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riflessioni

UNA SPLENDIDA RIFLESSIONE DELL’ARCIVESCOVO DI FIRENZE

Rosario per la vita

Veglia di preghiera per Eluana Englaro

20 novembre 2008

Basilica della SS.ma Annunziata, Firenze

 

Di recente il presidente del Consiglio Regionale della Toscana Riccardo Nencini, che è anche segretario nazionale del partito socialista ha candidato la Toscana ad “ospitare” Eluana Englaro, sollecitando che una struttura sanitaria la accolga per poter procedere a quanto concesso dalla Cassazione, ovvero lasciarla morire di fame e di sete. Ci sembra una proposta irricevibile, e dispiace che una figura autorevole –rappresentante dell’istituzione regionale- avanzi una proposta del genere, che di fatto farebbe della Toscana la prima regione dove si compie “legalmente” un atto di eutanasia.

Un mese fa la Chiesa fiorentina, alla Santissima Annunziata, si è riunita in preghiera per riflettere su questa triste vicenda. E il nuovo arcivescovo di Firenze ha detto parole che ci sembrano particolarmente vere ed efficaci. Per questo le proponiamo ai nostri lettori.

          Oggi ci siamo riuniti, attorno alla Madre di Dio e Madre nostra, per ribadire la profonda convinzione, di fede e di ragione, che la vita umana è un bene inalienabile e indisponibile, e questa è la necessaria conseguenza del valore primario che è la vita per l’uomo e della dignità che va riconosciuta a ogni persona umana.

         Lo facciamo con riferimento alla tragica vicenda di una giovane donna di Lecco, che dopo un incidente stradale vive da sedici anni in uno “stato vegetativo”, a cui la vita rischia di essere sottratta per volontà di una sentenza. Pur toccati, commossi e rispettosi per la drammatica condizione che ha colpito la vita di Eluana e, di riverbero, quella dei suoi familiari, mentre condividiamo la tristezza di quanti le sono vicini con affetto, non possiamo far tacere la nostra intelligenza e la nostra coscienza. Da esse ci proviene la forza suadente che ci fa ripetere: No! Non è ragionevole che la vita che palpita in questa giovane sia spezzata per mano d’uomo.

         Non è ragionevole che accada questo, anzitutto perché Eluana è una di noi: non è qualcuno con una esistenza e dignità inferiore a quella umana, a quella di ogni altra donna che abita questa terra. La sua particolare condizione neurologica non le consente di comunicare sensibilmente con chi le è accanto e di compiere autonomamente dei gesti, ma essa è viva e partecipa della nostra stessa vita. Il rispetto, l’attenzione e l’amore alla vita dell’uomo non può conoscere eccezioni. Se così fosse, si aprirebbe la strada alla più iniqua forma di discriminazione, quella basata sulla condizione psicofisica e sulle capacità della persona.

         Non convince neppure l’insinuazione che sul corpo di questa giovane si stia praticando una sorta di “accanimento terapeutico”. Lo escludono non solo la discrezione e la venerazione di cui essa è circondata, ma la stessa scienza medica, nella misura in cui riconosce unanimemente che non vi è terapia per lo “stato vegetativo”, ma solo la possibilità di praticare cure volte a sostenere la fisiologia del corpo, fornendo a esso anzitutto acqua e sostanze nutritive che questi pazienti non sono in grado di assumere con l’alimentazione orale.

         Infine, è estraneo alla retta ragione il tentativo di giustificare la morte per interruzione delle cure minime essenziali attraverso il ricorso a una presunta e remota volontà della paziente di porre fine anzitempo ai giorni della propria vita. Quante volte, in un momento di paura, di smarrimento o di disperazione, a una persona è accaduto di desiderare o invocare la morte? Ma un’espressione di sconforto o di disagio non dà a nessuno l’impensabile diritto di togliersi la vita o di chiedere che qualcuno ci privi di essa e ancora meno che qualcuno tragga al posto nostro decisioni in tal senso.

         La vita di Eluana è un bene, un bene prezioso che Dio le ha donato e di cui tutti noi siamo partecipi, perché della stessa vita noi viviamo. Un bene che siamo chiamati ad amare, custodire e valorizzare contro ogni tentativo di strumentalizzazione o di squalificazione. (…).

