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editoriale

Omissioni

editoriale 2008 morte e vita girasoli“Ne hanno parlato, nell’omelia?” Un nostro amico, l’altro ieri, chiedeva di sapere se alla Messa il celebrante avesse affrontato il tema del giorno, il dramma della povera Eluana Englaro che una sentenza dei giudici vorrebbe (e al momento in cui queste righe si leggeranno potrebbe già essere, Dio non voglia, accaduto) lasciar morire di fame e di sete.

Non è questa la sede per approfondire la vicenda. Che  tocca tanti aspetti, etici e giuridici. Certo, ci si domanda se è lecito far morire una persona umana che non gode più della “qualità della vita” che noi reputiamo minima ed essenziale. Perché qui non si tratta di staccare la spina, qui non si tratta di una persona che solo sofisticati macchinari tengono artificialmente in vita. Non c’è accanimento terapeutico, ma soltanto dar da mangiare e da bere a una donna, che in stato di coma persistente non è in grado di mangiare e di bere. Quanti sono, nel mondo, le persone la cui vita è legata alla cura, all’aiuto di altre persone. Come Eluana, che da sedici anni una comunità di suore nutre e accudisce. Di fronte a casi come questi, nelle sale di certi istituti dove accudiscono bambini e adulti gravemente malformati, il cuore si stringe forte, per il dolore e anche per il dubbio. Ma è umano pensare che meglio sarebbe ucciderli tutti? Per “il loro bene”, naturalmente...

C’è un’altra cosa, pur più marginale, che di questa vicenda ci turba, in chiave mugellana. Ovvero il grado di consapevolezza, di “comune sentire” che le nostre comunità sono in grado di esprimere. Noi non sappiamo in quante Messe domenicali, nelle nostre parrocchie, sia stata sollecitata una riflessione su questo fondamentale tema. In altre zone d’Italia la vicenda ha suscitato non solo dolore e sconcerto personali: vi è stata una reazione, si sono manifestati segni, sul sagrato di tante chiese sono apparse bottiglie d’acqua per dire che Eluana non può esser fatta morire di sete. Vi sono stati incontri, manifesti. Noi tutti –anche noi che scriviamo-, nella nostra realtà locale non siamo riusciti ad uscire dal nostro privato. Non ci siamo detti pensieri, non abbiamo condiviso, non abbiamo esercitato un comune sentire, o una manifestazione pubblica. Per dire e dirci che il diritto alla vita è il fondamento di una società umana degna di questo nome. Che l’idea utilitarista che la vita vale solo quando si produce, quando si sta bene, quando ci si guadagna qualcosa, è pericolosissima.

Ci siamo staccati la spina, la nostra spina. Ed è una brutta cosa. Abbiamo avuto le parole giuste per dire a noi stessi, per dire ai nostri ragazzi che una società che toglie spazio alla pietà, alla condivisione, all’accettazione della sofferenza, alla carità è una società in un vicolo cieco, che rischia di scivolare nell’orrore e nell’annullamento di ogni diritto?

Il nostro silenzio ci turba. Indifferenza? Timore di manifestare un giudizio e una visione della vita? O addirittura una scelta, un’afasia legata a un’insicurezza circa i principi fondamentali, circa le proprie ragioni, laiche, antropologiche e di cultura, nel confronto con il mondo moderno?

Non sappiamo dire con esattezza. Certo, il sintomo è preoccupante, e va preso in considerazione. Vorremmo che nascesse su questo una riflessione comune, mirata a recuperare una giusta attenzione, una giusta sensibilità. Lo chiediamo e ce lo chiediamo: laici e sacerdoti è lo stesso. Ognuno di noi ha il dovere di un esame di coscienza, e, se necessario, di correggere la rotta. E se qualcuno, su un tal tema, volesse approfittare delle pagine del nostro mensile ben venga. Anche questo sarebbe un modo per mettere in comune i pensieri, e per indicare un orizzonte verso il quale vale la pena dirigere i nostri passi.

il filo

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, luglio-agosto 2008

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