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La copertina di questo mese
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L’EDITORIALE DI OTTOBRE 2001

Inevitabile?

Dunque la parola è alle armi. L'Occidente bombarda l'Afghanistan, e abbiamo tutti il fiato sospeso (scriviamo all'indomani del primo attacco). Possiamo provare, sommessamente, a svolgere un paio di riflessioni anche qui sul "Filo"? Convinti che fatti del genere non solo ci coinvolgono tutti direttamente, ma hanno il "merito", almeno, di farci pensare.

Ma una riflessione libera non è facile: c'è la propaganda, c'è l'uso tendenzioso di immagini d'archivio e trasmissioni televisive, ci sono le parole d'ordine, c'è la strumentalizzazione politica.

Proviamoci però. Sperando di non essere iscritti d'ufficio né tra i guerrafondai, né tra i terroristi talebani.

1) La reazione militare di Usa e soci era forse inevitabile. Troppo grande l'affronto subito lo scorso 11 settembre. La guerra è iniziata non il 7 ottobre, con i missili su Kabul, ma un mese prima, con quei tre aerei pieni di innocenti mandati a schiantare su torri newyorkesi e Pentagono, contro migliaia di vittime innocenti. Non vi erano dubbi sui mandanti, e Bin Laden, ha alla fine rivendicato apertamente il gesto criminale. Non reagire, lasciar correre sarebbe stato gesto di pace, o sarebbe stato piuttosto interpretato come l'ennesima prova della vigliaccheria degli infedeli, corpo molle che i guerrieri di Allah avrebbero ben presto colpito di nuovo? Ancora: vi è una responsabilità, per gli Stati democratici, di difendere i propri cittadini, di prevenire le minacce, di contrastare terrore e morte. Così come vi sono obblighi legati alle alleanze internazionali. E non è un caso che una tale compattezza internazionale -operano di comune accordo anche nazioni finora nemiche- si sia realizzata, mai come in questo caso.

2) La reazione militare era però davvero opportuna e lungimirante? E' un dubbio terribile. E se il gioco diabolico degli ideatori dei tremendi attentati contro l'America fosse proprio quello di coagulare le forze estremistiche islamiche, cercare di abbattere i regimi islamici moderati, creare una grande contrapposizione tra due civiltà considerate inconciliabili? Potevano essere percorse, sono state percorse davvero tutte le strade alternative alla risposta armata? Missili e bombe riusciranno davvero a debellare il terrorismo? Perché -almeno questa è la lezione della storia-, mai le guerre hanno dato vera soluzione ai problemi che con le armi si contava di risolvere.

3) In tanti lo hanno detto: non è uno scontro tra due civiltà. Ma attenzione che non lo divenga lo stesso. E la convinzione, fondata, che in certi Paesi vi sia un basso livello di civiltà, di mancato rispetto dei diritti umani, di negazione della libertà religiosa, di negazione della dignità verso le donne, non ci faccia dimenticare che il nostro non è certo l'Impero del Bene. Che egoismi e ingiustizie, violazioni della dignità umana, ipocrisie e violenze sono anche il nostro pane. Magari in altre forme. Magari instillate in modo più subdolo, dalle Tv e dalla pubblicità. Ma questi egoismi ed ingiustizie sono stati e possono ancora essere il combustibile dell'odio con la quale una parte del mondo guarda all'Occidente ricco. Ci diciamo liberi e democratici, è vero, ma dobbiamo cominciare a domandarci se e in che modo è possibile in modo più efficace coniugare i valori della democrazia con quelli della giustizia. Affinché il nostro modo di vita non si poggi sull'indifferenza verso la sorte di interi popoli e sulle loro sofferenze. E affinché non si finisca per chiamare difesa della libertà quella che invece è principalmente la difesa del potere economico e degli interessi della grande finanza.

4) La guerra contro Bin Laden può essere logica e inevitabile. Può esserlo, ma nella logica di questo mondo. Ci sia però consentito di chiedere a noi stessi se la logica di questo mondo sia davvero l'unica. Una logica dove alla violenza alla fine è inevitabile rispondere con la violenza, dove la vita delle persone può essere sacrificata per un qualche interesse "superiore". E' la logica prevalente, la logica nella quale -non lo si neghi- ognuno di noi è immerso, quella nella quale conta molto l'interesse personale e di gruppo, la difesa del proprio territorio, l'accumulo di beni materiali. Non è questa la logica della visione cristiana della vita. Intendiamoci, noi non crediamo che essa possa essere imposta agli altri, ai governanti, agli Stati, ai terroristi. Ma è lecito dire che c'è, ed esprimere il desiderio di viverla e testimoniarla. A cominciare dal nostro cuore, se diventa consapevole che bene e male in esso si fronteggiano, e solo l'aiuto e la compagnia di Gesù Cristo possono sostenere il nostro cammino. Diremmo di più: che solo chi ha nel cuore una sincera fede religiosa può trovare la forza di dire un no netto, senza distinguo, fino in fondo contro ogni guerra. Perché il cristiano è invitato ad amare il proprio nemico, ad estirpare l'odio dal proprio cuore, a porgere l'altra guancia. Se non ci riusciamo, è perché abbiamo poca fede. Ma se coltiviamo la fede, e con la fede la speranza e la carità, possiamo farcela.

5) Il resto rischia di essere solo teatro e gioco delle parti, se non si parte da una risposta radicale del nostro cuore che impari vedere nell'altro un fratello e un figlio di Dio. Perché altrimenti anche il no alla guerra è solo l'ennesimo strumento di lotta politica. Non è pacifico, chi odia e insegna ad odiare Bush e gli americani, facendo assurde equazioni tra loro e Bin Laden, o chi scende in piazza a senso unico -tacendo o perfino giustificando tante altre violazioni del diritto alla vita e alla libertà-. Non costruisce la pace chi manifesta odio viscerale verso il governo o verso questo o quel leader politico. Non costruisce la pace chi, come Bertinotti e Agnoletto, fa grandi proclami pacifisti, ma poi giustifica e simpatizza per ogni tipo di lotta, anche armata, contro gli imperialisti. Solo una società ben diversa, che non ammetta mai la soppressione di un essere umano, per qualsiasi motivo -né con l'aborto né con la pena di morte e l'eutanasia, e neppure per situazioni di ingiustizia e miseria-, potrà alla fine, facendo spazio alla riconciliazione e al perdono, al rispetto e alla condivisione, rinunciare alla logica delle armi e della sopraffazione.

6) Il buio di queste settimane, al di là dei fatti tragici sul quale si fonda, un merito può averlo. Come se fosse un sonoro ceffone che ci sveglia da illusioni e abitudini sbagliate. Che ci fa tornare a riflettere su ciò che nella vita davvero conta. Che ci fa sentire l'esigenza di essere più autentici. Concretamente: rivedendo i nostri stili di vita, imparando a praticare quei valori che talvolta declamiamo soltanto, facendo scelte di giustizia, di sobrietà, di fraternità, coltivando in noi stessi la spiritualità, ricordandoci finalmente di avere un'anima. Sbaglieremmo invece se ci consolassimo la nostra cattiva coscienza, nascondendoci dietro gli -ismi di turno, e limitandoci a condannare, a indignarci a parole, a essere contro, a puntare il dito e basta. Come se a fare la guerra fossero soltanto gli altri. Mentre la guerra è anche dentro di noi. E per prima cosa dovremo lottare contro di essa.

il filo

il filo, Idee e notizie dal Mugello, ottobre 2001
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