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Dibattiti - Editoriali

L'EDITORIALE DI DICEMBRE 2001

Abolire... il Natale?

Fra breve, per il Natale, accadrà come gia accade per i bambini milanesi che non hanno mai visto una mucca e non sanno chi produce il latte: occorrerà spiegare, non senza difficoltà, quale ne è l’origine. Il Natale festa cristiana non c’è più. Il Natale di Gesù Cristo che viene nel mondo degli uomini è immagine sempre più sbiadita e lontana. Oggi c’è il Natale dei supermercati luccicanti, il Natale delle luminarie e degli acquisti, il Natale dei pranzi e delle cene, il Natale dei viaggi, il Natale del consumo, il Natale dei buoni sentimenti, che magari si limitano a fare un’offerta o a regalare un panettone, il Natale dei biglietti d’auguri.

E’ così, amici. E’ così sempre di più. E quest’anno i ritmi consumistici ci paiono perfino intensificati, quasi per reagire alla paura che le tensioni internazionali potessero privarci del nostro consueto livello di benessere.

Del resto il più recente rapporto del Censis ci ha scoperti: gli Italiani temono più gli sconquassi dell’euro che la prospettiva della guerra. Ci siamo commossi per quelle torri che crollavano e per i bambini afghani, ci siamo interrogati sugli orrori del male, ma alla fine, ci siamo detti, chi ce lo fa fare, di metterci troppo in discussione? Il richiamo materialista è forte e viene da lontano: non era Lorenzo il Magnifico a suggerirci di godere ora perché del “doman non c’è certezza”? E noi, ammettiamolo, viviamo così: attaccati alle cose in modo spasmodico, con porte e finestre chiuse. E, al massimo, facciamo un po’ di filantropia, un po’ di volontariato. Con accortezza però. Perché “non abbiamo tempo”, perché “bisogna stare attenti alle fregature”, perché “ognuno ha i propri problemi”.

A cuori così sbarrati e impermeabili, che può dire un Dio che si fa bambino e uomo? Che ascolto possono trovare le Sue parole, il suo invito all’amore scambievole, al servizio reciproco, a considerare la vita un dono?

“Io sto alla porta e busso”, ci dice Gesù. E sulla caparbietà di chi ci ama così tanto da essere venuto tra noi, e a farsi inchiodare su una croce, può contare la nostra speranza di non essere abbandonati. Gesù è abituato a trovar porte chiuse: ancor prima di nascere nessuno gli aprì la porta, e sua madre fu costretta a trovare alloggio in una stalla. E’ certo dunque, che continuerà a bussare ai nostri cuori. Anche se essi sono sempre più soli e più aridi. Ma troveremo la forza di aprirci? Ne varrebbe la pena. Perché quando ci affacceremo fuori, incroceremo gli sguardi di altre persone che hanno nel cuore gli stessi smarrimenti e gli stessi desideri. E magari, se avremo il coraggio di uscire e andare verso quegli occhi come i nostri, potremo riscoprire il calore di un abbraccio, la gioia vera dell’incontro e della condivisione, la festa di una comunità di persone che si aiutano e si incoraggiano nel cammino di una vita che ha acquistato un senso.

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