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Dibattiti - Editoriali

L'EDITORIALE DI MARZO 2001

Non smarrire la rotta...

Recentemente su Avvenire spiccava un bell'articolo del biblista Gianfranco Ravasi, intitolato. "L'ateismo è morto. E la fede come sta?" Titolo e articolo ci son tornati alla mente, dopo aver sfogliato la sintesi di una ricerca sociologica, realizzata da una giovane studentessa di Borgo San Lorenzo, dedicata all'identità religiosa ed effettuata su un campione significativo di borghigiani.

All'interno ne pubblichiamo alcuni brani, insieme a un commento del pievano di San Piero a Sieve. Qui vorremmo esporre solo un paio di pensieri, per avviare una riflessione su un tema sicuramente importante.

Perché la ricerca, a nostro avviso, non offre certo sorprese o risultati inattesi, ma ha il gran merito di portare alla luce una realtà diffusa. Nella quale la fede, o comunque un riferimento religioso, quando trova un posto, lo trova in modo decentrato, incapace di incidere in modo profondo nelle scelte di vita. Come un orizzonte che non si esclude, ma che si percepisce nebbioso.

Diamo la parola a Ravasi. "Forse -scrive- il vero ateismo, che è l'ombra della vera fede, si è gravemente ammalato, proprio come il suo antidoto genuino, il credere, appunto. E come alla fede non di rado si sostituisce la religiosità evanescente, così all'ateismo è subentrata l'indifferenza superficiale. Kierkegaard nel suo Diario annotava: "La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani".
Con le mani alzate in segno di adorazione e di resa di fronte al Moloch televisivo, l'uomo contemporaneo sa tutto sui cibi e sui vestiti, sulle mode e sui consumi, ma non è più in grado di porsi le domande autenticamente "religiose" che tormentano la coscienza, non sa più scoprire il senso della vita, le radici dell'essere, la via del bene e quella del male, la meta dell'esistenza. Conosce il prezzo di tutto ma ignora il valore vero della realtà".

 Così, in una società senza riferimenti, il veleno dell'assuefazione finisce per pervadere tutto e tutti. E senza riferimenti, senza una compagnia in grado di indicare un orizzonte e una meta che scaldino il cuore, diventiamo tutti potenziali vittime e carnefici. Il terribile episodio di Novi Ligure finisce in questo per essere esemplare. Non è certo questione di mera imitazione, ma la cancellazione di ogni tipo di riferimento valoriale, insieme alla martellante convivenza con scene di violenza e di negazione della dignità umana, porta ad armare le mani e gli occhi dei più fragili.

Tutto questo non può non riguardarci. Nella consapevolezza che ognuno di noi è a rischio, perché peccatore. Ma nella consapevolezza che vada comunque esercitata una responsabilità, ad ogni livello. Perché anche i dati della ricerca sull'identità religiosa in Mugello lo dimostrano: il disorientamento è grande. E abbiamo bisogno di una comunità cristiana che anziché attardarsi intorno ad orpelli e beghe di contorno, sia capace di offrire una rotta a uomini e donne di oggi, a cominciare dai giovani: spazi di fraternità vera, di speranza condivisa, di gusto per una vita che valga la pena di essere vissuta.

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