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LUCO, TORNA IN FORSE IL PROGETTO DI RECUPERO

Ex-ospedale, se il comune ci ripensa

 Ex-ospedale LucoDopo mesi di silenzio, improvvisamente si è tornati a parlare dell’ex-ospedale di Luco, alias ex-monastero camaldolese. Opera storico-architettonica di grande rilievo, da decenni inutilizzata, nonostante le sollecitazioni e le proposte dei luchesi. Poi, lo si ricorderà, nel 2004, a pochi giorni dalle elezioni, la bella sorpresa: si trova un utilizzo –fare dell’ex-ospedale la sede universitaria del corso della facoltà di Agraria in Scienze della produzione animale-, e per questo si decide di varare un progetto di recupero, all’inizio stimato in 4 milioni di euro, mentre la Regione, per 2 milioni e 400 mila euro, si impegna ad acquistare l’immobile dall’Asl e poi a girarlo in uso per 99 anni a Comune e Comunità Montana.

Non solo, gli enti si impegnano a finanziare il progetto: un milione e mezzo ciascuno Provincia e Comunità Montana –quest’ultima con fondi derivanti dalle contropartite della variante di valico-, un milione il comune di Borgo San Lorenzo. Sembra fatta, e a Luco c’è euforia: far rivivere l’ex-ospedale significa da una parte salvaguardare un prezioso bene storico-culturale risalente al 1100, dall’altra portare nella frazione nuove e importanti attività socio-economiche (non a caso il piano strutturale di Borgo prevede espansioni edilizie a Luco proprio in funzione dell’arrivo dell’Università).

Qualche tassello stenta ad andare al suo posto: la Provincia tarda a stilare i progetti, la vendita è in ritardo perché la Sovrintendenza indugia a dare l’ok, e la stessa Provincia, facendo il progetto, calcola una maggiore spesa di 2 milioni e 600 mila euro, tutti da trovare. Comunque l’operazione va avanti: gli enti mettono le cifre previste nei bilanci, la Regione acquista. Poi il silenzio.

Ora questo silenzio è stato rotto da un’iniziativa dell’Udc e del gruppo BorgoViva e dalla visita della commissione regionale di controllo. E sono emerse novità, da parte degli enti locali, non propriamente positive.

Il presidente della Comunità Montana Stefano Tagliaferri ha puntato il dito contro la Provincia, dicendo apertamente che chi non vuole l’operazione è la giunta provinciale. “Le abbiamo chiesto di provvedere anche alla progettazione del primo stralcio e non ci ha neppure risposto. Inoltre ha spostato il suo impegno di finanziamento nel 2011”. Poi Tagliaferri ha ricordato il problema dei costi di gestione, che “da soli certo gli enti locali non potranno sopportare”, a cominciare dalle bollette.

Anche il sindaco evidenzia gli ostacoli: in un comunicato sottolinea che “occorre ancora sbrogliare nodi fondamentali per dare gambe al progetto. Ci troviamo d’accordo sul procedere a stralci graduali ma per farlo bisogna definire il passaggio istituzionale. Inoltre mancano 2 milioni e 600mila euro, senza contare i costi di gestione del bene negli anni. Forse sarebbe opportuno arrivare a un punto d’equilibrio, con l’ipotesi di una revisione del progetto iniziale per un uso parziale della struttura senza compromettere l’attività didattica”. E qualche giorno prima, quando ancora evidentemente Bettarini non conosceva le intenzioni e le proposte della Facoltà di Agraria –poi espresse all’assemblea di Luco dove il sindaco era assente- aveva addossato alle difficoltà generali dell’Università e ai tagli del governo la responsabilità della crisi del progetto di recupero dell’ex-ospedale.

Qualche notazione, a questo punto, è d’obbligo.

1)    Lascia stupito questo improvviso sventolare le difficoltà e i problemi sui costi di gestione e di organizzazione. Forse che i nostri amministratori, quando nel 2004 sottoscrissero il protocollo d’intesa sull’ex-ospedale, e poi decisero di mettere in bilancio le somme necessarie, non avevano pensato che poi ci sarebbero stati dei costi di gestione e problemi logistici o che sarebbe stato necessario assicurare adeguati collegamenti tra la città e Luco di Mugello? Tirar fuori questi dubbi solo adesso è strano. O si vuole trovare le ragioni per far marcia indietro, o si è stati ben poco previdenti all’inizio.

