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La copertina di questo mese
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L'EDITORIALE - LUGLIO-AGOSTO 2006

C’è bisogno di comunità

Il “sentire comune”, la “condivisione”, l’”incontro” e lo “stare insieme” sono tutti tasselli positivi della vita di ogni persona. E’ una riflessione che saliva spontanea, pensando, in queste settimane, all’esperienza –straordinaria e forse poco conosciuta e valorizzata-, dei campi estivi organizzati dalle parrocchie in Mugello: centinaia di bambini e ragazzi, giovani, famiglie e sacerdoti come animatori, un’impresa di non poco conto che per tutta l’estate offre un’occasione significativa di vita comune e di crescita.

Un’occasione che risponde a un’esigenza umana fondamentale: quella, appunto, dell’incontro e della condivisione. Un’esigenza non facile, perché incontrarsi e condividere non è certo facile e “spontaneo”: occorre superare gli ostacoli di caratteri e pensieri diversi, gli egoismi piccoli e grandi, le tentazioni dei protagonismi e degli egocentrismi. Ma proprio per questo c’è un gran bisogno di luoghi e occasioni che allenino a condividere e a stare insieme.

In questo senso, verrebbe da dire, si potrebbe e si dovrebbe fare molto di più. Senza far torto ai tentativi e alle proposte che esistono, constatiamo un rischio: ci pare cioè che stiano aumentando le solitudini, che stia crescendo individualismo e disgregazione. Il “pensare per sé”, la frase “ognuno ha i propri problemi”, il “farsi i fatti propri”, sono atteggiamenti sempre più diffusi. E’ la trappola della vita moderna, con i suoi nuovi idoli –guadagnare, divertirsi, contare di più-, con la sua crescente fretta, con il culto del tempo libero e con il diffuso lamento “non ho più tempo”. Una fretta e un egoismo che ci rende tutti più soli, e più poveri interiormente. Perché i surrogati artificiali non possono bastare, e alla fine lasciano la bocca amara.

Per questo diciamo che c’è bisogno di comunità. Di ambiti nei quali accogliere ed essere accolti, ambiti nei quali costruire e riflettere, essere contenti insieme e insieme soffrire, perdonare ed essere perdonati, ambiti nei quali imparare (imparare sì, perché non è facile né scontato) a volere il bene e a volerci più bene. Perché per il bene c’è bisogno di allenamento, di pratica, di fatica ed anche tanta pazienza. E queste cose non sono innate, anzi. Ecco allora che la Chiesa, a cui non difetta la secolare saggezza, ha tra i suoi strumenti educativi la comunità (Vorremmo dire che è ben più di uno strumento, visto che fu Gesù stesso a volerla intorno a sé, ovvero la Chiesa è di per sé comunità, ma qui ci sia consentita la “riduzione”...) La comunità che per un credente è il luogo dove si incontra e si conosce il Signore. E che è anche –secondo una splendida definizione di Jean Vanier-, il “luogo del perdono e della festa”, il luogo dell’accoglienza e della condivisione, del “portare i pesi gli uni degli altri”.

Ci sembra però che oggi la dimensione comunitaria, nella vita delle persone e delle famiglie, faccia sempre più fatica ad essere presente. E che anche la chiesa locale, nel nostro Mugello, mostri difficoltà a dare alimento ed occasione alla vita comunitaria. Non quella di facciata s’intende, quella di carne, di rapporti veri e costanti, di legami e senso di appartenenza forti.

Non è una critica, e neppure sappiamo indicare ricette. Vogliamo solo indicare un’esigenza. E suggerire una prospettiva. Del resto sarebbe un peccato grave far finta di niente, facendoci avviluppare dalle catene raggelanti di un individualismo sterile. Anche perché, diceva spesso il nostro vecchio pievano, don Cinelli, “unus christianus, nullus christianus”.

il filo

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, settembre 2006

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