         Proprio perché dono di Dio e perché destinata all’incontro definitivo con lui – un dono che deve essere a lui riconsegnato –, la nostra vita non ci appartiene, non è a nostra disposizione, né può esserlo quella di un altro, di un nostro fratello. L’unico modo con cui possiamo, per dir così, disporne è quello di donarla agli altri, secondo quella logica del servizio e del dono di sé di cui Gesù sulla croce ci offre il modello e il fondamento. Questo perché il dono di sé costituisce un’anticipazione e un ingresso in quella dimensione divina dell’amore che è il volto che assume la vita dell’uomo nel mistero eterno di Dio Amore.

Solo in questo senso e in questa scelta d’amore la vita nel tempo può essere considerata un bene relativo. Relativo per l’appunto alla vita eterna; e solo in questa prospettiva e non rispetto ad altri beni può diventare strumento di un bene più alto, che è Dio stesso. Non può essere invece considerata un bene relativo rispetto ad altri beni umani, di cui costituisce al contrario il fondamento, perché non ci può essere alcun bene per l’uomo se egli anzitutto non è un essere vivente. Tanto meno si può pensare di creare delle gradualità all’interno della vita, per cui, in specie nei suoi momenti iniziali e finali, essa possa essere considerata in alcune condizioni meno degna, e al limite un bene disponibile e quindi anche sopprimibile.

         Ne va della dignità dell’uomo come essere personale, principio primo della convivenza umana e del quadro giuridico dei diritti umani che regge la nostra civiltà. La riflessione, a questo punto, dal campo della fede, si sposta a quello della ragione e si impone alla considerazione di credenti e non credenti. Ci sono state epoche e culture che hanno potuto pensare che la presenza o l’assenza di una o l’altra qualità, fisica o morale, potesse segnare un confine tra ciò che umano era e ciò che non poteva esserlo. In questa ottica venivano giustificati la schiavitù, l’infanticidio, l’emarginazione o la soppressione dei malati mentali, ecc. Oggi consideriamo istintivamente tutto ciò espressione di barbarie o di una compressione dei diritti umani che non vorremmo rieditare. Eppure proprio questa sembra essere la deriva verso cui ci stiamo incamminando, distruggendo a colpi di sentenze un quadro giuridico che finora ci ha salvaguardati dal conflitto degli interessi contrapposti e dalla babele dei desideri incontrollati.

         La chiarezza e la incontrovertibilità di queste convinzioni non ci rende ovviamente estranei alla sofferenza in cui piombano persone e famiglie quando sprofondano nel vortice del dolore inconcepibile e straziante. Ma siamo convinti che la risposta alla sofferenza stia nel farsi «custode», secondo la parola della Genesi (Gen 4,9), cioè nel prendersi cura, nel condividere il peso della tragedia, nell’accompagnare e sorreggere in un cammino spesso oscuro. Questo la Chiesa ha sempre fatto nei momenti più luminosi della sua storia, e questo ha seminato come sorgente di animazione di una società che fosse più attenta alle fragilità. La Chiesa lo fa con i gesti della carità, ma lo fa anche e soprattutto mettendo in campo la risorsa più efficace che ha in suo possesso, vale a dire la preghiera, il dialogo d’amore con il Padre di tutti.

         Lo abbiamo voluto fare anche noi questa sera, mettendo nelle mani di Dio Padre, per la mediazione di Maria, la vita di Eluana Englaro, perché si trovi la strada per rispettarla e affidarla al suo naturale compimento, senza esercitare alcuna violenza su di essa. Nelle mani del Signore poniamo anche la sua famiglia, quella naturale, straziata dal dolore, e quella che potremmo definire acquisita, formata dalle religiose che l’hanno accudita per tutti questi lunghi anni. La preghiera vuole chiedere al Signore di illuminare menti e cuori di quanti devono prendere decisioni che potrebbero essere di incalcolabile portata non solo sulla vita di Eluana ma anche sul futuro della nostra società. Vogliamo portare accanto al cuore del Signore anche la vita di tanti altri malati e delle loro famiglie, che vivono la medesima sofferenza o soffrono per situazioni analoghe, magari scarsamente sostenuti dalla società e dalla carità dei fratelli. Al Signore chiediamo, infine, che il nostro popolo non perda mai i riferimenti di fondo della sua civiltà, che dal rispetto della persona umana trae alimento essenziale per custodire e promuovere per tutti una vita buona.

Giuseppe Betori

Arcivescovo di Firenze

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, dicembre 2008

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