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La copertina di questo mese
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Dibattiti - Editoriali

L'EDITORIALE DI GENNAIO 2002

Grazie, don Rodolfo

Erano tante, e diverse, le ragioni di riflessione commossa, quella mattina di dicembre, nella Pieve di Borgo San Lorenzo, per l’ultimo saluto al vecchio pievano, don Rodolfo Cinelli. Proviamo ad esplicitarne soltanto un paio, che abbiamo avvertito più forti.

Intorno all’altare, quella mattina, c’era un bel pezzo di storia della comunità cristiana borghigiana: rivedere, tutti insieme, quei volti, magari un po’ invecchiati, di sacerdoti che hanno condiviso con don Cinelli un tratto del nostro cammino, don Gianni e don Domenico, don Luciano, don Giovanni e tanti altri, faceva pensare subito a quanto siano importanti i preti nella quotidianità di una comunità locale. Abbiamo un bel dire circa il ruolo dei laici nella Chiesa; ma senza dubbio la presenza e il calore di un sacerdote tra la sua gente, sono fondamentali. Questo anzitutto don Cinelli ha trasmesso: la passione per il rapporto umano, il ricordare prima di tutto che la Chiesa –e quindi la parrocchia- non è un’istituzione “alta” e anche un po’ fredda, bensì luogo di incontro e di condivisione, una famiglia allargata, una comunità che offre a chi cerca un senso alla propria vita, risposte credibili e soprattutto alla portata di tutti. Non sono le iniziative, e neppure le realizzazioni, che pure sono state tante, e che hanno moltissime persone (pensiamo solo a Cavallico e alle mille attività per i giovani) l’elemento principale della storia del Cinelli. Nel cuore ci resta ancora la capacità e la passione, in tutti questi anni, anche quando la vecchiaia e la malattia lo avevano appannato ma non spento, del prete Cinelli che alle persone che aveva davanti chiedeva prima di tutto conto della fede, domandava, senza giudizi, ma col desiderio di aiutare, di ascoltare, di capire, come andava "dentro", qual era cioè lo “stato di salute” dell’anima. E lo chiedeva di te, dei tuoi familiari. E Dio sa quanto vi sia bisogno di qualcuno che ti ricordi che anche lo spirito ha bisogno di attenzione e di cure, perché, amava ripetere, la fede è come una pianta: se non la curi, se non la coltivi, rischia di appassire e morire.

Questa particolare attenzione e amore alla persona, ai suoi bisogni, e anche alle sue peculiarità, aveva pure effetti sul piano parrocchiale. Perché don Cinelli riusciva a superare le pur presenti tentazioni di egocentrismo, mettendocela tutta a  coinvolgere, responsabilizzare, far partecipare. La sua era una Chiesa e una parrocchia senza porte e senza chiavi. Metteva in conto qualche sedia rotta o qualche graffito sul muro, ma l’importante era che i ragazzi venissero, stessero insieme, vivessero l’esperienza di una comunità dove si prega e si scherza, si mangia e si riflette, si cresce e ci si vuol bene, si litiga e si fa la pace, senza quote e biglietti d’ingresso, dove si impara cioè che la proposta cristiana, lungi da essere barbosa, intellettuale, fredda ed escludente, dà senso e gusto alla vita, a tutta la vita. E intorno ai ragazzi di allora c’erano anche tanti adulti, invitati a collaborare, a condividere, anche loro fuori da schemi rigidi, ma in un clima, ripetiamo ancora questa definizione, di “famiglia allargata”.

Tutte le esperienze, certamente, hanno peculiarità legate al tempo e alle caratteristiche singole delle persone, peculiarità che le rendono irripetibili. Ma crediamo che alcuni elementi di fondo dell’impegno cristiano di questo vecchio parroco borghigiano, che ci ha lasciato un mese fa, siano ancora molto importanti. E da ricordare non per nostalgia, ma per continuare a cercare di vivere nel modo migliore da cristiani e di essere Chiesa viva ed efficace in tempi, come questi, così difficili.

il filo

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