UNA POESIA INEDITA DI ANGIOLO E LAURA ORVIETO
Signore, fino a quando?
Scartabellando
fra le carte di Padre Massimo da Porretta, alla Casa San Francesco, Giorgio
Giovannini ha trovato casualmente una poesia dedicata al Padre il 26 Giugno
1944, siglata A.L.O. che qui riporto fedelmente. Dopo le notizie pubblicate sul
“Filo” di Gennaio, s’intuisce che sia stata scritta, in quello stile “pascoliano”
che era loro tipico, da Angiolo (e Laura?) Orvieto, ebrei accolti e protetti nel
Ricovero in tempo di guerra.
A Padre Massimo da Porretta
Prima che noi, più tristi d’ogni povero
e più scorati, entrassimo
nel santo tuo Ricovero,
non pensavamo, o Massimo,
che tanta ancor potesse
ondeggiar sulla terra
straziata dalla guerra
d’umana carità divina messe.
Sacra messe d’amore onde la spica
Noi derelitti qui tutti nutrica.
A.
L. O.
Vorrei aggiungere alcune “sensazioni” che questa poesia mi ha comunicato, facendomi immedesimare in coloro che l’hanno scritta, cosa abbastanza facile per chi ha dei ricordi di quei “tempi bui”.
Penso inoltre che non per caso questa vicenda sia tornata alla luce: la riflessione su di essa può diventare occasione di meditazione – e preghiera- per tutti coloro che ancora oggi, in tanti luoghi di questa nostra inquieta terra, sono costretti a fuggire, a nascondersi, a vivere nella paura e nell’angoscia e non da esseri liberi.
ma tu, Signore, fino a quando?” (salmo 6)
Siamo
arrivati come dei ladri, approfittando della protezione della notte, in preda al
terrore che improvvisamente qualcuno saltasse su a fermarci, a chiederci: Chi
siete? Dove andate?
Perché sappiamo che non abbiamo più alcun diritto di rispondere: Siamo italiani come voi, siamo gente perbene; i nostri genitori, i nostri nonni hanno lavorato ed anche combattuto per la stessa patria che oggi invece ci respinge e ci vuole cancellare per sempre. Ma con che cuore obbedite ad una legge iniqua e per questo ci braccate, ci inseguite come i cani inseguono nel bosco gli animali selvatici?
In soli pochi terribili giorni abbiamo perso tutto: lavoro, casa, scuola e –cosa più dolorosa - onorabilità e rispetto. Gli amici hanno cominciato ad evitarci con imbarazzo e poi ci hanno chiuso la porta. E noi non abbiamo più il coraggio di mendicare amicizia e comprensione perché ci è stato detto a chiare note che siamo solo della mala erba da estirpare. Improvvisamente ci siamo trovati marchiati come Caino. Abbiamo pensato di fuggire lontano da questa patria traditrice che ci ha consegnato ai nostri nemici.
Poi qualcuno ci ha offerto di nasconderci in un Ricovero per i vecchi: poveri tra i poveri, impauriti, scoraggiati, senza speranza. Ci siamo arrivati con la morte nel cuore.
Eravamo accusati di credere in Dio (lo stesso Dio dei Cristiani) ma di non riconoscere in Gesù Cristo il Messia, anzi di averlo perfidamente fatto crocifiggere: ma nella casa che ci ha ospitato c’era quel Crocifisso. E nel suo nome, un piccolo, umile frate ci ha accolti, rifocillati e ospitati senza chiederci nulla in cambio.
Anzi, in quei mesi in cui non osavamo pronunciare parole come “futuro” e “libertà” , pure ci è cresciuto nel cuore un piccolo seme di speranza.
I Salmi ci aiutavano a pregare insieme.
“Il Signore sarà un riparo per l’oppresso
in tempo d’angoscia un rifugio sicuro”.
Quell’ospitalità ha significato per noi la fiducia che la terra, insanguinata dagli uomini, era ancora capace di far fiorire la divina carità, di essere madre che nutre con amore senza alcuna differenza tutti i suoi figli.
Adesso che siamo liberi grazie a Padre Massimo, sappiamo di poter ancora dire a Dio insieme:
“Il povero non sarà dimenticato
la speranza degli afflitti non resterà delusa”.
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, marzo 2008

