per il cuore di Don
Savino è stato un susseguirsi continuo di emozioni. “Piangeva di
continuo dalla commozione –confida Antonella- e diceva spesso “Gesù
mio, Gesù mio, che regalo mi hai fatto”.” “La prima meraviglia
dell’Africa sono i bambini –dice il parroco luchese-:pieni di gioia,
pur nella loro povertà”. Gli si attaccavano dappertutto, lo
abbracciavano, lo chiamavano father - padre, e don Savino giù a
piangere e a ridere. “Poi l’animo della gente: sono natura pura,
ricchi di umanità, capaci di sentimenti semplici e profondi”. Poi i
contrasti terribili. Una sera Don Savino è andato a cena tra i
ragazzi di strada: “Un’esperienza bella ma tristissima, una delle
peggiori –racconta-: questi ragazzi li scacciano come cani, non
hanno niente e nessuno, nessuno li vuole. Vestiti stracciati,
ferite, quella bottiglietta di colla per sniffare etanolo, che
attenua i morsi della fame e stordisce”. Anche loro lo hanno
chiamato padre, tutti volevano abbracciarlo, e don Savino alla fine
ha chiesto di andar via, perché la commozione era troppo grande.
“Poi l’inferno della metropoli, il contrasto terribile tra quartieri
ricche e bidonville, dove c’è un degrado che non si può raccontare
da quanto è disumano, violenza, malattie”.
Ma
don Savino non è tornato deluso e angosciato. “Penso alla grande
fede di quella gente. Ci credono davvero, e prima che le scuole o i
servizi vogliono la chiesa. Le celebrazioni sono sconvolgenti,
un’esplosione di lode a Dio e di gioia, con una partecipazione che
noi neppure ci sogniamo”.
Per questo Don Savino vorrebbe portare un po’ di aria africana anche a Luco. Intanto ha benedetto la sua comunità all’africana, usando come aspersorio la coda della giraffa. E vorrebbe che l’offertorio, i canti, anche a Luco, esprimesse almeno in parte quella gioia che i cristiani africani esprimono così bene. Del resto ora sono la stessa parrocchia: “Sì –dice sorridendo- abbiamo allargato i confini: e ho promesso agli amici africani sempre una preghiera, durante la Messa domenicale”. Il vecchio parroco ripensa a quei momenti, a quelle celebrazioni intense, davanti a 1000 persone partecipi, e dopo due ore altre 700, che dopo la santa Messa non volevano che andasse via, e lo chiamavano “padre guka”, ovvero “padre anziano saggio”: “Hanno un senso della Chiesa straordinario: la sentono come una certezza, quella che dà loro la gioia di trovarsi insieme, una ragione di speranza, una ricchezza per la loro vita”. E nelle omelie in Kenia don Savino, ai fratelli africani lo ha detto speso: “Siamo partiti come i Magi, e ho trovato Gesù in voi”.
Don Savino ha portato diverse offerte, anche sue personali, destinate tra l’altro alla costruzione di una chiesa. E padre Franco, nell’ultima telefonata con Antonella Bertaccini lo ha già detto: “Quando il tetto della chiesa sarà finito, inviterò di nuovo don Savino. E intanto pregherò Dio perché gli conservi la salute”. Don Savino a questa notizia sospira e sorride. E negli occhi ha ancora l’Africa. Dopo il suo ritorno ha fatto visita al Cardinal Antonelli. E l’arcivescovo di Firenze gli ha detto: “Don Savino, è stato coraggioso”. E vedendogli in faccia la gioia di quell’esperienza gli ha chiesto anche una cosa: “Don Savino, faccia propaganda, perché ci vada qualcun altro dei nostri preti…”
Quale la priorità
Padre Franco è felice che don Savino gli abbia dato una mano nei progetti delle chiese per le quattro comunità i Kahawa. “Molti mi aiutano ma nessuno –confida- vuol farlo per la chiesa. Vogliono portare avanti progetti più importanti, le scuole, gli ambulatori, i laboratori.
Non hanno capito. Questa gente chiede per prima cosa la “casa di Dio” che è anche la loro casa, dove far festa tutti insieme e lodare il Signore. E non perché non hanno altro, come dicono molti… Perché ci credono veramente, gioiscono veramente, pregano veramente”. “Ci insegnano molto –continua il missionario-. E’ in chiesa che noi missionari incontriamo tutti, che ascoltiamo tutti nella confessione venendo a conoscenza di tutti i problemi; che attraverso il Vangelo possiamo risanare quei valori calpestati in queste realtà di immane degrado umano, ridare dignità alla donna, violentata quotidianamente, speranza e accoglienza a chi vive nell’abbandono, nella malattia, nella miseria, insegnare il perdono, condannare la violenza.
E poi, dopo il cuore e le parole, allora sì, attraverso le mani, colmare i bisogni concreti. Ma non prima di aver seminato nello spirito. E’ questo che chiedono, è questo che vogliono. Se non si capisce questo, resta tutto molto sterile… Ho avuto volontari che sono venuti per costruire, risanare, fare, fare. E la domenica non erano interessati a partecipare alla Messa, alla festa. La gente non capiva, il condividere era incompleto, e in molti casi sono restati sterili anche i rapporti. Grazie, don Savino, di aver capito!”
Il viaggio in Kenia
Partenza il 12 febbraio, con battesimo dell’aria per don Savino nel volo Bologna-Bruxelles
Arrivo a Nairobi e poi a Kahawa, una fatiscente periferia della capitale del Kenia, che conta 60 mila abitanti
Visita all’asilo della comunità di Marengeta, all’orfanotrofio di Farmer –che ospita 500 orfani-, alla scuola “Vendramini Education Centre”, alla baraccopoli di Soweto -600 persone senza acqua e servizi-. Qui celebra la Messa e si tiene l’adorazione eucaristica, poi la visita all’asilo.
La festa al piccolo slum “Masai” in Nairobi Westland.
Una giornata di “safari”: nella meraviglia dei grandi spazi africani, incontrando giraffe, facoceri e antilopi
La Messa a Farmer: nella chiesa in costruzione 1000 persone aspettano don Savino. Subito dopo la Messa a Kahawa, altre 700 persone festose e partecipi.
Visita a Korogocho –una grande baraccopoli abitata da 100 mila persone, di fronte a un enorme discarica.
La cena con i ragazzi di strada.
La visita allo slum “Deep See” a Nairobi
Il ritorno a casa, il 21 marzo
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile 2007