2)    I dubbi dei luchesi, sempre più forti, circa la scarsa convinzione del comune, della comunità montana e della Provincia a portare in fondo il progetto hanno trovato vistose conferme. Nell’assemblea Tagliaferri, dopo aver accusato la Provincia di tirare indietro, ha insistito sul fatto che gli enti locali i soldi li hanno messi, ma finora non li hanno potuti spendere perché non è avvenuto il passaggio tra Regione e Comune/Comunità montana. Peccato che tre giorni dopo la Regione abbia fatto sapere che è da marzo che chiede al comune e alla comunità montana di mettersi d’accordo per il notaio al fine di redigere l’atto per la costituzione del diritto d’uso. Senza esito, tanto che a fine ottobre la Regione ha riscritto, sollecitando e minacciando di far intervenire l’Avvocatura Regionale “per far rispettare gli adempimenti che Comune e Comunità Montana hanno assunto con la sottoscrizione del protocollo”. Pare che il problema e il ritardo di otto mesi venga dal fatto che il Comune cercava di non pagare le spese notarili...

3)    Nell’assemblea di metà novembre l’Università non si è tirata indietro, ha indicato le modalità per non far fallire il progetto. E’ un’apertura che va sostenuta e integrata. In tal senso sarebbe utile lavorare seriamente per trovare anche altre attività da collocare nel grande immobile. Ad esempio la capogruppo di Libero Mugello Piera Ballabio ha lanciato l’idea di un’Università del Gusto, sulla scia dell’iniziativa che Slow Food ha avviato in Piemonte e che potrebbe avere un altro polo in Toscana. Una cosa è sicura: per centrare, positivamente, l’obiettivo di recuperare l’antico monastero camaldolese di Luco, per non farlo crollare (la commissione regionale ha riscontrato infatti condizioni pessime) e per collocarvi attività di rilievo, occorre che gli amministratori locali ci lavorino e ci pensino seriamente. La netta impressione è che se ne siano un po’ dimenticati. Altrimenti non si capirebbe come sul sito dei lavori pubblici del comune di Borgo San Lorenzo si legga ancora, in un aggiornamento ormai vecchio di un anno fa, che “sono in corso le procedure per il passaggio di proprietà dalla ASL alla Regione”. Peccato che questo sia già avvenuto da un anno! Non sarà il segno di una certa disattenzione?

Paolo Guidotti

 

L’integrazione dei nuovi residenti

IL VICINATO POCO VICINO

La parola “integrazione” è stata associata, sempre più negli ultimi anni, a temi inerenti l’immigrazione, le diverse culture, etnie o religioni. Ma guardando allo sviluppo della maggior parte dei paesi mugellani, potrebbe essere necessario parlare di integrazione anche in un modo un po’ diverso.

Non sarà sfuggito a molti il tentativo di creare soprattutto nella frazioni, agglomerati e nuovi insediamenti abitativi ad alta densità. Per citare i primi esempi che vengono in mente, è quanto accaduto a Scarperia nelle zone di “Topo” e dei “Crocioni”; a Sant’Agata, Campomigliaio, Vaglia e Fontebuona dove il numero degli abitanti crescerà in breve tempo in modo vertiginoso; ma sulla stessa strada sembrano incamminarsi anche Luco, Grezzano, Galliano e Ronta.

È una legge economica, si sa: se c’è un’offerta è perché spesso (non sempre) c’è una domanda.

E il Mugello sta diventando un luogo appetibile anche per quei cittadini che, nonostante continuino a chiamare i mugellani “mugellesi” e li considerino montanari, anche se vivono a meno di 300 m s.l.m., trovano nei paesi della zona un buon rapporto qualità – prezzo e tutto sommato un luogo confortevole per il riposo del corpo e delle membra dopo la frenetica vita lavorativa, spesa per lo più in città.

Ora, se non è questa la sede opportuna per muovere alcune legittime domande ai nostri amministratori sulla effettiva progettualità in termini di servizi che stimolino non solo a vivere nel Mugello, ma anche il Mugello, viene da chiedersi se anche nelle Parrocchie non debba avviarsi una qualche riflessione. Ci sono forse esempi concreti e di successo attraverso i quali la Chiesa locale sta cercando di farsi conoscere e di conoscere i “nuovi arrivati”? Quanti sforzi facciamo per accogliere chi si avvicina, anche timidamente, alle nostre realtà e per integrarli nelle attività che svolgiamo? La novità, anche nelle comunità parrocchiali, può essere vista con scetticismo, se non si è disposti a pensarsi in modo diverso rispetto a ieri. E sicuramente viene più facile “risolvere” il problema dicendo che spetterebbe ai nuovi residenti farsi avanti, venire a chiedere, proporsi, mettersi a disposizione, inserirsi. Oppure delegare ai parroci il compito di visitare le case nella benedizione annuale.

Credo invece che anche nelle nostre Parrocchie ci sia bisogno di novità, ma che prima ancora debba crescere una disponibilità alla conoscenza di chi ci vive o ci vivrà accanto. Per far questo servono idee, soluzioni, linguaggi diversi per un’integrazione che non sia solo di facciata o che, riferendosi spesso ai troppo lontani, si traduca in un facile buonismo.

Occorre orientarsi al cambiamento, perché questo avverrà, che si voglia o no, fuori dalla porta di casa nostra.

 

Letizia Materassi

 

© il filo, Idee e notizie dal Mugello, novembre 2008

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