SCOPERTE ARCHEOLOGICHE MUGELLANE
L'antica farina di Bilancino
Cosa
mangiavano i nostri più antichi progenitori di 30.000 anni fa?
Lo scenario sulla dieta
degli uomini del Paleolitico cambia radicalmente grazie ad una recente scoperta
effettuata in un insediamento preistorico a Bilancino in Mugello, individuato
dal Gruppo Archeologico di Scarperia e scavato negli 1995-96 da Biancamaria
Aranguren della Soprintendenza Archeologica della Toscana in collaborazione con
Anna Revedin dell’Istituto Italiano di
Preistoria e Protostoria.
Le possibilità che offre al
giorno d’oggi la ricerca archeologica, grazie alle nuove tecnologie alle più
sofisticate metodologie, permettono di
sfruttare al meglio le grandi potenzialità di un ritrovamento come quello di
Bilancino, al fine di una ricostruzione della più antica storia dei nostri
antenati che abitavano il Mugello nel Paleolitico superiore.
Le
eccezionali condizioni di conservazione del suolo di abitato, frequentato
un’unica volta e sigillato dal limo
della Sieve così come era stato lasciato dagli uomini preistorici al momento
dell’abbandono, e la quantità dei dati raccolti e analizzati dall’equipe di
studio hanno permesso di ricavare una quantità di informazioni sulla vita e
sulle attività che si svolgevano a Bilancino.
Era finora opinione
corrente che le popolazioni nomadi di cacciatori-raccoglitori del Paleolitico
superiore fossero essenzialmente carnivore.
Il
rinvenimento a Bilancino di un macina e di un macinello-pestello datati al C14 a
30.000 anni fa e la presenza su di questi di granuli di amido, rappresentano la
più antica testimonianza diretta non solo dell’uso alimentare delle piante ma
soprattutto di una vera e propria ”ricetta” per la preparazione di un cibo di
origine vegetale.
Grazie alle analisi,
condotte fra il 2005 e il 2007 dal Dipartimento di Biologia Vegetale
dell’Università di Firenze, sono stati identificati in particolare amidi di
varie piante ma soprattutto di Typha sp, detta stiancia o mazza sorda.
La Tifa è una pianta palustre molto comune e molto utile: dalle foglie si ricavavano fino a pochi anni fa fibre per l’intreccio di corde, stuoie e “sporte” ecc., mentre i rizomi erano utilizzati a scopo alimentare in molti paesi extra-europei.
Gli
archeologi hanno voluto sperimentare direttamente la preparazione di un cibo
fatto con farina di tifa, raccogliendo i rizomi, seccandoli, macinandoli ed
infine preparando e cuocendo delle “gallette” di tifa su di un focolare
ricostruito come quello scoperto negli scavi di Bilancino, che sono risultate di
gusto gradevole.
Le implicazioni di questa
scoperta sono sotto molti aspetti rivoluzionarie: per la prima volta l’uomo
aveva a disposizione un prodotto elaborato facilmente conservabile e
trasportabile, ad alto contenuto energetico perché ricco di carboidrati
complessi, che gli permetteva di
avere maggiore autonomia soprattutto in momenti critici dal punto di vista
climatico e ambientale.
Inoltre l’abilità tecnica
necessaria per la produzione di farina e quindi per preparare un cibo, tipo
gallette o una farinata, non risulta
più legata allo sfruttamento intensivo dei cereali nel Medio Oriente e
alla conseguente nascita dell’agricoltura nel Neolitico, ma era già acquisita in
Europa da lungo tempo.
Le ricerche
interdisciplinari, che hanno coinvolto numerosi specialisti come geologi,
sedimentologi, petrografi, botanici, specialisti in tecnologia litica,
informatici, ecc., hanno permesso di delineare
la storia di Bilancino: si tratta di un accampamento stagionale di 30.000
anni fa che veniva frequentato nel periodo estivo per la raccolta e la
lavorazione delle erbe palustri.
Lo
strumento in selce più caratteristico del sito – il bulino di Noailles - di cui
sono stati rinvenuti più di 1000 esemplari di fattura standardizzata, era
infatti utilizzato per sfrangiare le foglie di tifa con le cui fibre venivano
prodotti corde, cesti, stuoie
ed altri manufatti d’uso comune.
E’ stato anche possibile
ricostruire l’organizzazione interna dell’insediamento, identificando focolari,
capanne, spazi adibiti alle attività quotidiane (preparazione del cibo,
lavorazione delle pelli) e ad attività specifiche (lavorazione delle piante
palustri, produzione di strumenti in pietra) e infine spazi dedicati
all’accumulo di rifiuti.
I risultati di oltre dieci anni di ricerca stanno per essere pubblicati in un volume della collana “Origines” dell’Istituto di Preistoria e Protostoria, grazie anche al sostegno del Comune di Barberino di Mugello, che intende valorizzare questa importante scoperta con una serie di iniziative culturali.
di
Biancamaria Aranguren (Soprintendenza per i Beni Archeologici
per la Toscana) e Anna Revedin (Istituto
Italiano di Preistoria e Protostoria)
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, aprile-maggio 2008

