Vicchio,
incontro
con il pittore Carlo Galleni
Ragionando
di artisti,
arte ed altro ancora
Intervista
di Bruno Becchi
In
una pubblicazione monografica, uscita nel settembre 1997, ho definito
Carlo Galleni un artista che «attraverso la sua opera, si è affermato
con una fisionomia del tutto peculiare nel panorama pittorico, non solo
fiorentino e toscano, ma anche nazionale e internazionale». Ma se la
definizione per un verso dà
un’idea del valore artistico di questo importante pittore, per un altro
non rende giustizia alla sua variegata dimensione culturale. Ma Galleni è
anche una persona di per sé molto colta, che cita a memoria versi di
Dante, di D’Annunzio, di Pasolini – solo per citarne alcuni - e brani
di opere liriche; che parla con competenza di romanzi di autori italiani,
ma anche russi, tedeschi, inglesi, francesi e americani; che conosce ed
apprezza la poesia degli antichi poeti greci. Inoltre, Galleni, in quanto
protagonista della cultura fiorentina dal secondo dopoguerra ad oggi e
fine illustratore di libri per alcune tra le più prestigiose Case
editrici del nostro paese, è una miniera di informazioni, per lo più
aneddotiche, su molte figure di primo piano del panorama artistico, in
senso lato, dell’ultimo sessantennio. Parlare con lui è
dunque sempre molto piacevole, per cui un incontro avvenuto ai
giardini pubblici di Vicchio, in una mattina di fine luglio, ha fornito
l’occasione per una chiacchierata a ruota libera con questo «giovane
ottuagenario».
Carlo,
cominciamo per così dire dalla fine. A cosa si deve la tua scelta di venire a
vivere nel Mugello?
Ho conosciuto il Mugello
solo nel 1994, in occasione di una ricorrenza legata alla figura del Beato
Angelico. In quella circostanza «La Compagnia del Paiolo», di cui faccio
parte, fu invitata a esporre a Vicchio quadri dei suoi artisti. La vostra
terra fu per me una rivelazione! Successivamente ho avuto modo di
ritornare a visitare la bellissima vallata e i monti mugellani e di
dipingerne paesaggi. Poi, nel
1995, i pittori che lavoravano nello storico palazzo di viale Milton
vennero sfrattati ed anche io dovetti abbandonare lo studio che occupavo
dal 1945. Dell’annosa vicenda dello sfratto si occupò in prima persona
anche Giovanni Spadolini, ma il suo impegno non poté essere coronato da
successo perché la morte se lo portò via prematuramente nell’agosto
1994. Provo sempre un grande affetto nei confronti di Giovanni, che avevo
conosciuto adolescente, quando veniva col padre Guido, anch’egli
pittore, negli studi di Rossi e Zardo che io frequentavo come studente. In
anni successivi, egli onorò con la sua presenza alcune mostre da me fatte
sia al «Gruppo Donatello» che al mio studio privato ed ebbe sempre nei
miei confronti un atteggiamento amichevole nel ricordo di tempi giovanili,
sovrastati dall’«ombra» del padre. Dal palazzo di viale Milton,
dunque, nel luglio 1995, io mi sono trasferito a Vicchio, dove ho preso un
appartamento ed uno studio con finestre che si aprono sulla vallata del
Mugello orientale dominata dal monte Falterona.
Devo anche dire, però,
che un primo contatto indiretto con il Mugello o meglio con un
mugellano era avvenuto più di cinquanta anni prima. Era l’estate del
1941 ed io mi trovano in Grecia presso il comando d’Armata del Generale
Pafundi. Avevo eseguito un ritratto del generale e come premio ebbi
quindici giorni di permesso per visitare Atene. In una sala dell’albergo
Gallia, in piazza Omonia, feci
la conoscenza del pittore vicchiese Armeno Mattioli. Con Mattioli ci
ritrovammo, quarant’anni dopo, durante una mostra sociale della «Compagnia
del Paiolo». Fu un incontro che ci emozionò entrambi profondamente .
Un altro mugellano che ho
conosciuto bene perché abitava e aveva lo studio nel palazzo di Viale
Milton è stato il pittore borghigiano Arrigo Dreoni.
Adesso, dopo cinque anni che
ci vivi, posso chiederti cosa pensi del Mugello?
