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La copertina di questo mese
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Dibattiti - Editoriali
L'EDITORIALE MARZO 1999
La nostra squadra

Un paio di settimane fa alla Santa Messa domenicale nella Pieve di Borgo San Lorenzo si è ricordato, alla presenza di dirigenti, atleti, soci, il novantesimo anniversario della Fortis Juventus, la locale società calcistica fondata nel 1909. E nell'omelia il celebrante ha fatto un parallelo efficace, sul quale conviene riflettere ancora. Il pievano di Borgo San Lorenzo ha dunque paragonato la comunità dei battezzati ad una squadra di calcio, mettendo a confronto, e sottolineandone le similitudini, dello spirito e dell'organizzazione tra una società sportiva e la "squadra" dei credenti.

Bel paragone, specie se lo esaminiamo con onestà e senza ipocrisie, e se può aiutarci a rivedere -attraverso un salutare esame di coscienza, ben utile specie in questo tempo di Quaresima- i nostri comportamenti e i nostri atteggiamenti.

Una squadra ottiene un buon risultato prima di tutto se è compatta: l'ha chiamato "senso di appartenenza" don Corti, quel comune sentire, quell'avere medesimi obiettivi e un medesimo spirito. L'attaccamento alla maglia, lo spirito di corpo, il reagire compatti alle difficoltà. Ma per quale obiettivo? Per la vittoria, per i tre punti, per la classifica, è la risposta in ambito calcistico. Invece indicare l'obiettivo della vittoria ai cristiani oggi mette a disagio. Eppure anche noi qualche vittoria dobbiamo pur conseguirla, a cominciare da quella contro il nostro egoismo. Non c'è forse da lottare contro il male, contro l'ingiustizia, contro la falsità? Certo, son partite più difficili, e ben più lunghe. Ma senza la voglia di vittoria, e prima ancora senza il senso di appartenenza, senza il senso della squadra, difficilmente potremo farcela.

Poi c'è il gioco di squadra, fondamentale. E' vero, ci vogliono i campioni, ma i troppo individualisti non fanno vincere la partita. Impegnarsi "per" la squadra, ha suggerito il pievano, e questo vale anche per la comunità dei credenti: "il battezzato -ha detto- non può essere un solitario, un individualista". E ognuno ha il suo ruolo. Se il terzino non chiude, prendere un gol è assai probabile, se il mediano non rifornisce di palle giocabili gli attaccanti sarà dura vincere. Ecco, anche la comunità cristiana è chiamata a questo gioco di squadra, dove ciascuno può avere un compito da svolgere. E se è compito dell'allenatore valorizzare al meglio le risorse di ognuno, non pretendendo che un portiere faccia gol, pure è impegno di ciascun "giocatore" mettersi a disposizione e, nel suo ruolo, dare tutto se stesso, senza ritrosie né protagonismi.

Infine, un ultimo paragone agonistico: c'è più passione nelle fila di una società sportiva o nella comunità dei credenti? Vedere la foga con cui i genitori seguono le prime corse dietro il pallone dei loro ragazzi, la disponibilità per le trasferte, il tempo dedicato alle varie attività della società, dovrebbe tutti farci riflettere. Visto che il messaggio cristiano, e la sua "pretesa" di dare gioia e senso alla vita di ognuno, è sicuramente -ce lo consentano gli amici sportivi- cosa ben più importante di maglie, palle e classifiche. La "nostra" squadra forse dovrebbe andare in ritiro: per riprendere con slancio ben maggiore la sua corsa nel lungo campionato della vita.

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