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Dibattiti - Editoriali

L'EDITORIALE DI OTTOBRE 2000

Superficiali…

Tra i tanti rischi dell'epoca che stiamo vivendo ce n'è uno che vale la pena prendere in considerazione. Perché ci minaccia tutti, ed anche perché, se lo si riconosce, può essere neutralizzato. Parliamo della superficialità, ovvero della difficoltà crescente ad "andare oltre", ad aguzzare la vista ed alzare lo sguardo, della pigrizia a scavare, in noi stessi e nelle situazioni, per meglio comprendere.

Il virus della superficialità colpisce a tutti i livelli, dai più vicini alla nostra vita quotidiana, fino ai massimi sistemi. Non parliamo, per carità, della politica, sempre più basata su slogan e parole d'ordine, teatrini e polemiche vuote, senza più nessuno, salvo pochissime lodevoli eccezioni, in grado di porre all'attenzione contenuti, progetti, modelli sociali. Anche nel nostro piccolo, guardiamoci dentro, guardiamoci intorno, siamo portati a giudicare d'istinto, a sputare sentenze, a reagire senza conoscere a fondo, senza alcun sforzo di comprendere la situazione, di esaminare il contesto. Restando, appunto, in superficie.

Questa brutta abitudine può essere sì indotta dall'alluvione di temi, informazione, sollecitazioni, spesso futili ed idiote, veicolate dalla televisione e dagli altri mezzi di comunicazione: troppe voci, troppi suoni alla fine creano un rumore assordante, nel quale niente più è possibile distinguere, rendendo difficilissimo il discernimento di ciò che vale la pena leggere, capire, guardare in profondità. Ma anche noi ci mettiamo del nostro, quando ci facciamo vincere da una pigrizia spirituale, che ci fa preferire rimanere in superficie, luogo sentito come più tranquillo e sicuro, rispetto alla fatica di scendere in profondità, o di scegliere il sentiero che si inerpica verso l'alto. Ma rimanere in pianura ci impedisce non solo di godere panorami splendidi, ma anche di vedere in prospettiva, e quindi di poter meglio valutare, apprezzare, giudicare.

Restare in superficie è pericoloso e fuorviante. Perché ci rende sempre più pigri, sempre più impermeabili alle novità, sempre più tristi e chiusi in noi stessi, sempre più insoddisfatti.

Gli esempi potrebbero essere molti, vicini e lontani: ci ha colpito ad esempio, il modo con cui si è affrontato il tema posto dall'arcivescovo di Bologna card. Biffi a proposito dell'immigrazione. Spesso, anche sui giornali, si è giudicato, applaudito o condannato: ma chi si è degnato di approfondire, di leggere integralmente, di documentarsi con cognizione di causa? Oppure: temi grandi, come la costruzione dell'Europa -è in discussione una possibile Costituzione europea, che presenta gravi lacune e un'impostazione preoccupante-, o la bioetica -dove si discute, troppo spesso senza tremore, di vita umana da usare ed anche da sopprimere-, non sono questioni accademiche, ma riguardano il futuro nostro e della società. Ma quando, e in quali occasioni, e con quali strumenti, è possibile interessarsene, capendo, studiando, approfondendo?

Qui, a nostro giudizio, entra in gioco anche la responsabilità della Chiesa locale, delle nostre parrocchie: il sociologo De Rita, solo qualche giorno fa su "Avvenire", metteva in guardia circa "la pericolosa attuale tendenza ad adagiare la propria appartenenza religiosa in un individuale consumismo di riti e sacramenti", e invitava a riscoprire il gusto per la passione dell'impegno civile. Certo, vi è il problema del come. Ma l'esigenza c'è, impellente. Anche perché cosa c'è di più profondo della chiamata di Cristo? E se cederemo alla comodità di rimanere in superficie la compagnia di Cristo -l'unica in grado di dare senso vero e profondo alla nostra vita- non potremo mai incontrarla sul serio..

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