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Dibattiti - Editoriali
L'EDITORIALE - APRILE 1999

Il tempo dell'ipocrisia

Questo numero del "Filo" è diverso, meno "ordinato" del solito: ha un argomento prevalente, poco "locale" quello della guerra, della guerra in corso. Non potevamo d'altronde far finta di niente. Improvvisamente i problemi, le polemiche, le iniziative relative alla nostra terra, vedendo scorrere davanti agli occhi la barbarie, la violenza dell'uomo sull'uomo, la morte, prendono dimensioni del tutto diverse.

E quanto accade, a poche centinaia di chilometri dalla nostra vallata, ci porti almeno a riflettere in profondità, senza pregiudizi, senza omissioni.

Quelle bombe omicide e quel tremendo genocidio a cui da tempo è sottoposto un intero popolo abbiano almeno un salutare effetto sulle nostre coscienze, ottenebrate finora dal cinismo e dall'ipocrisia. Riconosciamolo: ci stiamo assuefacendo all'orrore, stiamo abituandoci al male e alla violenza. Sempre più. Tanto da non saper più reagire. L'importante è che quell'orrore sia dietro il vetro della televisione, o che comunque non ci sfiori più di tanto. E siamo pronti a fare distinguo sottili, per tacitare la coscienza.

Un cinismo e un'ipocrisia che ai vertici degli Stati e dei Governi forse è sempre albergata, e alberga tuttora. Così si sceglie un'emergenza "umanitaria" all'improvviso, dopo aver chiuso occhi e orecchi fino a un minuto prima, o dimenticando altre emergenze, altrettanto gravi e disperate. Si cerca di far credere che le bombe distruggano e colpiscano obiettivi, non che sopprimano vite umane.

Del resto è ipocrisia anche non chiedersi in quale modo fermare mani assassine che perseguono disegni di potere e di sopraffazione. Così come sono ipocrite tante improvvise amnesie, di chi fino a pochi anni fa animava comitati, marciava e manifestava per la pace, ed ora si scopre immobile perché la sua parte politica ha raggiunto la stanza dei bottoni.

Da dove ripartire dunque per trovare un punto di riferimento credibile? Noi guardiamo con rinnovata speranza al messaggio cristiano. A quell'idea di creature tutte figlie di un unico Creatore. Alla centralità della persona umana. Da qui può nascere una nuova coscienza. Da qui può scaturire un no sincero, non ipocrita, non interessato, ad ogni atto che violenta la dignità della persona, che nega la vita. Consapevoli che la pace dipende anche da noi. La radice della guerra sta nell'accettazione che, in casi determinati, si possa uccidere. Che la morte dell'innocente sia strumento di pressione e di potere. Che la vita sia valore relativo e non assoluto. Sappiamo che vi sono casi eccezionali che possono comportare anche l'uso delle armi, come la tutela della vita di altre persone o della propria. Ma quando la società sceglie con facilità la strada della violenza, e non sa contrastarla se non con altra violenza, allora si aprono baratri inimmaginabili e lutti infiniti.

Quei corpi straziati, quelle masse di disperati sradicati dal loro paese ci facciano tornare in noi stessi: per comprendere che se non ci libereremo dalla ragnatela di ipocrisia, indifferenza e cinismo che progressivamente ci avvolge, se non rinunceremo al materialismo guidato dal dio denaro che tutto avviluppa e tutto indirizza, se non comprenderemo fino in fondo la verità e la bellezza dell'essere fratelli, figli di un unico Padre, saremo anche noi pronti per la guerra. In ogni momento.

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