L'EDITORIALE DI DICEMBRE 2002
Un augurio di pace
Vogliamo
dedicare l’ultimo editoriale dell’anno a un desiderio grande che tutti portiamo
nel cuore, quello della pace. Lo facciamo riproducendo un articolo che abbiamo
letto qualche tempo fa su una rivista. Perché esso segnala quella che sentiamo
come cosa profondamente vera: che solo volgendo gli occhi, anzi, la nostra
vita, a quel Bambino che viene nel mondo per noi, che ci invita a seguire
le strade della condivisione e del perdono, dell’amore e della speranza, potremo
riuscire a incamminarci nella via della pace. Pace interiore, pace nella vita
quotidiana come nei rapporti internazionali. E questo è l’unico augurio che
quest’anno riusciamo a fare, a tutti i nostri lettori. Di cuore.
Il mondo è da sempre segnato dalla guerra. Non solo la guerra tra popoli e nazioni, ma anche la divisione che si insinua nei rapporti più “normali”, nelle amicizie, nelle famiglie. Sembra che gli uomini si portino dentro una malattia impossibile da estinguere. In molti rapporti finisce il tempo dell’unità e subentra uno stato di tensione, di guerra, sorda o esplosa.
In alcuni momenti storici, come il presente, tutti avvertono che il destino del mondo si gioca nelle mani di pochi. Ci sono episodi di grave crisi internazionale che danno timore a tutti: Usa-Iraq, Israele-Palestina. E sulla scena della storia pare che restino pochi decisivi protagonisti. A essi il mondo si rivolge perché in loro prevalga il senso di pace invece che la guerra.
Ma il cuore dell’uomo, anche di coloro nelle cui mani sta il destino di grandi decisioni, è incapace di realizzare veramente la pace.
Perché la pace è un dono, è qualcosa che il cuore dell’uomo non sa elaborare con le proprie forze. L’esperienza insegna che nemmeno nelle circostanze più prossime e conosciute (il luogo di lavoro, la casa, gli affetti più intimi) il più sincero desiderio che ci sia pace basta a realizzarla. Essa, tanto quanto è desiderata come una liberazione, altrettanto appare un ideale lontano, quasi un sogno.
La pace è sentita come un dono che si realizza sì attraverso i cuori e le azioni degli uomini, attraverso l’impegno della libertà umana, ma viene da altrove. Sì, perché il protagonista della pace, il signore della pace è Dio. Per questo l’azione più realista di questi tempi, come richiama il Papa, è la preghiera, come di bambini, perché Dio assicuri la pace, vincendo l’inimicizia.
La guerra inizia proprio là dove gli uomini non riconoscono più Dio come protagonista costruttore della storia. Al suo posto, come criterio e orizzonte entro cui giudicare i rapporti e i problemi, pongono altro. E nel mutevole nome di questo “altro” - potere, soldi, ideologia, utilità o comodità di vita - ci si inizia a odiare e ci si può anche scannare.
L’uomo che prega è il primo costruttore di pace, perché riconosce a Dio, all’Essere, il ruolo di movente della vita, di criterio ultimo per l’azione, sia nella gioia che nel dolore e nel sacrificio. La pace inizia in questo riconoscimento, che genera - come prima caratteristica concreta dell’azione - la speranza, indomabile. Che non è la virtù degli imbelli, ma di uomini quotidianamente in lotta per la vita. Che dalla speranza sono ributtati con più consapevolezza e responsabilità nell’azione per la pace.
Solo da qui il cuore e la responsabilità umani sono mossi a gesti che escono dalla logica tremenda e ineluttabile della guerra. E che accadono, anche quando sembrerebbero impossibili, nei rapporti internazionali come in quelli quotidiani.
il filo

