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La copertina di questo mese
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Dibattiti - Editoriali
L'EDITORIALE NOVEMBRE 1999

Siamo assolti anche noi?

Ci è permesso essere contenti per l'assoluzione di Giulio Andreotti? Lasciamo ad altri, sia chiaro, analisi e polemiche del dopo sentenza. Non ci interessa discettare di pentiti e giustizia, e neppure, anche se la cosa non può non inquietare, dell'intreccio oscuro di una lotta politica che si è servita di una certa giustizia per "far fuori" gli avversari.

Quello che ci fa contenti, al di là dei costi enormi, umani prima di tutto, che la vicenda giudiziaria di Andreotti ha avuto, è il fatto che la decisione del tribunale dà una scossa salutare anche a noi.

In che senso? Nel senso che in fondo tanti cattolici semplici, tanti credenti impegnati nella vita sociale e politica, da tempo si sentivano sul banco degli imputati. Era passato cioè, anche senza volere, un sottile senso di colpa, un complesso di inferiorità, quasi che tutti ci sentissimo un po' ladri ed anche un po' mafiosi. In questi anni, in Italia, il vento è stato questo: un Paese guidato per cinquant'anni da malavitosi, i quali solo col malaffare e con patti scellerati stretti con la criminalità e con il grande capitale avevano a lungo impedito la vittoria del partito comunista.

Questa "verità storica", detta e scritta innumerevoli volte, è stata accettata anche da molti che avevano militato nella DC. E se qualcuno si è rassegnato a farsi processare sulle piazze, altri sono restati confusi ai margini, e altri hanno preferito stringere alleanza con gli accusatori. Chiedere asilo alla parte di chi in questi anni ha utilizzato i mitra del sospetto, del giudizio prevaricatore è diventata una sorta di dichiarazione di pentimento, di richiesta di perdono extra-giudiziale. E il passaggio dal senso di colpa alla sudditanza è stato breve e rapido, perché quando si perde il sentimento e l'orgoglio della propria identità,. si fa presto a divenire succubi del pensiero dominante.

Con una coincidenza per certi versi felice due vicende molte lontane tra loro, l'oscura storia delle spie del KGB sovietico da una parte, e l'assoluzione di Andreotti dall'altra, si sono sovrapposte. E ci hanno messo qualche pulcino nell'orecchio: forse la storia non è quella che ci hanno raccontato in questi anni. Forse in Italia, nelle vicende politiche dell'ultimo decennio si sono usate, nella giustizia penale come nel giudizio storico, due pesi e due misure, disegnando il bene tutto da una parte, e il male tutto dall'altra. Forse il ruolo dei democratici cristiani in questi decenni non è stato quello di frenare ad ogni costo il progresso, la giustizia e la libertà, bensì quello di salvaguardare la libertà e la crescita di questo Paese.

Ora si può e si deve cominciare a dirlo. Non per trionfalismo, ci mancherebbe. Anche perché non c'è più alcuna bandiera da sventolare. E perché certo errori, anche gravi, da parte di chi questo Paese ha governato per molti anni, non sono mancati. Ma cercare di andare al di là del partito preso, della verità di comodo, delle furbizie e degli opportunismi politici, questo sì.

Niente trionfalismi dunque, né spirito di rivincita. Ma la consapevolezza che questo modo aberrante di fare politica, usato e abusato in questi anni, ha fatto fin troppi danni. E che occorre ricostruire. Mettendo sul tavolo una coerenza, un attaccamento ai valori, una passione civile, una visione dell'uomo e della società che in questi anni malintesi sensi di colpa ci hanno fatto chiudere a doppia mandata nell'armadio più nascosto.

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