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Dibattiti - Editoriali

L'EDITORIALE

Se la vita non vale più

Le cronache mettono a dura prova l'orizzonte degli ottimisti. L'elenco delle offese alla vita umana, a volerlo far completo, non finirebbe più. La voglia matta di sganciare qualche tonnellate di bombe sull'Iraq da parte di americani e inglesi, le tante situazioni, dimenticate dai mass-media, ma sempre presenti, di fame e sottosviluppo, la pervicacia della nazione più potente del mondo nell'uso della pena di morte. Ma non c'è bisogno di andare oltreoceano per trovare fonti di sgomento: che dire ad esempio di quell'incredibile episodio di Arezzo, di quella donna suicidatasi in carcere, dimenticata dai giudici?

La sensazione netta è quella di un progressivo imbarbarimento dei rapporti sociali. E, al di là di indignazioni teleguidate e momentanee, cresce il rischio dell'assuefazione. Siamo cioè portati a rimuovere il negativo, quasi a considerarlo estraneo alla nostra esperienza di vita. Ormai niente ci provoca più, e i confini tra bene e male sono considerati un orpello retrò. E nel calderone moderno del "fai-quel-che-ti-pare", dell'utilitarismo spinto, ognuno può cambiare le carte a suo piacimento, senza più alcun punto di riferimento. Così si può scrivere indignati -giustamente- sulla pena di morte, e far finta di niente circa i 3 milioni e mezzo di bambini soppressi in Italia con l'autorizzazione della legge sull'aborto.

Che fare allora di concreto? E' lecito rassegnarsi a questo progressivo essiccamento logoramento dell'anima di un popolo? Talvolta, sembrerebbe l'unica strada per sopravvivere, senza troppe scosse. Quando riusciamo perfino a banalizzare il cuore dell'annuncio cristiano, quando la sua proposta non cambia le nostre esistenze, rispondenti ormai a logiche costruite per lo sfruttamento dell'egoismo che è in noi. Ma rassegnarsi non è giusto, anche perché diffonde morte camuffata da modernizzazione. Non è giusto, per convenienza o pigrizia, chiudere gli occhi di fronte all'ingiustizia, non è giusto chiudere il cuore di fronte al vuoto di ragione e di amore che rende fredda la società. E prima di tutto occorre arrestare questo grave "crollo in Borsa" del valore della vita umana. Per farlo, il lavoro deve essere su più piani, perché omissioni e lacune sono ovunque. Sul piano educativo è necessario testimoniare e rendere conto della sacralità della vita umana, della sua intangibilità, della sua preminenza nei confronti di ogni istituzione, ideologia o culture, per essere consapevoli e reattivi di fronte ai tanti attacchi che vengono portati oggi alla dignità della persona: e invece spesso pare vi sia perfino timore nell'affrontare certi argomenti. Ma la riflessione sarà comunque insufficiente se non vi saranno le opere, la concretezza dell'esperienza, la carezza reale della solidarietà e della condivisione. Chi fa parte della comunità cristiana lo sa bene: il bene germoglia facilmente quando la comunità è unita, con un comune sentire, con uno spirito di amicizia e di fraternità concreto; e in un ambito del genere nasce e si diffonde, cresce e si impara la gratuità, lo spirito di servizio, il valore assoluto della persona, il significato della sofferenza. Solo "respirando" quotidianamente un tal senso della vita saremo in grado di mantenere in noi quel desiderio di assoluto, e di resistere alle sempre più insistenti richieste di arruolamento nei ranghi del cinismo, del profitto e della morte.

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