Il
Mugello è una zona ricca di storia. Si può dire che la grande
rivoluzione del Rinascimento nacque a Vespignano con Giotto, il quale
spazzò via gli ultimi rigurgiti dell’arte bizantineggiante e, insieme a
Pietro Cavallini, aprì la grande strada che portò a Masaccio e al genio
solitario del Beato Angelico. E ancora posso aggiungere quello che
risponderebbe il grande critico e storico dell’arte francese Hippolite
Taine, e cioè che l’Arte - quella con la A maiuscola - non nasce
casualmente, ma è il prodotto finale di un clima particolare dove
all’armonia del paesaggio si associa l’intelligenza della situazione
culturale, economica e politica della popolazione. Perciò dal Mugello
viene il genio liberatorio di Giotto che proietta sulla ricerca del Vero
le sue figure e le sue composizioni: dunque non più fondi in oro, ma
panorami essenziali di villaggi, paesi e cittadine simili a quelli in cui
egli stesso viveva.
Come hai scoperto la
tua vocazione di pittore?
La
scelta di dedicarmi ad un’attività legata all’arte figurativa non è
del tutto indipendente dalla figura di mio padre e, più in generale,
dalla sua famiglia. I miei “vecchi” parlavano del marmo, mangiavano
col marmo, dormivano sul marmo bianco di Carrara.
A
questi precedenti sono dunque legati i quadri in cui raffiguri la
grandiosità statuaria dei luoghi del marmo e lo sforzo immane dei
cavatori?
Sì,
è indubbio che tutto ciò che ho visto fin da bambino di fatica, di
sofferenza e talvolta anche di morte nel lavoro delle cave non è passato
senza lasciare traccia in me e quindi anche nella mia opera pittorica.
Mio
padre Fortino era amico di Arturo Dazzi, con il quale aveva frequentato
l’Accademia di Carrara per la scultura. Una volta diplomato – eravamo
nel 1900 ed aveva circa vent’anni -
andò a Mentone, Nizza e Montecarlo a scolpire
copie grandi al naturale di figure mitologiche come Diana e Atteone,
Pomona e Venere più o meno Callipigia. Poi, a trentacinque anni, si
impiegò nelle Regie ferrovie. Però volle che anch’io provassi cosa
volesse dire lavorare di “subbia e mazzolo”. Io però preferii la
tavolozza perché la ricerca tonale e cromatica dei soggetti propria delle
pittura mi interessava più della ricerca dei pieni e dei vuoti tipica
della scultura.
Per
quasi tutta la tua vita hai accompagnato la attività di pittore a quella
di illustratore, lavorando per alcune importanti case editrici nazionali.
L’ambiente editoriale italiano è stato, in passato molto più di quanto
non lo sia oggi, luogo di incontro e di confronto fra persone che spesso
hanno svolto un ruolo importante nel panorama culturale del nostro paese.
Che mi dici al riguardo?
Nel
1936 il pittore Alberto Zardo mi presentò all’editore Mario Salani, che
mi incaricò di illustrare una piccola Bibbia. Quel lavoro mi fruttò la
bella somma di novecento lire italiane che nel 1936 era una bel guadagno,
e non solo per un ragazzo di sedici anni come ero io allora.
L’anno successivo o quello
ancora dopo, non ricordo bene, stavo eseguendo alcuni lavori di disegno
per la Casa Editrice Vallecchi. Una mattina, sapendo che andavo
a Palazzo Strozzi, Attilio Vallecchi mi consegnò un plico da
recapitare al Dott. Eugenio Montale presso il Gabinetto Vieusseux. Quando
lo vidi, con le sue mezze maniche, egli aveva tutto l’aspetto di un
ragioniere piuttosto che di un poeta. Con una certa benevola burbanza
Montale aprì il plico e lesse rapidamente alcuni fogli in esso contenuti.
Mi disse che avrebbe risposto lui di persona all’editore e intanto mi
consegnò un fascicoletto da consegnare a Vallecchi stesso in giornata.
Questo fu il mio primo incontro con il grande poeta genovese. Ma, se vuoi,
di Montale avremo modo di parlare anche più avanti in riferimento agli
anni successivi.
Quindi,
grazie al tuo lavoro di illustratore, hai potuto conoscere Montale molto
presto, ovvero in anni in cui il futuro premio Nobel aveva pubblicato solo
Ossi di Seppia, in quanto Le
occasioni, che è la raccolta successiva, usciranno nel 1939. Di altre
personalità dell’ambiente letterario legate al mondo editoriale che tu
hai avuto modo di incontrare cosa puoi dirmi?
