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editoriale

Non siamo i “perfetti”

C’è da sentirsi soffocati. Mentre i mass-media amplificano ogni fatto di orrenda cronaca, e ce lo ripropongono fino alla nausea, con episodi che non risparmiano più niente, anche vicino a noi (ci riferiamo ad episodi recenti avvenuti nei nostri paesi), intorno a noi –e dentro di noi- incontriamo l’errore, il limite, l’incoerenza, la caduta.

Tutto questo fa parte –e parte consistente- dell’esperienza umana. E spesso ci sono atteggiamenti, sbagliati, che di fronte alla constatazione del male rischiano di spegnere ogni luce dal nostro orizzonte. Il primo è l’atteggiamento del “ditino alzato”. Facciamoci un esame di coscienza: se di fronte ad episodi che vedono altri nell’errore, nell’aver fatto scelte sbagliate e contraddittorie, la nostra reazione più forte è di giudizio e di condanna; se nel cuore non si affaccia prima di tutto un senso di smarrimento, e poi di com-passione e di misericordia, significa che dentro di noi c’è qualcosa che non va. Perché, e anche questo fa parte del grande bagaglio della fede cristiana, “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. E la nostra è una fede che non teorizza una comunità dei “perfetti”, ma piuttosto un luogo, una “chiesa” che cura le ferite, che sa accogliere e perdonare. “Se guardi le colpe Signore –si legge nella Scrittura- chi potrà resistere? Ma presso di te è la misericordia e il perdono”. Questo, se ci si pensa bene, è straordinariamente bello e consolante. Attraente. Di questo tutti, prima o poi, ai diversi incroci della vita abbiamo bisogno. E, vorremmo dire, la fede in un Padre che ci indica la strada del perdono e della misericordia ci appare come una delle poche –l’unica?- ancora di salvezza, l’unica prospettiva realistica per reggere l’impatto con un male e una cattiveria umana che talvolta sembrano sopravanzare e dominare. E, ci sia permesso notarlo, di questo senso di accoglienza, di questo abbraccio, abbiamo tutti un gran bisogno, e vorremmo avvertirlo di più, anche nelle nostre parrocchie, anche nelle nostre Messe...

Di fronte all’errore altrui, all’altrui debolezza la reazione non può essere dunque di giudizio acerbo e di condanna. Che tristezza quegli episodi in cui nessuno soccorre nella strada una persona che si è sentita male! In molti, ancora e per fortuna, di fronte a chi cade, scatta invece una reazione positiva, di aiuto e di sostegno. Una risposta di solidarietà che parte dal singolo e può poi diventare corale.

Anche il male, la sofferenza, l’errore possono infatti aiutarci a riscoprire la bellezza del bene. Sarebbe un grave errore far finta di niente, non lasciarci interpellare degli eventi, rimanendo in un cupo individualismo, in una lettura disperata della realtà, la lettura di chi dice e si dice che non è possibile fare e cambiare niente. Occorre invece trovare nel nostro cuore una risposta di speranza. Cercando di condividerla e di farla fruttificare insieme ad altri che questa stessa speranza portano nel loro animo. Allora potranno generarsi pensieri ed opere in grado di immettere nella società una visione diversa, una vita diversa, un senso positivo che sia antidoto efficace ai veleni che permeano il nostro mondo. Difficile, ma possibile.

E necessario. Anche perché, al di fuori di questo, quali altre strade ci rimangono?

il filo

 

 

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, maggio 2007

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