L’obbedienza è sempre una virtù
“Tu, figlio dell’uomo, fa’ il tuo bagaglio da deportato e, di giorno,davanti ai loro occhi, preparati a emigrare…” (Ez.12,3)
Non
è facile interrompere il lavoro che si sta facendo, cancellare ogni programma
previsto o sognato, restare sospesi con alle spalle la sicurezza del noto e
davanti a sé l’incertezza dell’ignoto, separarsi da tanta gente con cui si è
formato un rapporto di amicizia e di stima, lasciare una comunità che ci ha
confidato gioie e dolori.
E’ ciò che capita a chi deve dire improvvisamente “obbedisco” quando viene chiamato ad un altro incarico; è quello che è capitato ai nostri due sacerdoti di Borgo San Lorenzo: don Giancarlo e don Francesco, ma anche al nuovo parroco che arriverà per sostituirli.
Il Vangelo è molto chiaro a questo riguardo:”Siamo servi inutili…” “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.”
E questi “trasferimenti” pur con tutto il loro strascico di amarezza e dispiacere penso che vadano considerati un allenamento a ricordare la provvisorietà della vita cristiana, una vita da pellegrino e da emigrante che vale per tutti e non solo per i sacerdoti e religiosi.
Tra tanti sacerdoti santi, non è certo un caso che papa Benedetto XVI – indicendo l’”anno sacerdotale”- abbia invitato all’imitazione del Curato d’Ars: niente sfoggio di cultura o erudizione, scelta sicura dell’ultimo posto, carità segreta, preghiera incessante, obbedienza senza discussione: tutte virtù che a torto pensiamo appartengano al passato, mentre il Vangelo continua a proporle senza fare sconti a nessuno.
Recentemente ho letto la Prima Lettera Pastorale (1932) di un Arcivescovo quasi santo: Elia Dalla Costa. Ne trascrivo due brani che mi sono piaciuti tanto: dal primo traspare la sua umanità che tenta di ribellarsi all’obbedienza; nel secondo prende forza la convinzione di essere –anche se indegno- l’uomo inviato da Dio al suo nuovo popolo.
“Fratelli e figli, giunto ormai al vespro della vita, pensavo per me assolto o
quasi il compito affidatomi dalla Provvidenza del Signore per questo
pellegrinaggio terreno, e invece il giorno dodici novembre scorso essendo a Roma
per la visita ad Limina dal Papa sentii dirmi come Elia profeta: Una strada
lunga vi resta a percorrere, dovete essere l’arcivescovo di Firenze. Mi
colpirono profondamente le inattese parole del S. Padre e subito mi venne alla
mente il vostro grande S. Antonino che per non essere arcivescovo voleva fuggire
e non cedette che dinanzi alle inesorabili insistenze di Eugenio IV. E ricordai
al S. Padre la mia età avanzata; gli parlai del logorio che deve aver operato
nel mio organismo il lavoro richiestomi dalla grande diocesi di Padova e Gli
esposi candidamente tutte quelle deficenze mie di cui fra breve voi farete
esperimento. Ma il Papa fu inflessibile. Tornato a Padova scrissi al S.Padre
ripetendoGli la mia umile preghiera di esser lasciato alla diletta diocesi per
cui avevo speso tante energie della mia ormai lunga vita. Ma il S. Padre il 23
Novembre mi faceva rispondere testualmente: “Sua Santità le comunica di rimanere
in animo ed in risoluzione di elevare V.Ecc. alla sede metropolitana di Firenze.
V. Ecc. maestro al suo clero di sottomissione e di ubbidienza, senza dubbio
vedrà nella rinnovata e riaffermata designazione del S.Padre l’espressione della
volontà di Dio e ad essa con pieno animo si piegherà.”
Deposi allora ogni pensiero di resistenza e divenni il vostro arcivescovo.”
“ Se ogni venerazione è dovuta all’inviato del Signore, di ogni virtù egli deve
essere modello al popolo di Dio.Ricordiamo, sacerdoti, che per il popolo il
Catechismo siamo noi, il Vangelo siamo noi e che il Catechismo e il Vangelo il
popolo esige impararlo dalla nostra vita. Seduti non già sulla cattedra di Mosè,
ma sulla cattedra di Cristo saremmo ben infelici se di noi si dovesse
affermare:”Dicono e non fanno”. Santi caduti, lucerne spente, pietre spezzate,
sale corrotto non meriteremmo che il disprezzo e le punizioni del cielo”.
Rubrica a cura di Nicoletta Martiri Lapi
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, luglio-agosto 2009