Dopo
la guerra, negli anni 1946-47, ripresi a frequentare la Vallecchi, una
Casa Editrice che vantava fra i suoi scrittori nomi allora prestigiosi
come Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Curzio Malaparte, Bruno Cicognani,
il grande storico e critico d’arte Cesare Brandi ed altri ancora.
Fra i tanti ricordo con particolare affetto Vasco Pratolini che
vedevo spesso in una stanzetta dell’edificio editoriale di viale dei
Mille seduto a scrivere o a rileggere pagine di qualche suo manoscritto.
Ogni tanto lasciava il tavolo di lavoro e percorreva il corridoio per
andare da Mario Gozzini, il futuro senatore della Sinistra Indipendente.
Pratolini e Gozzini intavolavano colloqui sul senso di alcune frasi che
Vasco intendeva inserire in qualche suo libro, di cui in quel momento
stava correggendo le bozze.
Sempre
da Vallecchi conobbi ed entrai poi in dimestichezza con Piero Bargellini
che allora dirigeva il settore scolastico della Casa editrice.
Andavo spesso a trovarlo nel suo studio che si affacciava con grandi
vetrate sul bel giardino
retrostante la casa di via Bolognese, prima di trasferirsi nel palazzo di
via delle Pinzochere, che la piena dell’Arno inondò nell’infausto
autunno del 1966.
In
quegli stessi anni continuava la mia collaborazione con la Salani e
iniziava quella con la Giunti-Marzocco e nel 1948 con la Mondadori. Della
Casa Editrice Mondadori, che allora aveva la sede editrice in via Bianca
di Savoia, a Milano, era direttore Aldo Gabrielli, di cui feci la
conoscenza proprio quell’anno. Fu proprio Gabrielli che mi presentò ad
Arnoldo Mondadori, il quale mi incaricò di eseguire le tavole a colori
fuori testo per le fiabe e le poesie dei dieci volumi dell’Enciclopedia dei ragazzi. Cosa che naturalmente accettai molto
volentieri. Da quella collaborazione nacque una grande amicizia fra Aldo e
me, tanto che da allora, per molti anni, trascorremmo insieme i mesi
estivi a Marina di Massa. Quando c’era il Premio Viareggio andavamo a
trovare Leonida Repaci, con il quale Gabrielli era stato ufficiale dei
bersaglieri. Le loro conversazioni erano un florilegio di battute
scherzose e di ricordi di tempi lontani. Non mancavano, però,
naturalmente scambi di opinioni sull’attualità culturale di allora e
considerazioni sui libri proposti per il premio letterario che allora
furoreggiava per quelle spiagge.
Sempre
al “Villino delle rose”, la residenza estiva presa in affitto
da Gabrielli, conobbi e diventai amico di Enrico Piceni, il quale, oltre
ad essere un grande traduttore dal francese - memorabili sono le sue
traduzioni di François Mauriac - era un bravissimo baritono. A volte
nelle belle nottate estive di Marina di Massa negli anni 1953-54, al
“Villino delle rose”, Piceni
– che aveva cantato ad esempio anche al teatro di Parma - e Irene, la
sua amica, famoso soprano della stazione radio Monteceneri in Svizzera,
improvvisavano duetti della Boheme
di Puccini, interpretando rispettivamente il pittore Marcello e Musetta.
Così Aldo Gabrielli e la moglie Gioconda, un altro amico, Ubaldo Bellugi,
- un cultore competente del dialetto versiliese, che era stato anche
podestà di Massa negli anni venti e trenta - ed il sottoscritto tenevamo
“bordone” sostituendoci all’orchestra. Alla fine dell’improvvisata
esibizione esplodeva fragoroso l’applauso di tutti gli altri
villeggianti che piano piano avevano fatto cerchio intorno a noi. Tutto si
concludeva con fette di cocomero e sorbetti a volontà.
Con Aldo Gabrielli, durante
il periodo estivo, visitavo anche il poeta Eugenio Montale, che allora
frequentava una pensione di Forte dei Marmi. La sera, al luogo abituale
vicino al “quarto platano”, c’era il raduno di personaggi,
letterati e pittori, fra i quali Mario Marcucci.
Sai
che proprio l’estate scorsa, a Viareggio, ho visto una bella mostra
ispirata all’amicizia fra il pittore viareggino e lo
scrittore-psichiatra Mario Tobino. Vi erano lettere, cartoline, libri con
dediche che i due artisti si scambiavano e soprattutto molti quadri di
Marcucci che ho trovato molto interessanti.
