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editoriale

Lavorare per la comunità

Non possiamo non riflettere, anche in queste pagine del “Filo”, su quanto recentemente avvenuto a livello nazionale, col cosiddetto caso “Feltri-Boffo”. Non solo perché ci sentiamo parte, pur ultima ruota del carro, di quella “stampa cattolica” della quale in Italia “Avvenire” è capofila. Non solo perché mai si era visto un attacco così virulento e indecoroso da parte di un giornale –“Il Giornale” di Feltri, di proprietà di Berlusconi-, un attacco tutto basato su una lettera anonima e diffamatoria fatta addirittura passare per sentenza giudiziaria.

Quello che qui ci interessa e ci riguarda da vicino è il senso di indignazione e di preoccupazione che da questa vicenda, e non solo da questa, deve scaturire. Perché da una parte non è possibile far finta di niente. Se tollerassimo, o trovassimo giustificazioni a metodi così distruttivi e vergognosi, se ci abituassimo al fango e al cattivo odore che quotidianamente la politica e certa stampa alla politica asservita, ci propinano, finiremmo tutti intossicati. E chissà se, almeno in parte non lo siamo già. Un dibattito politico che anziché dedicarsi ai problemi e alle prospettive del Paese altro non sa fare che ragionar di discutibili frequentazioni a donnine di facili costumi, foto rubate, sputtanamenti a destra e a sinistra. Davvero uno schifo senza fine. Una situazione da voltastomaco che davvero richiede che qualcosa cambi, perché questa politica non è certo stata risanata dalla troppo stimata logica del bipolarismo e del bipartitismo. Anzi, le contraddizioni si accrescono, lo scontro è paralizzante, e a rimetterci è il Paese.

E in questa guerra si vorrebbe coinvolgere anche la Chiesa. Che alternativamente a destra e a sinistra si intenderebbe far tacere o far parlare, secondo le convenienze del momento e il proprio tornaconto. Non sempre, in verità, la comunità cristiana, si dimostra salda e al di sopra delle parti. Perché è fatta da uomini e donne, ai quali è lecito anche sbagliare. Certamente però i momenti sono delicati e difficili, e sarebbe necessario un supplemento di lungimiranza e di autorevolezza, che tante volte, anche in tempi recenti, l’Ecclesia italiana ha saputo dimostrare. E si è autorevoli non se si è buoni equilibristi, ma se si è in grado di essere al di sopra, e se si dimostra di avere come unico “padrone” la verità che viene dal Vangelo. Fa assai pensare il richiamo del Papa: “Sappiamo –ha detto di recente- come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa , soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità”.

Per contrastare la marea del fango che ci circonda allora è opportuno partir da qui. “Lavorare per la comunità”. E lavorare per la comunità significa in primo luogo rendere speranza, dare una prospettiva, ricordare che vale la pena vivere, e perché ne vale la pena. In questo compito, pensiamo, i credenti hanno un compito speciale e una responsabilità. Senza primogeniture, ma anche senza ritrosie e omissioni. Gli eventi, non solo quelli nazionali, ci suggeriscono che è necessario un supplemento di anima. Che è richiesto un po’ d’ossigeno, capace di rigenerare le persone e i rapporti tra le persone. Bonificandole da quelle scorie frutto della dimenticanza di quelle “buone cose”, di quella “buona notizia”, che invece dobbiamo tornare a riscoprire, a diffondere e ad amare.

Il filo

 

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, settembre 2009

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