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Dibattiti - Editoriali
L'EDITORIALE - GIUGNO/LUGLIO 1999

Sapore di sale

Nessun riferimento, come parrebbe subito, alle prossime vacanze. Tutt'altro. Ci riferiamo a quella splendida esortazione - monito che leggiamo nel Vangelo di Matteo: "Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il suo sapore…".

La riflessione su queste parole non trae origine dalle vicende politiche nostrane, o dalle recenti elezioni. Certo, i risultati pongono gravi interrogativi sulla possibilità e la capacità dei cattolici di incidere davvero, di offrire alla società il loro contributo originale e fecondo. La frammentazione, e più ancora la "superficializzazione" della politica rendono sempre più flebile la voce dei cattolici impegnati in politica. Ormai parlare di programmi, di idee concrete, di progetti è diventato merce rarissima. Si vota per istinto, per gusto estetico, per l'appeal del nome che ormai molti simboli mostrano. Ma spesso, dietro il nome, dietro il simbolo, c'è davvero ben poco. E in questo quadro tutti i partiti, ovunque schierati, che fanno riferimento esplicito all'ispirazione cristiana, sono in sempre più gravi difficoltà, ridotti a "resti" poco significanti.

Anche il sale, anche il lievito, sono in quantità ridotta. Ma una domanda emerge chiara: c'è ancora lievito, c'è ancora sale, nella società italiana? E qui ben si capisce che in questione non c'è soltanto la politica. Anzi, verrebbe da dire che la crisi politica dei cattolici italiani è effetto di qualcosa di più generale. Chi opera in politica avrà pure le sue responsabilità e le sue colpe. Ma è l'intera comunità cristiana ad essere chiamata, in questa fine di millennio, a un grande esame di coscienza.

Sappiamo bene che queste poche righe non possono che sfiorare il tema. Anche perché siamo tutti coinvolti e responsabili e null'altro qui possiamo fare che testimoniare un'inquietudine ed esprimere un bisogno, senza certezze acquisite, e tantomeno senza alcunché da insegnare a chicchessia.

Tornando a riflettere su quanto accade oggi in politica una domanda emerge: non è un errore storico avere privilegiato il problema dello "stare con", rispetto alla questione dell'"essere"? E più in generale: non è che abbiamo smarrito l'identità, barattandola con l'"apertura agli altri", o che abbiamo offuscato il fascino e la forza del Cristo Risorto, sostituito dai "valori comuni" da un'"etica condivisa"? In un'impostazione siffatta la Chiesa rischia di divenire, non comunità di uomini e donne che cercano di seguire Cristo e lo testimoniano nel mondo, ma una tra le tante agenzie educative, una messaggeria innocua, un pulpito pur autorevole da cui mandare messaggi di consolazione, un buon collante morale per un'Italia altrimenti troppo divisa, per richiamare a un minimo etico chi comanda, chi gioca al lotto, chi pratica l'usura e chi si droga, e magari per aiutare gli emarginati a sopravvivere. Ma un cattolicesimo così, per quanto formalmente accettato e accettabile da tutti, finisce per negare se stesso, incapace non solo di incidere nella società, ma anche di toccare davvero il cuore delle persone. E' il rischio del laicismo, ammoniva Giorgio La Pira, che lascia ai cristiani "la magra potestà di fare i discorsi sul valore della persona umana".

Abbiamo bisogno invece di "sentire" non lunghi discorsi, ma di sperimentare la fragranza di una vita resa nuova da Cristo, di vivere concretamente l'appartenenza a una comunità di persone che davvero si vogliono bene, senza sotterfugi e retropensieri, di una comunità che sappia riflettere insieme e insieme operare per costruire opere capaci di dare risposte vere ai bisogni delle persone. Senza mettere la sordina su ciò che siamo o su ciò in cui crediamo -perché questo non può non essere l'unico motore del nostro operare-. E ciò offre un contributo importante alla crescita della società tutta. Senza omologarsi, senza cadere nella trappola del "tutti uguali", che alla fine appiattisce e impoverisce, ma portando un contributo, certo non unico o totalizzante, ma originale. Come il sale, appunto.

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