Marcucci
era un uomo ed un pittore che io stimavo altamente e che purtroppo adesso
è morto da diversi anni. I suoi quadri sono davvero di notevole valore
artistico e forse non adeguatamente valutati dalla critica. Con Mario
scambiavamo alcuni pensieri sull’arte attuale, e soprattutto su certe
deviazioni che andavano, a nostro parere, un po’ oltre le righe. Non si
parlava solo di pittura ma anche di movimenti che da essa esulavano e
riguardavano il campo letterario, psicologico fino ad arrivare a discutere
della personale e originale interpretazione di forme che
poco avevano a che fare con la pittura.
In effetti l’arte presenta molti punti in comune
fra le sue molteplici espressioni, sia, ad esempio, che si tratti di
pittura o di scultura, sia che si tratti di letteratura o di musica.
Quando dico questo penso non solo alle esibizioni liriche del traduttore
Piceni, di cui parlavi poco prima, ma anche al fatto che il poeta Montale
si sia cimentato anche nella pittura e nel canto – in gioventù aveva
studiato da baritono - e sia
stato contemporaneamente un prestigioso critico musicale del Corriere
della Sera; e ancora che il poeta Giorgio Caproni suonasse con
passione e competenza il violino e il poeta Mario Luzi abbia mostrato
interesse per la tua pittura e sia venuto a trovarti nello studio di viale
Milton. Dunque dal tuo angolo di visuale privilegiato tu hai avuto la
ventura di conoscere sia Eugenio Montale che Mario Luzi. Mi puoi dire
quali furono i loro rapporti?
E’
noto che Montale e Luzi fossero amici e si stimassero reciprocamente come
poeti ed intellettuali. Riguardo al loro rapporto di amicizia ho il
ricordo degli anni giovanili fiorentini, quando insieme frequentavano il
Caffè delle Giubbe Rosse. Significativa a tale proposito è la poesia
“Versi scritti per tenere allegro Montale”, composta in anni più
tardi da Luzi in tono bonariamente ironico in riferimento al premio Nobel
conferito al grande poeta ligure. Vale la pena di rileggerla perché,
dietro la risatina graffiante che il fiorentino ci regala, traspare
evidente la stima affettuosa che correva tra i due poeti.
Un’altra
estate, tra il 1953 e il 1955, non ricordo bene, andai a trovare Montale
con Gabrielli e la giornalista Milena Milani. Il poeta era sulla spiaggia,
seduto su una sdraio sotto l’ombrellone, attorniato da diversi amici.
Lui però stava isolato e pareva estraneo alle chiacchiere che gli si
svolgevano intorno. Ad un tratto si alza, si toglie l’asciugamano dalle
spalle, esce dall’ombra dell’ombrellone e si avvia a passi lenti verso
il mare. La “Mosca”, la premurosa e discreta moglie Drusilla,
ci guarda, sorride ironica e dice: «Ora guardate bene la nuotata
del nostro!» Il «nostro» molto lentamente avanza fino a quando
l’acqua gli arriva alle ginocchia, volge le spalle al mare, fa ruotare
un poco le braccia, poi si china e con le mani a cucchiaio raccoglie
l’acqua marina e se la sparge sul petto e sulla schiena varie volte. Poi
lentamente riconquista la spiaggia e riprende possesso dell’asciugamano
e dell’ombrellone, mentre gli altri si tuffano in mare o seguitano le
chiacchiere.
Caro
Bruno, nel corso del nostro colloquio ho raccontato alcuni episodi
aneddotici della mia vita e molto
avrei ancora da raccontare di avvenimenti e personaggi, ma non vorrei
abusare della pazienza di chi mi presta attenzione. Voglio però
concludere questo nostro incontro con una riflessione finale e dire che
questi miei ottanta anni sono volati via davvero molto rapidamente, come
le cartoline che, al piazzale Michelangelo, il venditore ambulante fa
sfilare in rapida sequenza, a trenino, davanti al turista curioso. Grazie,
per l’attenzione che mi hai dedicato.
Sono
io, caro Carlo, a ringraziare te perché
con questa chiacchierata hai dato a me e ai lettori de Il Filo la possibilità di
veder sfilare, per quanto velocemente, alcune belle cartoline
raffiguranti episodi della tua vita e della cultura del nostro
tempo.
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